Nascere da “madre surrogata” morta

Può essere stato d’ispirazione Habla con ella, film di Pedro Almodovar in cui la giovane danzatrice Alicia, in coma per un incidente, resta incinta a opera di Benigno, l’infermiere che si occupa di lei.

Anna Smajdor, docente di Bioetica Medica Università di Oslo, riprende e approfondisce un suggerimento avanzato nel 2000 dalla ricercatrice israeliana Rosalie Ber “per aggirare i problemi morali della maternità surrogata gestazionale” utilizzando come uteri in affitto donne in stato vegetativo persistente (PVS). Alla pratica dà il nome di “donazione gestazionale di tutto il corpo” (WBGD, whole-body gestational donation).

Secondo Smajdor la WGBD “offre un mezzo alternativo di gestazione per i futuri genitori che desiderano avere figli ma non possono o preferiscono non gestare”. Si tratterebbe di considerare “la possibilità di donare tutto il proprio corpo per scopi gestazionali proprio come alcune persone donano parti del proprio corpo per la donazione di organi. Sappiamo già che le gravidanze possono essere portate a termine con successo nelle donne in morte cerebrale. Non c’è alcuna ragione medica evidente per cui l’inizio di tali gravidanze non sarebbe possibile”.

Gli embrioni della coppia verrebbero innestati nell’utero della donna cerebralmente morta che perciò dovrebbe essere opportunamente ventilata e supportata fino al loro sviluppo.

Smajdor suggerisce “di utilizzare il quadro per la donazione di organi: “ovunque la donazione di organi sia legale, il WBGD con morte cerebrale sarebbe una modifica relativamente semplice”.

Diversamente da Habla con ellala gravidanza non deve sorgere attraverso il concepimento “naturale”, insomma in seguito a stupro. “I genitori committenti potrebbero preferire creare un embrione per l’impianto utilizzando i propri gameti o quelli di donatori. Quindi l’impregnazione potrebbe essere una questione chirurgica, preceduta e seguita da un’appropriata terapia ormonale per garantire la massima possibilità di successo”. 

Il vantaggio è che “la gestante è già morta e non può essere danneggiata. I genitori committenti possono decidere l’aborto o la riduzione selettiva secondo i propri desideri, senza doversi preoccupare degli effetti sulla gestante”. Di solito “non osiamo trasferire troppi embrioni in donne vive, perché la riduzione selettiva è traumatica e dannosa per la gestante. Non ci sono problemi di questo tipo in relazione alla donatrice WBGD. Se ha bisogno di più o meno di un particolare farmaco o se sono necessari interventi fetali, non avremo nessuno dei potenziali conflitti che possono porsi per le gravidanze ordinarie. I genitori possono trasferire tutti gli embrioni che possono generare, massimizzando le possibilità di almeno un parto vitale e, se necessario, scartando in anticipo quelli danneggiati o malati”.

Ma c’è di più e di meglio: le madri WGBD possono essere anche uomini. In questo modo “le preoccupazioni femministe potrebbero essere mitigate… La prospettiva di una gravidanza maschile non è, come molti immaginerebbero, fantasiosa o fantascientifica. Nel 1999, Robert Winston disse ai giornalisti che non c’erano problemi medici intrinseci con l’inizio di una gravidanza maschile: il pericolo sarebbe stato nel parto. Sappiamo già che le gravidanze possono giungere a termine fuori dall’utero. Il fegato è un promettente sito di impianto, grazie al suo eccellente apporto di sangue. Tuttavia, come ha notato Winston, questo potrebbe essere rischioso, anche fatale, per la persona che porta la gravidanza. Ma per i donatori in morte cerebrale, il concetto di “fatale” non ha senso: il gestante è già morto. Pertanto, anche se il fegato è danneggiato irreparabilmente dopo la gestazione, ciò non porrebbe un problema se non nella misura in cui potrebbe significare che i gestanti maschi potrebbero portare a termine una sola gravidanza”.

La prospettiva del gestante maschio potrebbe quindi placare alcune femministe che potrebbero altrimenti ritenere che la gestazione in morte cerebrale sia un passo troppo avanti nell’oggettivazione delle funzioni riproduttive delle donne”.

Che cosa ne potrebbero pensare le nate e i nati da madri cerebralmente morte -perché prima o poi glielo dovrai pur dire, il diritto alle verità sulle proprie origini è sancito da convenzioni internazionali-; che cosa ne è di quel complesso rapporto di tipo epigenetico tra la gestante e il feto, un vero e proprio dialogo biochimico e sensoriale tra il corpo della madre e quello del bambino; insomma di tutte queste altre facezie la prof. Smajdor non si occupa.

traduzione e adattamento di Marina Terragni, articolo originale pubblicato qui

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