Dove sta andando la Casa delle Donne di Roma?
"La Casa siamo tutte" recita il bello slogan dello storico enclave di Trastevere. Ma in quello spazio, che è pubblico e dovrebbe essere aperto, l'agibilità è solo transfemminista. E dopo il sostegno acritico al ddl Zan -per fermare i femminicidi!-, il sì all'utero in affitto e al "sex work", ora anche l'inno agli ultracorpi maschili negli sport femminili: forse è il momento che si apra una riflessione

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La Casa Internazionale delle Donne di Roma condivide la proposta dell’università della Pennsylvania di nominare Lia Thomas “atleta donna dell’anno”.

Lia Thomas, di cui abbiamo parlato più volte qui, è la celebre nuotatore che ha sbaragliato più volte le avversarie gareggiando nelle categorie femminili, ma che ha avuto quanto meno il merito di far finalmente esplodere la questione degli ultracorpi maschili negli sport delle donne. Il post condiviso dalla Casa Internazionale delle Donne, un piccolo confusionario trattato di femminismo Intersezionale, conclude: “E naturalmente, caso mai non vi rivedessi, buon pomeriggio, buonasera e vaffanxulo alle TERF ❤” .

Qualche settimana fa la presidente della Casa Maura Cossutta aveva dichiarato, di fronte a recenti casi di femminicidio particolarmente cruenti, che la soluzione al problema sarebbe la rapida approvazione della Legge Zan (e perché?). Luisa Muraro ha da tempo constatato la «tendenza femminile a preferire la verità dell’altro»;e anche Mary Daly sottolinea la propensione autosvalutativa a trovare qualunque causa più importante della propria. Queste recenti prese di posizione della Casa costituiscono un esempio lampante di questa propensione.

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Quella di Maura Cossutta è dichiarazione ufficiale, non smentita né ridimensionata dalle diverse realtà che compongono il direttivo di quello che è a livello nazionale si presenta come il “tempio” del mondo femminista. La dichiarata pluralità e le diverse posizioni sbandierate dalle “Storiche” di questa realtà si sono dimostrate ancora una volta una pia illusione.

La Casa si presenta come “una struttura aperta che guarda al territorio e al mondo; un laboratorio dove si coniuga la politica di genere; un centro cittadino, nazionale e internazionale di accoglienza, d’incontro, di promozione dei diritti, della cultura, delle politiche, dei “saperi” e delle esperienze prodotte dalle e per le donne”. 

Si osserva invece un serrare i ranghi sulla linea transfemminista espressa soprattutto da Non Una di Meno, a cui di fatto è stata data delega in bianco sui contenuti, sulle relazioni politiche, sui rapporti con le altre realtà del mondo femminista. Quello che si vede è un allineamento “bulgaro” a tutte le tesi transfemministe -a quanto pare condivise dal PD- compreso il recente sostegno esplicito alla pratica abominevole dell’utero in affitto in reazione alla proposta Meloni-Carfagna di renderlo reato universale, punibile anche se commesso all’estero.

Nessun dibattito interno, nessun dialogo con il femminismo del resto del Paese, con le sigle storiche che si sono espresse in maniera netta e argomentata contro il ddl Zan, e in particolare contro il cuore della legge, ossia l’identità di genere, apripista per il self-id o autocertificazione di genere. Nessuna considerazione degli argomenti critici di intellettuali, giuristi, costituzionalisti, anche politici di sinistra di lungo corso come Stefano Fassina. Stesso silenzio, stesso muro “no-platform” sulla Gpa, solita retorica pelosa. 

Perché la Casa è finita a fare da grancassa a movimenti che odiano le donne e le vogliono cancellare?

Qualche anno fa Casa Internazionale delle Donne era sotto sfratto. La giunta Raggi voleva mettere quello spazio a bando, come capita per tutti gli spazi di proprietà pubblica.. Servivano soldi, tanti soldi, le associazioni storiche che avevano “fatto” la Casa erano preoccupatissime. A quanto pare Monica Cirinnà avrebbe avuto un ruolo in questo salvataggio. I fondi sono arrivati. Ma dov’è la pluralità delle voci che ci si aspetterebbe da una realtà che gode di pubblico sostegno? Davvero la Casa è aperta a tutte le donne, a cominciare dalle cittadine romane, o è ormai solo un presidio transfemminista?

Le anziane della Casa, forse romanticamente, vedono di buon occhio l’energia e la vitalità delle NUDM, la loro capacità di stare sui media e di mobilitare le più giovani. Si è detto che il dialogo interno è sempre vivo, che anche il femminismo radicale avrebbe avuto spazio e considerazione. Non ci sembra che le cose vadano così.

Un incontro organizzato alla Casa dal femminismo radicale il 1 dicembre 2018 non ha goduto di fantastica accoglienza. Riservata invece alle “lavoratrici del sesso” (entrare finalmente dalla porta principale, disse Pia Covre) mentre la sopravvissuta Rachel Moran e le abolizioniste della prostituzione venivano zittite, minacciate, bullizzate, spintonate dai gruppi sexworkisti che hanno avuto mano libera.

E ora il sostegno al ddl Zan contro i femminicidi -perché, come spiega Cossutta, “anche la violenza contro la comunità LGBTQIA+ è violenza di genere”-, e l’inno a Lia Thomas, che ha catalizzato vigorose proteste da parte elle donne.

Non sarebbe ora che la Casa Internazionale delle Donne di Roma aprisse una riflessione al suo interno e prendesse sul serio il suo impegno a dialogare con il femminismo tenuto forzatamente “esterno”?

Anna Perenna                                         


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