Dagli incel ai trans, quel “no” delle donne che non viene ascoltato
I due recenti femminicidi in Italia hanno un denominatore comune: entrambe le ragazze avevano rifiutato i due uomini che poi le hanno uccise

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I recenti casi di femminicidio, molto ravvicinati tra loro, hanno scosso la opinione pubblica: i più recenti sono stati il caso di Sara Campanella, assassinata da Stefano Argentino perché rifiutato da lei, e di Ilaria Sula, uccisa da Mark Samson, ex fidanzato che non accettava la fine della relazione.

Il denominatore comune è un “no” che non viene accettato, anzi, viene visto come un affronto personale che va lavato col sangue. Di fronte a simili fatti ci si aspetterebbe un’indignazione diffusa, ma diversi esponenti della comunità incel (celibi involontari) hanno rilasciato una serie di commenti aberranti verso le vittime, ree di aver rifiutato dei “bravi ragazzi” per aver tentato di ipergamare (cioè cercare partner superiori) e quindi, sostanzialmente, di esserselo cercate. Il rifiuto, nel caso, per questi uomini, rappresenta una colpa grave come quella di uccidere e, se non assimilabile, comunque un movente comprensibile.

La reazione pubblica non si è fatta attendere, ma con direzioni a volte sconcertanti. Il Ministro della Giustizia Carlo Nordio ha fatto una dichiarazione molto controversa:

“È illusorio che l’intervento penale, che già esiste e deve essere mantenuto per affermare l’autorità dello Stato, possa risolvere la situazione. (…) Purtroppo il legislatore e la magistratura possono arrivare entro certi limiti a reprimere questi fatti, che si radicano probabilmente nell’assoluta mancanza non solo di educazione civica, ma anche di rispetto verso le persone, soprattutto per quanto riguarda giovani e adulti di etnie che magari non hanno la nostra sensibilità verso le donne”. (Fonte Rai News)

L’affermazione che ha fatto discutere non è che sostanzialmente il Ministro non veda nell’inasprimento delle pene una soluzione reale al problema dei femminicidi, ma che incolpi senza troppe riflessioni gli immigrati. Ovviamente la sua dichiarazione ha portato a una levata di scudi e lui è stato accusato di razzismo, per altro ingiustificato visto che i dati non gli darebbero ragione. Trovare dei dati attendibili sul fenomeno è piuttosto arduo (vengono sempre riportati parziali o con confronti), ma dai dati del 2024 sembrerebbe che i femminicidi commessi da stranieri siano intorno al 15%, questo significa che il restante 85% è commesso da italiani.

Di per sé la percentuale non è alta per gli stranieri, ma non vengono comunque contati i cosiddetti immigrati di seconda generazione né si tiene conto del fatto che gli stranieri sono molto meno degli italiani. Sicuramente una riflessione su come il contatto con culture (non etnie, comunque!) che non tengono in grande conto il valore della donna incida sull’aumento di violenze andrebbe fatto, ma dire che è il problema dei femminicidi è colpa degli stranieri appare pretestuoso, ma soprattutto un modo rapido e semplice per lavarsi la coscienza. Perché fare riflessioni sul fenomeno e su come viene percepito (o non percepito) dalla comunità è troppo difficile e richiede di prendersi delle colpe che il genere maschile non vuole prendersi.

Questa volta, però, i due casi così vicini hanno scosso davvero gli animi e gli incel e, in generale, i misogini sono stati guardati con più sospetto, complice il successo della serie “Adolescence” che denuncia le comunità online che “radicalizzano” i maschi a un odio contro le donne. In particolare, la battaglia per richiedere l’educazione affettiva nelle scuole e di accogliere i “no” femminili sembra essere diventato appannaggio di una certa parte considerata progressista. Il cardine della questione è che, finché non si saprà accettare che una donna dica no a un uomo senza considerarla “colpevole”, il problema dei femminicidi non sarà risolto. Ci hanno provato alcuni giornali a riportare le interviste dei genitori degli assassini che li presentavano come inguaribili romantici colti da un raptus, ma questa volta la maggior parte delle persone è rimasta semplicemente disgustata.

Sebbene vi siano segni di una maggiore consapevolezza italiana sul problema, quello che trovo paradossale è che non ci sia una mea culpa anche da una certa parte. Il no femminile viene invalidato troppo spesso e in situazioni in cui non viene nemmeno percepito come tale.

Sempre negli stessi giorni dei femminicidi è arrivata dagli Usa una notizia che ha fatto discutere. Una schermitrice, Stephanie Turner, si è rifiutata di gareggiare contro Redmond Sullivan, atleta trans passato nel 2024 dalla squadra maschile a quella femminile. Turner è stata squalificata e ora rischia di avere problemi a gareggiare. Sebbene abbia ricevuto sostegno, moltissimi l’accusano di transfobia.

Interessante notare come i casi di violenza contro le persone trans siano fatti praticamente tutti da uomini che non accettano chi è diverso e rispondano con azioni violente. Eppure le conseguenze serie per atteggiamenti transfobici, soprattutto i più famosi, sono tutti contro le donne che rifiutano persone biologicamente maschi nei loro spazi. Lo stesso acronimo TERF (trans-exclusionary radical feminist) è riferito alle sole donne, non esiste un termine dispregiativo per indicare gli uomini transfobici. Sebbene sia pieno di uomini che dicono “no, una donna trans non è una donna”, nessuno li attacca duramente come capita alle donne che non vogliono uomini nei loro spazi. Eppure la motivazione è spesso la stessa amplificata, cioè il non sentirsi sicuri. Se pensiamo ai casi più famosi, nessun uomo è mai stato attaccato come J.K. Rowling… eppure statisticamente una persona trans ha più probabilità di essere aggredita da un maschio che da una femmina.

Basta fare una ricerca su Google di trenta secondi per trovare decine di testimonianze di donne lesbiche che hanno rifiutato donne trans e hanno subito reazioni violente per questo, senza trovare supporto da parte della loro comunità. Addirittura molte che hanno dichiarato l’ovvio, cioè di non essere attratte dall’organo genitale maschile, sono state accusate per questo di essere transfobiche e criticate. Ma nessuno direbbe mai lo stesso a un uomo che rifiuta un rapporto con una donna con un pene, senza contare che in quel caso, probabilmente, sarebbe la donna trans a rischiare una reazione violenta.

Non parliamo del problema delle carceri, soprattutto in paesi come il Regno Unito, in cui una donna che manifesta preoccupazione per essere in cella con una donna trans con organi maschili può addirittura rischiare di vedersi prolungata la pena per transfobia.

Il denominatore comune però è sempre quello: la totale incapacità di accettare un no femminile.

Il “no”, il rifiuto, il poter dire “non ti voglio nei miei spazi” è ancora una chimera per molte donne e la narrazione per cui una parte difende le donne, ma non le TERF perché “è giusto così”, non va bene.

Dare la colpa agli immigrati, ignorare i “no” delle donne quando non sposano la nostra causa sono tutte facce della stessa medaglia, cioè il non prendersi le proprie colpe e realizzare che sono tutti responsabili del fenomeno. Non si potranno risolvere i problemi dei femminicidi finché tutti quanti, anche chi si sente moralmente superiore, non imparerà a capire che un no da una donna va accettato.

Maddalena Comotto

 


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