Dovendo scegliere una parola chiave per il libro di Franca Marcomin, ostetrica da oltre 40 anni -racconto di un’esperienza reale tra nascita, autocoscienza e femminismo- sceglierei “relazione”, che poi è grande parte di quello che cerchiamo e sempre più raramente troviamo quando abbiamo a che fare con la cura.
Nell’introduzione a Parti in casa a Venezia. Storia di un’ostetrica femminista e delle sue colleghe (Il Poligrafo), Marcomin dice di rivolgersi in particolare alle giovani ostetriche” con l’auspicio “che svolgano la professione tenendo conto dell’opera femminile di civiltà di cui sono parte e di un’eredità di conoscenze, di percorsi di ricerca e di presa di coscienza… di tante altre donne che sono venute prima di loro”: una vera “genealogia femminile”. Ma il suo libro potrebbe costituire un’importante lettura per tutte quelle giovani donne che oggi vanno in cerca del racconto, spesso affidandosi a improbabili formatrici e influencer, di che cos’è il femminismo e di che cosa è stato prima dell’epoca del dirittismo pervasivo, oltre che un memoir per chi ha avuto l’indicibile fortuna di vivere una straordinaria stagione di pratiche, pensieri, linguaggio.

Fondato negli anni ’80 per una ri-naturalizzazione del parto, esperienza in quel momento ormai quasi del tutto ospedalizzata e patologizzata, nella logica di “assecondare la nascita senza volerla dominare o governare” per restituire maieuticamente “la fiducia nella capacità della madre di partorire e del bambino o della bambina di nascere”, il movimento delle ostetriche trova un riferimento in istituzioni femminili come la Libreria delle Donne di Milano, la Comunità filosofica Diotima di Verona e il Centro culturale Virginia Woolf di Roma.
Che cos’ha avuto a che vedere il nascere e il far nascere con quei luoghi e quel pensiero? Il fatto, spiegano nell’introduzione Alessandra De Perini e Dèsirèe Urizio, che lì si metteva “al centro della politica la pratica delle libere relazioni fra donne, collocandole sul piano del desiderio e della libertà femminile, non su quello della rivendicazione di parità”, affermazione che per il femminismo corrente (di stato e di piazza) oggi ha il suono di un’eresia. Perché parla della competenza delle madri -al tempo dell’utero in affitto-, non la mette sul piano dei diritti, non persegue obiettivi paritari, si centra sulla differenza sessuale. E pensa all’ostetrica, erede della levatrice, come “figura di autorità sociale femminile”, dunque modello possibile per ogni altra forma di autorità delle donne per un'”opera femminile di civiltà”.
Il racconto delle nascite è racconto di relazioni a due tra l’ostetrica che aiuta la madre a venire al mondo –“far da madre alle madri”- e la madre che mette al mondo il bambino-a, una relazione di affidamento che prende avvio ben prima del parto, in una scelta reciproca, e che si compie nell’esperienza di una nascita naturale e non violenta.
Nel libro la narrazione di molte nascite da parte di ostetriche colleghe di Franca Marcomin e anche di madri che hanno vissuto personalmente l’esperienza, si alterna al racconto di un percorso collettivo politico e della generazione di un pensiero che nasce dal corpo di questa esperienza-madre e che viene buono per molte altre esperienze femminili.
Una lettura impressionante in un momento in cui “madre” e “maternità” sono termini tabuizzati nei documenti internazionali e in tutto l’occidente la gender inclusivity (“anche gli uomini partoriscono”) è tema prioritario nei congressi di ostetricia.
MARINA TERRAGNI
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