Da molestata a molesta. Elliot Page continua imperterrita a pubblicizzare la transizione dei minori. E fa di peggio: per lei detransizionare è terapia di conversione Nel video girato per il Gender Liberation Movement l'attrice denuncia i tagli di Trump a Medicaid e sostiene che l'offerta degli ospedali per aiutare le persone transgender che si sono pentite è spesso coercitiva. L'attrice, che parla di trans joy, dovrebbe ripassare i casi di alto profilo che hanno campeggiato nei reality e sulle cover dei magazine degli ultimi anni. Perché per loro non è finita tanto bene
Qualche giorno fa l’attrice e attivista americana Elliot Page ha girato un video per il Gender Liberation Movement in cui protesta contro i tagli ai fondi a Medicaid dell’amministrazione Trump ma soprattutto quelli per le cure mediche dei minori trans.
Secondo l’attrice hollywoodiana, che ha affrontato un percorso di transizione – mastectomia e trattamento ormonale – e si dichiara non binary, per decenni gli ospedali americani hanno provveduto alle cure, ora non più. Anzi, secondo lei, lo scandalo maggiore è che, come il Mount Sinai, offrono servizi per detransizionare, “l’interruzione spesso coercitiva, della transizione di genere, che usa la stessa logica della terapia di conversione”. Avete capito bene? Per Page si è obbligati a cambiare idea! E smettere di medicalizzarsi è analogo a convertire una persona gay all’eterosessualità. Un totale ribaltamento della realtà.
L’attrice, che da molestata è diventata molesta, fa finta di non conoscere l’esistenza della Cass Review, prosegue spiegando che “le cure di affermazione di genere dei minori sono necessarie, sostenute dalla scienza e appoggiate da ogni associazione medica credibile”. È evidente che si riferisce alla screditatissima WPATH, un’organizzazione di medici attivisti responsabile delle attuali linee guida della transizione. “Negare queste cure fa male ai bambini e porta a più depressione a conseguenze peggiori. Negli Stati che approvano leggi anti-trans rivolte ai minori, i tentativi di suicidio aumentano fino al 72%. È in gioco la vita dei ragazzi”.
Promuovere attivamente la transizione dei minori è assolutamente irresponsabile. Prendere ormoni o peggio fare una mastectomia, una penectomia o una isterectomia non hanno nulla a che fare con la prevenzione dei suicidi.
Troppo spesso abbiamo visto glorificati e amplificati sui media tradizionali e i social esempi di ragazzini e ragazzine in transizione con l’hashtag “trans joy”, “trans euphoria”, esempi da seguire senza spiegare nulla del loro vissuto. La loro storia non è andata a finire bene. Sarebbe ora di smetterla.
Molti dei profili più in vista sono diventati famosi grazie al loro essere transgender e non è affatto un caso che, come Page, siano diventati attivisti. Lasciare andare quell’identità non è facile. Ma vediamoli da vicino.
Jazz Jennings, protagonista del reality pro trans I am Jazz, il bambino transizionato a 5 anni, che ha iniziato i bloccanti a 11 e a 14 gli estrogeni e poi ha fatto una vaginoplastica a 17 anni ha ammesso di soffrire di depressione, disturbi alimentari e di non provare alcuna attrazione sessuale. La sua libido, a suo dire, è sostanzialmente zero.
Avery Jackson
Avery Jackson diventato improvvisamente famoso grazie alla cover del National Geographic intitolata Gender Revolution si è totalmente ritirato dalla vita pubblica. Secondo alcune fonti avrebbe persino cambiato nome. Transizionato socialmente dai 4 anni ha preso bloccanti dagli 8 anni e successivamente estrogeni a partire dagli 11. Avery ha lottato per anni contro attacchi di ansia e una grave depressione. Oggi non si identifica più come femmina ma non binary e ammette che la sua vita è stata rovinata, non si capisce se dall’attenzione dei media o dai farmaci. Secondo un’intervista a Le Media 442 non avrebbe più alcuna attrazione sessuale.
Difficile non attribuire la condizione di questi ragazzi ai danni di bloccanti come il Lupron, che vengono usati per castrare chimicamente i criminali sessuali. La stessa presidente di Wpath, Marci Bowers ha ammesso in un’intervista che i ragazzini che hanno assunto i bloccanti allo stadio Tanner 2 non hanno mai avuto un orgasmo.
Mackenzie McLelland
Non è andata meglio a Mackenzie McLelland, la giornalista americana immortalata sulla cover del New York Magazine nel 2021. All’epoca, aveva 37 anni, aveva già fatto un’isterectomia, una mastectomia e una falloplastica. Si è poi scoperto che era stata abusata da bambina, 5 anni, dal padre e aveva subito un aborto legato a quell’incesto. In un saggio su GQ del 2019 collegava il desiderio di transizione a quel trauma. Anche lei oggi si definisce come asessuale.
Danny Wakefield
È praticamente scomparsa dal radar Danny Wakefield, meglio conosciuta come Danny the Transdad, una donna in transizione rimasta inavvertitamente incinta. Nel 2023 Danny, che si definisce sui social un “non binary birther”, ebbe un figlio, Wilder, il cui sesso non è mai stato rivelato. La sua vicenda di “papà cavalluccio marino” venne ampiamente ripresa dai media tra cui il New York Post e il Daily Mail. Da anni Wakefield lotta contro disordini alimentari e gravi problemi di salute mentale che l’hanno portata molto vicina al suicidio. A un certo punto è rimasta disoccupata e per un periodo le hanno tolto anche il figlio. Non è dato sapere come stia davvero, non posta più compulsivamente su Instagram.
Oggi molti detransitioner pubblici come Keira Bell, Prisha Mosley, Chloe Cole descrivono lo stigma in seguito alla loro detransizione: perdita di amici, ostracismo, accusa di tradimento da parte della comunità trans o di fare il gioco della destra. È anche per questo motivo che per molti è difficile raccontare la propria esperienza e uscire pubblicamente da quello che è un vero è proprio culto. Ce lo ricordano involontariamente anche le parole di Elliot Page.
Martha Wolf
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