E’ stato sconcertante ascoltare, solo poche ore dopo il fallito attentato a Trump, Gad Lerner commentare con snobistico disprezzo le reazioni dei sostenitori del tycoon che usavano parole ed espressioni di taglio chiaramente religioso, come se si trattasse di una novità regressiva della mentalità USA, frutto della rozzezza redneck. Lerner e altri commentatori che hanno stigmatizzato e deriso le preghiere e il tono messianico che si leva dal mondo repubblicano evidentemente non ricordano che questa tendenza ad interpretare la realtà in chiave mistica e messianica è una costante in tutta la storia di questa nazione figlia dei Padri Pellegrini (come non ricordare l’ “I have a dream” di M.L. King?).
Quello che non si vuol vedere è un analogo “furore mistico” anche nel progressismo a stelle e strisce, già il concetto di Woke allude in modo esplicito ad un “risveglio” che è una costante nei fenomeni religiosi carismatici che si sono succeduti nella storia di questo paese.
Qualche settimana fa Marina Terragni in un’intervista a Francesco Borgonovo parlava esplicitamente di deriva gnostica nel pensiero e nella pratica queer -il corpo come prigione di un’anima che lotta disperatamente per liberarsene- qualcosa di più sottile e profondo rispetto alle plateali e chiassose performance drag sui pulpiti delle chiese evangeliche (talvolta anche cattoliche) progressiste, qualcosa che la nostra laica e secolarizzata cultura europea fatica a comprendere. Sempre a proposito del gender cult il filosofo marxista Slavoj Zizek parla di cybergnosi. Ma forse anche i giovani bianchi colti e borghesi non colgono questa novità in un mondo intriso di protestantesimo, che non ha mai visto fenomeni di questo tipo nella propria storia, propri invece del mondo cattolico e soprattutto di quello orientale, greco-ortodosso.
Le similitudini della cancel culture con i furori iconoclastici dei primi secoli cristiani sono plateali, non ricordiamo più che Nicola, Elena, Gregorio Magno e altri santi invitavano a distruggere gli idoli pagani oppure lo facevano direttamente (ma il mondo greco-ortodosso se lo ricorda benissimo ed è tuttora un elemento che rende queste figure particolarmente venerabili), distruggendo a picconate o abbattendo con le corde le statue di quel mondo “vecchio” e irrimediabilmente peccaminoso. Chissà se gli invasati seguaci di Judith Butler (che meme in circolazione sui social raffigurano come una papessa) nelle università della Ivy League sanno che il velo esibito dalle pro-Pal era già un’ossessione di Tertulliano da Cartagine a cavallo del II e III secolo d. C., e prima di lui Paolo di Tarso.
Ma l’aspetto che più accomuna i risvegliati agli esecrati cristiani degli albori (se lo sapessero!) è proprio la demonizzazione del corpo: masse di giovani seminudi che sfilano ai Pride, moderne processioni di un modernissimo culto globale che irride i vecchi bigotti, forse non sono consapevoli che quasi due millenni prima altri invasati arrivavano ad autoevirarsi (Origene di Alessandria e la successiva setta dei Valesiani) per applicare alla lettera l’invito evangelico (Matteo 19,12) di farsi “eunuchi per il Regno dei Cieli”. E’ davvero paradossale ritrovare la stessa mortificazione del corpo del cupo medioevo in chi oggi si proclama libero sessualmente e al di fuori degli stereotipi etero-cis-patriarcali (ogni movimento di rinnovamento prevede una riscrittura del linguaggio), le autoflagellazioni che ritroviamo nelle moderne e pruginose forme sado-maso, le sante anoressiche (molti anni fa Rudolph Bell scrisse un saggio intitolato “La santa anoressia”) e la continua ossessione ereticale di annullare la differenza fra uomini e donne.
La cosa più singolare è che fenomeni di questo tipo in Oriente si protrassero ben oltre l’inizio dell’età moderna. Forse pochi conoscono la strana ed inquietante storia degli Skopcy, i Castrati o Vecchi Credenti, potentissima setta nata nella Russia ortodossa in pieno Secolo dei Lumi e arrivata fino XIX, che predicava la totale castrazione maschile e per le donne l’asportazione di seni (capezzoli compresi) e mutilazione genitale in modo da “divenire bianchi”, cioè angeli. La storia di questa stranissima setta durata due secoli è davvero singolare e paradigmatica, tra gli adepti non mancavano metodi ancora più estremi di automortificazione, forme plateali di suicidio collettivo, auto-immolazioni spettacolari (di solito con il fuoco) come quelle descritte da Tolstoj nel romanzo “Pietro il Grande”.
La somiglianza con il culto queer è davvero singolare, allora come ora l’ostentazione del martirio inteso come testimonianza di fede è identica: il corpo doveva esibire le cicatrici delle mutilazioni, esistono foto ottocentesche (si veda il sito Inchiostronero) di credenti che ostentano fieri nudità ferite e rese sante, non più corrotte dalla peccaminosa materia, praticamente identiche alle moderne immagini social di ragazzine mastectomizzate che mostrano orgogliose la prova del loro essere “rinate” in un’altra forma, acclamate da chi mostra ammirazione per tanto coraggio.
Ora e allora il corpo come fonte di infelicità, cambia il linguaggio e le espressioni usate, ma la voglia di liberarsi di questa gabbia di carne è la medesima.
Una cosa non è pero chiara: se prima tutto questo dolore e sofferenza servivano per guadagnarsi un posto in Paradiso, ora esattamente a cosa servono?
Anna Perenna
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