La misoginia oggi non ha più bisogno di sostenere che le donne siano inferiori: le basta convincere tutti che siano privilegiate. È una trasformazione culturale resa possibile anche da un meccanismo ben noto alla psicologia cognitiva: ciò che sentiamo ripetere continuamente finisce per sembrarci vero, anche senza prove. Si tratta di un meccanismo studiato dalla psicologia cognitiva: l’illusory truth effect, l’effetto verità illusoria. Nel 1977 gli psicologi Lynn Hasher, David Goldstein e Thomas Toppino dimostrarono che più una frase viene ripetuta, più tende a sembrarci vera, anche in assenza di prove. Così, idee nate negli ambienti della manosfera sono uscite dalle loro nicchie e sono diventate, per molti, semplice senso comune.
È interessante osservare come sia cambiato il linguaggio misogino: fino a pochi anni fa sosteneva apertamente che le donne fossero inferiori e avessero bisogno degli uomini per essere protette e guidate. Oggi sostiene il contrario: le donne sarebbero privilegiate, avrebbero tribunali dalla loro parte, leggi costruite per proteggerle, quote rosa e denunce automaticamente credute.
La struttura, però, non cambia: non si mette in discussione il comportamento di alcuni uomini, ma la credibilità delle donne come gruppo sociale. La donna non è più descritta come debole, ma come manipolatrice; non più come vittima, ma come privilegiata. È una forma di misoginia più sottile e proprio per questo più difficile da riconoscere.
I social non hanno inventato questo fenomeno, ma lo hanno reso più visibile, continuo e remunerativo in termini di attenzione. Tutto questo, però, è stato possibile perché ha trovato un terreno già fertile: le donne sono da anni il principale bersaglio dell’odio online, soprattutto quando intervengono nello spazio pubblico. Secondo l’analisi sulla violenza e la Mappa dell’Intolleranza (tramite Heraldo), le donne ricevono circa il 37-50% dei messaggi d’odio registrati sul web. Il 73% dei giovani ha visto contenuti misogini e il 55% delle giovani donne li subisce direttamente, come evidenziato dal report Toxic Tech di Amnesty International. Le influencer e le donne che parlano pubblicamente di diritti o violenza ricevono inoltre un tasso di odio superiore del 50% rispetto agli uomini, e un terzo degli attacchi è esplicitamente sessista (Istat).
Se davvero le donne fossero il gruppo privilegiato raccontato dalla propaganda online, dovremmo trovarle in una posizione di vantaggio nella società. I dati raccontano invece altro: sono appena il 22,4% le donne che occupano posti di potere a livello globale (ONU) e il 35% in Italia (OnData e Info.nodes).
Sono ancora le donne a svolgere la maggior parte del lavoro domestico e di cura non retribuito (71%, secondo l’Ufficio internazionale del lavoro, 2025); sono ancora loro a interrompere più spesso la carriera dopo la nascita dei figli (lavora solo il 57,8% delle donne tra 25 e 54 anni con due o più figli, contro il 91,6% degli uomini); sono ancora soprattutto le madri sole a essere esposte al rischio di povertà (41,3% contro il 27,6% dei padri soli, secondo Save the Children).
Il presunto privilegio, insomma, sembra esistere soprattutto nei commenti sui social.
In questo quadro si inserisce anche uno degli aspetti più controversi della legge n. 54 del 2006 sull’affidamento condiviso. La riforma nasceva con un obiettivo condivisibile: garantire ai figli un rapporto significativo con entrambi i genitori. Nella pratica, però, la sua applicazione ha mostrato criticità nei casi di violenza domestica e controllo coercitivo. Il GREVIO, organismo del Consiglio d’Europa che vigila sull’attuazione della Convenzione di Istanbul, ha espresso preoccupazione perché in alcuni procedimenti le violenze vengono ricondotte a una generica “conflittualità di coppia” e le denunce delle madri interpretate come tentativi di ostacolare il rapporto padre-figli, anche attraverso il ricorso improprio alla cosiddetta alienazione parentale. Le conseguenze possono essere gravi: un uomo violento non ha bisogno dell’affidamento esclusivo per continuare a esercitare controllo sull’ex compagna; può usare il contenzioso civile come strumento di pressione, moltiplicando procedimenti, controdenunce, contestazioni sulle decisioni relative ai figli o ritardi nei pagamenti.
Non riguarda tutti i padri separati, ma è un fenomeno riconosciuto dagli operatori della violenza di genere e dalla letteratura internazionale come forma di abuso post-separazione. Ridurre tutto al racconto di uomini perseguitati da un sistema favorevole alle donne significa ignorare una parte essenziale della realtà: per alcune donne la violenza non finisce con la separazione, ma cambia luogo e si sposta dalla casa alle aule dei tribunali.
La domanda, quindi, non è se esista la misoginia online: i dati lo dimostrano da anni. La vera domanda è come abbiamo fatto ad abituarci a sentirla. Come siamo arrivati al punto in cui un aneddoto vale più di una statistica, una battuta sugli uomini-bancomat più di una sentenza, un commento sotto un post più di una ricerca scientifica? Questo è il vero potere del vox populi: non convincere, ma normalizzare. Rendere familiare ciò che dovrebbe apparire assurdo, trasformando un pregiudizio in un luogo comune e un luogo comune in una presunta verità.
La sfida oggi non è soltanto verificare le informazioni, ma riconoscere i meccanismi che trasformano alcune narrazioni in verità collettive. Ogni volta che leggiamo un “lo sanno tutti” dovremmo chiederci: chi lo dice? Su quali prove si basa? E soprattutto, a chi conviene che continui a essere ripetuto?
Forse uno degli effetti più pericolosi di questa narrazione è convincere anche molte donne che le vittime siano sempre “altre”: quelle che hanno sbagliato, quelle che hanno fatto scelte diverse, quelle che non hanno capito, ma soprattutto quelle che se lo meritavano, perché sotto sotto erano solo delle spietate manipolatrici. È un meccanismo umano per esorcizzare le paure: se penso che sia successo a lei perché quella donna era diversa da me e sbagliata, posso illudermi che a me non succederà mai. Ma una società che si abitua a cercare colpe in chi subisce finisce inevitabilmente per lasciare sole tutte le persone che hanno bisogno di protezione. Perché il giorno in cui non sarà più “un’altra”, ma saremo noi, chi avremo lasciato disposto a crederci?
Maddalena Comotto
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