Proviamo orrore per la guerra a Gaza come per tutte le guerre nel mondo, di cui i bambini e le donne sono sempre le prime vittime e sulle quali non possono decidere nulla. Le guerre sono il peggiore metodo di risoluzione dei conflitti perché non risolvono nulla.
Più di 600 milioni di donne e ragazze vivono oggi e loro malgrado in situazioni di conflitto armato, con un aumento del 50 per cento dal 2017. Un ventennio dopo l’approvazione della risoluzione 1325 da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, risoluzione che impone una partecipazione egualitaria delle donne ai tavoli di mediazione e di pace, le donne costituiscono solo poco più del 9 per cento dei negoziatori.
Si deve continuare a lavorare perché la risoluzione 1325 venga pienamente applicata.
Rifiutiamo, d’altro canto, di prendere parte al perverso gioco social che rilancia e amplifica l’attivissima propaganda sul conflitto in Medio Oriente.
Le fake impazzano e servono a manipolare la pubblica opinione. I mass media partecipano al gioco delle fake per assecondare il sentimento mainstream. La propaganda è un’arma di guerra, oggi più che mai. Il consenso social è ampiamente manipolato da bot remunerati per rilanciare o per censurare notizie, gonfiandole o minimizzandole. Rilanciare queste notizie in grande parte non verificabili significa nei fatti essere embedded, impugnare un’arma e partecipare alla guerra.
Molte donne si lasciano più o meno inconsapevolmente coinvolgere e strumentalizzare, veicolando e facendo crescere odio e contribuendo ad allontanare ogni soluzione di pace. Quelle donne stanno combattendo un pezzo di guerra e probabilmente non se ne rendono conto.
Il popolo di Gaza sta molto soffrendo tra due fuochi: la dittatura dei terroristi di Hamas, che hanno avviato questa nuova durissima fase del conflitto con Israele con gli attentati del 7 ottobre 2023 e la cattura degli ostaggi -molti dei quali ancora detenuti, vivi o morti- e che impediscono ogni forma di libera espressione della volontà popolare, volontà di cui sappiamo ben poco, le voci dei palestinesi che si oppongono ad Hamas sono totalmente silenziate; e le conseguenze della terribile rappresaglia di Israele il cui governo -nonostante la contrarietà di molti israeliani- sembra intenzionato a procedere fino alla definitiva sconfitta di Hamas spingendo i gazawi a lasciare la Striscia.
News verificabili o fake aggiungono ben poco alla sostanza di una situazione di guerra feroce che sembra ancora molto lontana dalla prospettiva di una tregua.
Se l’obiettivo primo di Hamas e dell’Iran è la cancellazione di Israele –e lo è, da sempre- e dall’altra parte si pretende che i palestinesi sfollino dalla Striscia, l’idea di una soluzione negoziale appare sempre più lontana.
Intanto un risultato è stato ottenuto e consolidato, ed è del tutto a favore dei terroristi di Hamas e della teocrazia iraniana che li sostiene: un imponente rigurgito di antisemitismo che sta travolgendo soprattutto i progressisti occidentali. Nelle piazze si grida “Palestina libera dal fiume al mare” (ovvero: via Israele di lì); non è più così raro vedere negozi che impediscono l’ingresso a ebrei -una perversa forma di militanza- e un sentimento di paura si sta diffondendo nella cittadinanza ebraica.
Noi non smettiamo di sperare nella fine del conflitto -benché consapevoli di poter fare ben poco per questo- e che Netanyahu rinunci ai suoi progetti di aggressione definitiva come gli chiede anche una parte cospicua della sua cittadinanza. Ma continuiamo anche a rifiutarci, in una prospettiva di pace, di prendere parte attiva al lavoro della propaganda, invitando tutte le donne a non prestarsi, a vigilare e a non lasciarsi arruolare.
Non riusciamo e non vogliamo nemmeno, d’altro canto, immaginare un Medio Oriente senza Israele, e questo deve essere molto chiaro. Non solo per le ragioni storiche che ne spiegano l’esistenza. Vi sono altre importanti ragioni che raramente vengono nominate -quando non del tutto tabuizzate- e che invece qui intendiamo rappresentare con chiarezza.

Un Medio Oriente senza Israele spianerebbe la strada ai progetti di islamizzazione, che diventerebbero molto meno contrastabili. E come abbiamo visto più volte -a cominciare dall’Iran e dall’Afghanistan- islamizzazione significa anzitutto compressione dei diritti e delle libertà, a cominciare dai diritti e dalle libertà femminili.
Noi ci opponiamo con tutte le nostre forze all’islamizzazione dell’Occidente. Noi non intendiamo in alcun modo assecondare questa prospettiva suicida.
Si intravedono da molto tempo segnali preoccupanti, dai taharrush gamea rituali, importati in molti paesi europei per “mettere a posto le donne”, alla crescente diffusione di niqab e veli integrali soprattutto nelle aree metropolitane, imposti anche alle bambine; dai “recinti” nelle nostre piazze per ospitare la preghiera delle donne musulmane, all’importazione di usi e costumi che in tempi rapidi possono cancellare secoli di conquiste. Le nazioni occidentali sembrano volersi piegare a questa prospettiva, intesa come ineluttabile. Molte donne e molti uomini progressisti sembrano voler collaborare attivamente a questa evoluzione.
La scomparsa di Israele accelererebbe questo processo. La guerra a Gaza è anche il luogo di un civilization clash.
Come scrive Claudia Mancina, filosofa, studiosa del marxismo ed ex-parlamentare nelle file dei Democratici di Sinistra, “Hamas ha vinto la guerra dell’informazione. Tutte le storie, gli episodi, gli stessi numeri dei morti, vengono da lì . Come si fa a prendere per buone le notizie che hanno come fonte il “ministero dell’alimentazione “ di Hamas? Eppure è così. Israele ha sempre sottovalutato questo aspetto, fondandosi sulle sue ragioni e sul debito storico nei suoi confronti. Questa volta, però, le cose stanno andando diversamente che nel passato. Nuove generazioni di attivisti non sentono più il legame con la storia, e non hanno altra educazione politica che quella confusa e approssimativa che viaggia sui social tra rimasticature di autori peraltro seri, anche se discutibili, come Foucault e Said. In nome di una generica solidarietà con i popoli oppressi, si è sdoganato l’antisemitismo. Mentre crolla l’egemonia e quindi la protezione americana, il vecchio anticolonialismo diventa anti occidentalismo. È difficile immaginare come se ne uscirà”.
Di tutto questo, e dei rischi per noi donne, non possiamo e non vogliamo tacere. Non vogliamo più tenere noi stesse e le nostre vite in seconda fila, minimizzando la portata storica di questa possibile evoluzione.
Pur senza rinunciare al ripudio delle guerre come strumento di risoluzione dei conflitti e all’opposizione alla linea Netanyahu, “egoisticamente”, per noi e per le nostre figlie, vogliamo che Israele viva.
RADFEM ITALIA
Questo articolo è prodotto grazie a lavoro volontario.
Gran parte delle notizie che leggi qui non le troverai su nessun altro media.
Se pensi che nostro lavoro sia utile, grazie se potrai sostenerci.
Anche il più piccolo contributo è prezioso!

