Sui rischi del metodo ROPA

La tecnica a cui ricorre un numero crescente di coppie lesbiche consiste nell’utilizzare l’ovocita dell’una per realizzare un embrione che verrà poi inserito nel grembo dell’altra che condurrà la gravidanza. Una pratica pericolosa fisicamente e psicologicamente sia per le due donne sia per il bambino che nascerà. Ecco perché
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Nel nostro recente comunicato Per il vero bene dei bambini abbiamo espresso la nostra preoccupazione per il crescente ricorso da parte di coppie di donne alla tecnica ROPA (Recepción de ovocitos de la pareja) ovvero il trasferimento dell’ovocita fecondato dell’una nel grembo dell’altra che condurrà la gestazione.

Per questa presa di posizione abbiamo ricevuto consensi, qualche insulto e tante richieste di informazioni e di fonti.

In che cosa consiste il metodo ROPA e quali sono i suoi rischi?

Per la donna che mette a disposizione l’ovocita è prevista una stimolazione ovarica con ormoni sintetici e il prelievo di ovociti in anestesia generale. Gli ovociti vengono poi fecondati in provetta con spermatozoi provenienti da un venditore di seme. A un certo stadio dello sviluppo lo zigote o embrione viene inserito nell’utero dell’altra donna, previa stimolazione ovarica per simulare i cambiamenti ormonali che avverrebbero in una gravidanza naturale.

Sui rischi anche oncologici delle stimolazioni ovariche con ormoni per fecondazione assistita gli studi sono numerosissimi: si veda per esempio Nel ventre di un’altra della docente eco-femminista Laura Corradi.

Inoltre la donna che porta in grembo un bambino il cui patrimonio genetico è totalmente estraneo al suo è maggior rischio di aborto spontaneo.

La differenza tra la pratica dell’utero in affitto e il metodo ROPA -oltre al fatto che qui non ci sono contratti e mercato, a parte l'acquisto del seme e le spese per la pratica medica- è che in questo caso le due donne coinvolte sono una coppia e non due estranee. I rischi per le donne e per il bambino sono esattamente gli stessi.

La percentuale di riuscita di tutte le tecniche di procreazione medica assistita è molto bassa, solo in 2 casi su 10 la gravidanza arriva a termine (le cliniche parlano di 8-9 casi su 10, ma si riferiscono alle gravidanze che iniziano, non a quelle che si concludono con successo). Inoltre i bambini che nascono da fecondazione assistita (tutte le tecniche) hanno un «maggior rischio statisticamente significativo» di sviluppare svariate patologie, tumori compresi, come spiega la primaria del reparto di Oncologia Pediatrica dell'Istituto dei Tumori di Milano Maura Massimino nell’intervista che riportiamo a seguire.

L’intervista realizzata a fine 2017 cita diversi studi i cui risultati sono stati confermati da follow-up e da numerosi altri studi successivi, e la correlazione tra la procreazione medicalmente assistita e i tumori dei bambini è ora argomento di convegni di oncologia pediatrica.

Un’ultima considerazione sul metodo ROPA, prima di proporvi l'intervista:

due donne sane possono ottenere facilmente una gravidanza fisiologica in altri modi, e non hanno alcuna necessità di ricorrere al costoso e fisicamente impegnativo metodo ROPA. Infatti non tutte le madri lesbiche lo diventano a questo modo.

Allora perché un crescente numero di coppie di donne ricorre a questa tecnica, che mette a rischio la loro salute e quella del bambino?

La ragione è prevalentemente ideologica e ha a che fare con la fantasia di una donna che ne "mette incinta" un’altra proprio come un uomo. L’ovocita di una impiantato nel corpo dell’altra sostituisce simbolicamente il seme maschile. In questo modo inoltre l'apporto maschile viene ulteriormente designificato e il suo fantasma depotenziato.

La tecnica ROPA non è sinonimo di “maternità lesbica”, ma un prodotto di mercato che viene offerto cinicamente alle coppie di donne incoraggiando fantasie falliche, a discapito della loro stessa salute e soprattutto di quella del nascituro/a.

A incoraggiare il ricorso a ROPA anche il fatto che potrebbe essere più semplice ottenere la trascrizione integrale degli atti di nascita che indicherebbero non solo la madre che ha partorito -semper certa- ma anche la donna che ha messo a disposizione l'ovocita e che è a tutti gli effetti la madre genetica.

Le ragioni per opporsi alla diffusione del prodotto ROPA sono molte, dalla tutela della salute delle donne e dei bambini all’opposizione al simbolico fallico-tecnologico.

Una donna che non abbia problemi di salute riproduttiva, eterosessuale o lesbica, single o in coppia, può diventare madre senza doversi rivolgere al tecnomercato: non ve ne è alcuna necessità.

Maria Celeste


"Più tumori nei figli della provetta": intervista all'oncologa pediatra Maura Massimino

Sui rischi del metodo ROPA

I bambini concepiti in seguito a trattamenti per la fertilità (e ovviamente i nati da fecondazione assistita, ndr) sono a maggior rischio di tumori infantili”. E’ la conclusione di uno studio pubblicato nel marzo scorso dall’American Journal of Obstetric & Ginecology*. Lo studio è particolarmente significativo perché si basa su 18 anni di follow-up, ovvero ha seguito i bambini e le bambine dalla nascita al diciottesimo anno di età.

Numerosi altri studi arrivano a conclusioni analoghe. Vediamone alcuni.

Una ricerca realizzata in Israele e pubblicata nell’ottobre 2016 da Pediatric Blood & Cancer, la rivista scientifica della SIOP (International Society of Paediatric Oncology), individua fra i nati da fecondazione assistita “un maggior rischio statisticamente significativo” in particolare “per due tipi di tumori infantili”: retinoblastoma e tumori del rene.

Un altro studio norvegese, pubblicato da Pediatrics nel marzo 2016, osserva “un aumentato rischio di leucemia” e “un elevato rischio di linfoma di Hodgkin nei bambini concepiti con fecondazione assistita”. Una ricerca pubblicata da Human Reproduction (Vol. 29 – n. 9, 2014) osserva nei nati da fecondazione assistita “un maggior rischio di tumori del sistema nervoso centrale e di neoplasie epiteliali maligne”. Altri studi rilevano un aumentato rischio di malformazioni congenite oltre che di nascite pre-termine.

La comparazione tra 38 studi pubblicata nel marzo 2015 da Fertility and Sterility (vol. 103, n. 3) indica che “i bambini concepiti con fecondazione assistita possono essere a maggior rischio di malattie infettive aspecifiche o da parassiti, di asma, problemi genito-urinari, epilessia o convulsioni, oltre che di ospedalizzazioni più lunghe”.

Maura Massimino dirige il reparto di Oncologia Pediatrica dell’Istituto dei Tumori di Milano. “Recentissimamente” conferma “nel foglio di anamnesi dei piccoli pazienti abbiamo introdotto anche la richiesta di notizie sul concepimento, se sia stato naturale o assistito”.

La vostra pratica quotidiana conferma quanto rilevato da studi e ricerche, ovvero un aumentato rischio di tumori nei bambini nati da fecondazione assistita?

“E’ almeno una decina d’anni che vediamo piccoli malati nati da fecondazione assistita. Gli studi pubblicati sulle riviste scientifiche, che passano tutti sotto un’attenta peer-review (valutazione tra pari, ndr) giustificano un allarme crescente. I dati sono sempre più significativi, l’osservazione è più accurata, e ormai i follow-up arrivano fino ai 18 anni d’età”.

Che tipi di tumori osservate in questi bambini?

“Nella fascia 0-3 anni i più frequenti sono retinoblastoma, tumori del rene ed epatoblastoma. Ma l’aumento di rischio riportato in letteratura riguarda tutti i tipi di tumore, con particolare incidenza dei tumori del sangue. Oltre a svariate patologie non oncologiche, anch’esse verificate dagli studi”.

C’è anche un rischio di trasmissibilità di eventuali anomalie genetiche di cui sono portatori soggetti nati da fecondazione assistita?

“Esistono sindromi genetiche che si accompagnano a un rischio maggiore di sviluppare tumori, ma per ora negli studi non compare una loro trasmissibilità”.

Quando pervenite a diagnosi di tumore in un bambino nato da fecondazione assistita verificate che i genitori erano stati informati del rischio?

“Mai. Non mi sono mai imbattuta in una coppia consapevole. Tu dici: ah, è nato da fecondazione assistita! e loro spalancano gli occhi. Nessuno li aveva avvisati di nulla. Paradossalmente sono più spesso i nonni, meno fiduciosi riguardo a queste tecnologie, a mettere in relazione la malattia con il concepimento non naturale”.

Le coppie non vengono avvisate in fase di consenso informato?

“Non ci è noto il contenuto dell’informazione”.

L’aumento di rischio riguarda tutte le tecniche di fecondazione assistita?

“Inizialmente si riteneva che la tecnica a maggior rischio fosse l’Icsi (Intracytoplasmatic Sperm Injection, tecnica di fecondazione assistita che consiste nella microiniezione di un singolo spermatozoo direttamente nel citoplasma ovocitario, ed è oggi di gran lunga la pratica più utilizzata tra le tecniche di secondo livello, ndr). Ma via via che si procede negli studi sembra che le differenze tra una tecnica e l’altra non siano significative”.

Come si spiega questo aumentato rischio di tumori e di altre patologie fra i bambini nati da fecondazione assistita? E’ una conseguenza delle terapie ormonali a cui viene sottoposta la madre (e/o la gestante, in caso di maternità surrogata, o la fornitrice di ovociti?). Dipende dall’età spesso avanzata dei genitori? O da quali altri fattori?

“A mio parere, ma non sono ginecologo né genetista, i problemi potrebbero avere a che vedere con il fatto che queste tecniche si sostituiscono alla selezione naturale: non tutti gli ovociti forzati a maturare con le stimolazioni ovariche sarebbero maturati naturalmente, probabilmente perché non erano i più “adatti” alla procreazione. Anche per gli spermatozoi la selezione in laboratorio non riproduce esattamente la selezione naturale. In un certo senso si potrebbe sostenere che i gameti utilizzati nella fecondazione assistita non sono con certezza i migliori. E probabilmente non tutti gli embrioni realizzati in provetta, impiantati e sostenuti con terapie ormonali, si sarebbero sviluppati in condizioni naturali. Inoltre il microambiente in cui si verificano le prime fasi dello sviluppo embrionale è diverso dal grembo femminile: per condizioni di temperatura e di luce, per quello che riguarda le informazioni biochimiche, l’assetto immunitario…”.

Molti, pensando alle tecniche di diagnosi pre-impianto sugli embrioni, ritengono che i bambini nati da fecondazione assistita siano più sani di quelli concepiti naturalmente.

“Non mi avventuro in questo territorio. Dico solo che dai dati in letteratura sembrerebbe proprio il contrario. I bambini nati da fecondazione assistita corrono maggiori rischi di patologie sia connatali –cioè al momento della nascita- sia successive”.

Dati che ormai sono numerosi e incontrovertibili: esiste un piano di informazione e di prevenzione di questi rischi legati alla fecondazione assistita?

“Nessun piano. Non mi è mai capitato di vedere la questione messa a tema in convegni o simposi internazionali di oncologia”. (negli anni successivi al 2017, quando l'intervista è stata realizzata, numerosi convegni internazionali di oncologia pediatrica hanno messo al centro questo tema, ndr)

Molte e molti giovani sembrano convinti di poter rimandare la procreazione fino alle soglie dei 40, eventualmente congelando gli ovociti o con altre tecniche di fecondazione assistita.

“Il congelamento degli ovociti e del seme nasce in oncologia per non privare giovani sottoposti a terapie invasive della possibilità di avere figli e per progettare il loro ritorno a una normalità, che tutti auspichiamo. Ma io credo che alla luce di questi dati – i rischi per la salute di donne e bambini- sia molto sconsigliabile ricorrere alla fecondazione assistita quando non ve ne sia una stretta necessità, connessa a patologie che minacciano la fertilità in maniera definitiva. Serve grande cautela. I bambini vanno fatti quando vengono facilmente e naturalmente. Si devono ricreare le condizioni anche sociali perché questo torni a essere possibile”.

* Wainstock T, Walfish A, Shoham–Vardi I et al., Fertility Treatment and pediatric neoplasm of the offspring: results of a population-based cohort with a median follow-up of 10 years.

Marina Terragni

(una versione abbreviata di questa intervista è stata pubblicata su Avvenire del 10 dicembre 2017)


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