Saman: la “loro cultura” come attenuante
Il matrimonio della ragazza era «combinato e non forzato» e nel giudizio «bisogna tenere conto anche della cultura del reo»: le motivazioni della sentenza (firmata da giudici donne) per il brutale assassinio della giovane pakistana lasciano sconcertate. Così come l'autosessismo della madre che sarebbe l'esecutrice materiale del delitto. Di questo passo, secondo le proiezioni Unicef, la bambine continueranno a essere vendute a uomini almeno per i prossimi 300 anni

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Nella foto, un manifesto con il volto di Saman composto dalle foto di tante donne vittime della violenza maschile.

La storia di Saman Abbas è una ferita aperta. Uccisa dalla sua famiglia tre anni fa, il corpo occultato ritrovato a più di un anno dalla morte. All’inizio di quest’anno il funerale, con grande partecipazione della gente comune. Pochi giorni fa sono arrivate le motivazioni della sentenza del processo in primo grado alla famiglia di Saman del dicembre scorso: ergastolo ai genitori Shabbar Abbas e Nazia Shaheen (latitante in Pakistan), 14 anni allo zio Danish Hasnain, esclusa la premeditazione.

Non possiamo tacere su alcune delle parole messe nero su bianco dalle giudici e riportate dai quotidiani.

Leggiamo per esempio che il matrimonio che i genitori volevano imporre a Saman -per il quale lei li aveva denunciati- secondo la Corte era «combinato e non forzato».

E naturalmente, nell’escludere i motivi abbietti e futili, la Corte ci avverte che «bisogna tenere conto anche della cultura del reo».

Questa interpretazione lascia basite. I matrimoni forzati sono un problema contro cui le femministe di quei paesi lottano da sempre, spesso nell’indifferenza internazionale, e purtroppo anche nell’indifferenza di tante donne nelle istituzioni che magari si autodefiniscono femministe.

Molte ragazze, spesso vendute ai futuri “mariti” da bambine, prima di essere consegnate all’uomo si danno fuoco (si veda l’inchiesta “Le spose bambine” di Virginia Nesi, su 7 del 12 aprile 2024). Succede ancora e continuerà a succedere, avverte Too Young to Wed, una delle associazioni che si occupa del problema in Afghanistan, contiguo al Pakistan, dove era nata Saman.

E non succede solo in quei paesi lontani, ma anche in Europa e, ormai lo sappiamo, in Italia. Anzi, nel nostro paese il fenomeno è in crescita.

Le bambine continueranno a essere vendute per altri 300 anni, stimano le statistiche dell’Unicef. Forse anche di più, e in numeri sempre più grandi, vista la volontà di proteggere espressamente quella “cultura” (quegli uomini) che vende le bambine, che considera le donne una merce di scambio e bestie da soma da sfruttare come schiave allo stesso tempo per il lavoro domestico, per il sesso e per la riproduzione: è questo il destino delle bambine vendute in questi matrimoni che, per dirla con le parole della Corte, sarebbero «combinati e non forzati».

Infine, il documento suggerisce che l’esecutore materiale dell’assassinio potrebbe essere stata la madre di Saman, mentre il padre appare «travagliato e combattuto» nel video in cui si vedono i genitori e lo zio accompagnare la ragazza alla morte.

Un’ipotesi agghiacciante che fa venire in mente il delitto del 2011 di Maria Concetta Cacciola, una ragazza calabrese nata in una famiglia della ‘ndrangheta che scelse di collaborare con la polizia e morì per aver ingerito dell’acido muriatico. Gli inquirenti sospettarono che l’acido le fosse stato versato in gola proprio dalla madre, poi condannata solo per maltrattamenti assieme al padre e al fratello della vittima.

Entrambe le storie raccontano di “culture” patriarcali in cui la famiglia è un ambiente tossico e le donne sono rese nemiche tra loro (autosessismo). Sui paralleli culturali tra l’Islam radicale e la mafia nostrana ci sarebbe molto da dire, ma questa è un’altra storia.

Maria Celeste


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