Operaia sì. Ministra no. Donna nemmeno

Incredibilmente -e con voto segreto, scelleratamente concesso dalla presidente Casellati- qualche giorno fa il Senato ha respinto l’emendamento Maiorino che autorizzava a chiamare le donne delle istituzioni con il loro nome. Questione che ha una profonda rilevanza politica.

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Sono molti i poeti che nel corso dei secoli si sono avvalsi di licenze poetiche, ovvero intenzionali errori grammaticali, metrici e sintattici con l’intenzione di sottolineare un concetto o alterare la sonorità del componimento. Il 27 luglio 2022 a palazzo Madama è stato deciso che anche le istituzioni si avvarranno di una licenza: il linguaggio ufficiale del Regolamento del Senato potrà non utilizzare correttamente la lingua italiana. Anche le donne, che secondo ogni dizionario e l’Accademia della Crusca dovrebbero essere senatrici e ministre, saranno invece senatori e ministri. O meglio, saranno cancellate nel maschile spacciato per neutro, in barba alla grammatica.

La decisione è stata sancita dai 60 voti contrari, 16 astenuti e 152 voti favorevoli, votazione svoltasi a scrutinio segreto per volere dei partiti della destra. Stando alle dichiarazioni rilasciate in seguito all’esito dello scrutinio, appare infatti chiaro che a osteggiare l’emendamento promosso dalla senatrice Alessandra Maiorino, pentastellata, siano stati i partiti della destra ed in particolare Fratelli d’Italia.

Nel 1934 veniva pubblicato “Pensiero e linguaggio”, considerato il capolavoro di L.S. Vygotskij, psicologo e pedagogista sovietico. Secondo lo studioso lo sviluppo della psiche di un individuo è influenzato dal contesto sociale e dal periodo storico in cui si trova, e di conseguenza dalla cultura e dal linguaggio, citando: «Il fatto più importante, scoperto attraverso lo studio genetico del pensiero e del linguaggio, è che il loro rapporto subisce molti cambiamenti. Il progresso nel pensiero e il progresso nel linguaggio non sono paralleli. Le loro due curve di sviluppo si incrociano più volte».

Eminenti studiosi, come B. Skinner, J. Piaget, J. Bruner e molti altri, hanno analizzato il legame fra pensiero e linguaggio, ampliando e approfondendo la stessa tesi: linguaggio e pensiero si influenzano l’un l’altro e non sono mai indipendenti fra loro.

Non è un caso quindi che il femminile, nella definizione di una professione, diventi un problema solamente quando si tratta di professioni considerate di autorità o di prestigio. Ecco perché, nonostante abbiano la stessa desinenza, possiamo avere cameriere e cameriera, infermiere ed infermiera ma non ingegnere ed ingegnera. Similmente, possiamo recarci da un sarto o una sarta, ma ai più risulta cacofonico avvocata invece di avvocato, arbitra invece di arbitro: medico può valere per una persona, mentre medica soltanto per oggetti inanimati, come un’automedica. Non possono fare eccezione termini come rettore/rettrice, direttore/direttrice, ministro/ministra, senatore/senatrice. Il linguaggio è frutto della cultura corrente, ed anche in esso si esprime il pensiero patriarcale: i luoghi e le professioni dell’autorità nonché quelle considerate più prestigiose devono essere maschili.

Non è un caso che sempre più spesso nel mondo la politica tentenni nel rispondere alla domanda “cos’è una donna?”, parola che sta diventando quasi un tabù, ma che sia invece perfettamente in grado di riconoscere le donne quando vi è l’opportunità di invisibilizzarle, cancellarle dal linguaggio e dalla cultura ed infine sfruttarle in virtù del loro sesso.

Alle elettrici e agli elettori pongo invece una domanda: è accettabile che un partito politico rifiuti di riconoscere l’identità del 52% della popolazione, arrivando a tal fine a far finta di ignorare la grammatica e la differenza fra genere grammaticale e genere semantico?

C’è anche un altro lato della medaglia: coloro che in parlamento si indignano per la mancata approvazione del decreto Maiorino, ma di contro simpatizzano per il self-id che svuota il femminile della sua identità biologica. Partiti che aprirebbero volentieri ad un linguaggio “inclusivo” a tal punto da cancellare la stessa definizione di “donna”, per farne una vaga idea concepita dalla menti maschili.

Valentina Aquenne

Sempre sul tema del linguaggio, un podcast realizzato da Claudia Arletti per La Repubblica.

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