L’uguaglianza è uno dei principi più importanti delle democrazie moderne, ma siamo sicuri che significhi fingere che uomini e donne siano identici proprio nel momento in cui la biologia ci ricorda che non lo sono? Per nove mesi è il corpo della donna a sostenere interamente il peso della gravidanza: affronta trasformazioni fisiche, il parto, il recupero e, nella maggior parte dei casi, anche l’allattamento, con conseguenze che possono durare tutta la vita.
Questo non significa negare l’importanza della figura paterna, un buon padre può essere indispensabile per la crescita di un figlio, ma riconoscere il ruolo di entrambi i genitori non dovrebbe cancellare il fatto che uno dei due ha creato quella vita sostenendone quasi interamente il costo biologico, psicologico, professionale ed economico.
Vediamo qualche dato. Secondo l’OMS (2023), tra le conseguenze più frequenti del parto figurano il dolore durante i rapporti sessuali (35%), la lombalgia (32%), l’incontinenza anale (19%), l’incontinenza urinaria (8-31%), l’ansia (9-24%), la depressione (11-17%), il dolore perineale (11%) e l’infertilità secondaria (11%). Molte di queste condizioni possono accompagnare le donne per tutta la vita. Anche il costo economico della maternità resta elevato: in Italia una donna su cinque lascia il lavoro dopo il parto e il 72,8% delle dimissioni volontarie dei neogenitori riguarda le madri (Save the Children). Secondo il Dossier Natalità 2026: Volere o Potere, il 49% delle donne teme ripercussioni sulla carriera in caso di maternità, contro il 24% degli uomini; un timore fondato, se si considera che oltre tre milioni di donne sono inattive per motivi familiari, a fronte di appena 151 mila uomini. E quando cercano di rientrare nel mercato del lavoro, ci riesce solo il 6,6% (Rapporto Plus 2022, INAPP).
Per secoli i figli sono stati soprattutto un problema delle donne: se un uomo abbandonava una compagna incinta, era lei a sopportarne il disonore e il peso economico. Oggi il contesto è opposto: la denatalità è un’emergenza e ogni bambino rappresenta una risorsa demografica ed economica. Quando il figlio era un costo, era soprattutto della madre; quando è diventato una ricchezza, è diventato improvvisamente di entrambi.
La gravidanza, però, continua a essere solo della donna. Suo è il corpo, suoi i rischi, sue le cicatrici, sue le conseguenze sulla salute, sul lavoro e sulla pensione. Per la società, il costo resta privato, il valore diventa pubblico. Dalla nascita del bambino, infatti, ciò che il corpo della donna ha fatto sembra trasformarsi in un dettaglio senza rilevanza giuridica.
Persino la legge sull’affidamento condiviso (legge n. 54 del 2006), nata con l’obiettivo dichiarato di tutelare il diritto del minore a mantenere un rapporto significativo con entrambi i genitori, è stata spesso criticata per la sua applicazione concreta, che tende a privilegiare una divisione tendenzialmente paritaria dei tempi anche quando il precedente carico di cura era fortemente sbilanciato o in presenza di violenza, controllo o grave conflittualità.
Se una società considera uomini e donne perfettamente uguali proprio nel momento in cui una delle due parti ha sostenuto un investimento biologico che l’altra non potrà mai sostenere, stiamo davvero parlando di uguaglianza? O stiamo ridefinendo come neutro ciò che, ancora una volta, è stato costruito sul corpo delle donne?
Forse il punto di arrivo più estremo di questa trasformazione è la gestazione per altri: in una società segnata dalla denatalità, il figlio diventa sempre più un bene prezioso, mentre la gravidanza rischia di essere ridotta a una prestazione. Il centro del dibattito è il bambino, non il percorso che lo rende possibile. E chi mette a disposizione quel corpo? Nella grande maggioranza dei casi sono donne che vivono in condizioni di forte disuguaglianza economica, per le quali il proprio corpo può diventare l’unica risorsa monetizzabile. Per questo molte femministe parlano di una nuova forma di sfruttamento riproduttivo: non perché ogni singola donna sia necessariamente costretta, ma perché un consenso espresso in condizioni di profonda vulnerabilità economica non può essere considerato del tutto libero.
Il paradosso è evidente: per secoli la gravidanza è stata svalutata perché considerata un destino naturale delle donne; oggi rischia di esserlo perché considerata un servizio. Cambia il linguaggio, non il risultato: il corpo femminile continua a essere lo strumento attraverso cui altri realizzano i propri interessi.
Forse è anche per questo che la stretta sull’aborto in molti Paesi e la gestazione per altri, pur apparendo fenomeni opposti, sembrano condividere una stessa logica: al centro non c’è la libertà della donna, ma il valore attribuito alla sua capacità riproduttiva.
Quando la gravidanza diventa un interesse collettivo, il corpo femminile smette di appartenere esclusivamente alla donna: Stato, mercato e diritto finiscono per rivendicare un ruolo nelle sue scelte. È singolare che, nell’epoca che definiamo della massima emancipazione femminile, proprio la capacità riproduttiva continui a essere l’aspetto del corpo delle donne sul quale la società ritiene più legittimo intervenire.
Gestazione per altri, restrizioni all’aborto e una certa interpretazione dell’affidamento condiviso sembrano questioni lontanissime, eppure condividono un tratto comune: la maternità tende a perdere rilevanza. Nel primo caso la gravidanza diventa una prestazione, nel secondo il corpo della donna è subordinato a un interesse ritenuto superiore, nel terzo nove mesi di gestazione, il parto, l’allattamento e spesso anni di cura vengono trattati come un passato senza conseguenze, quasi che il diritto potesse ripartire dal giorno della nascita.
Per questo l’uguaglianza non dovrebbe trasformarsi nell’obbligo di fingere che tutto sia stato uguale fin dall’inizio. Se un neonato è ancora allattato al seno, o se la madre è la sua principale figura di riferimento perché è stata, fino a quel momento, la persona che se n’è presa cura in modo prevalente, ignorare questa realtà in nome di una simmetria astratta significa sacrificare l’esperienza concreta del bambino e della madre all’esigenza di dimostrare che i due adulti sono perfettamente equivalenti.
Il diritto sembra ricordarsi della maternità solo quando deve chiedere qualcosa alla donna: portare avanti una gravidanza, proteggere il feto, mettere al mondo un figlio. Quando invece si tratta di riconoscere il valore di ciò che quella gravidanza ha comportato, la maternità diventa improvvisamente invisibile. Forse il paradosso è tutto qui: abbiamo imparato a dire che i figli sono un bene prezioso, ma continuiamo a trattare la gravidanza come un dettaglio. Se il figlio diventa “di tutti”, mentre la gravidanza resta di una sola, il rischio è che anche il valore della donna che lo ha generato finisca per appartenere sempre meno a lei, perché una società che smette di riconoscere il valore del corpo delle donne finisce, inevitabilmente, per riconoscere meno valore alle donne stesse.
Maddalena Comotto
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