Anche in Italia si apre -finalmente!- il dibattito sui bloccanti della pubertà

In notevole ritardo rispetto al Grande Nord europeo, alla Gran Bretagna all’Australia, ad alcuni stati USA -che hanno bruscamente frenato sull’uso del puberty blocker come “terapia” per bambine e bambini dai comportamenti non conformi al genere, anche in Italia si rompe finalmente il silenzio con una lettera indirizzata al governo da parte della Società Psicoanalitica Italiana, che invita alla prudenza e all’apertura di una discussione scientifica pubblica.

A seguire riproduciamo le interviste realizzate da Marina Terragni per Il Foglio e da Mara Accettura per La Repubblica al presidente degli psicoanalisti italiani Sarantis Thanopulos (nella foto).

La discussione si apre anche in Italia. Finalmente. E con il botto: una lettera aperta indirizzata a Giorgia Meloni, al ministro della Salute e all’Aifa in cui il presidente della Società psicoanalitica italiana, Sarantis Thanopulos, rappresenta la preoccupazione per “l’uso di farmaci finalizzato a produrre un arresto dello sviluppo puberale in ragazzi di entrambi i sessi a cui è stata diagnosticata una ‘disforia di genere’”. E si invita a considerare seriamente “le controindicazioni a questo trattamento” che il femminismo radicale ha definito senza mezzi termini “nuova lobotomia”.

Controindicazioni già considerate in paesi pionieri del cosiddetto “approccio affermativo”: in Gran Bretagna dove ha chiuso la Tavistock Clinic, principale centro per la somministrazione di questi farmaci e il servizio sanitario ha emesso nuove linee guida: dati gli effetti sconosciuti e il danno potenziale, i blocker saranno somministrati solo in contesti di protocollo di ricerca. In Svezia, dove il Karolinska Institute ha ammesso che i minori sono stati esposti al rischio di “gravi lesioni” e di “trattamenti errati” e che gli studi non sono sufficienti. In Norvegia e in Finlandia, dove nuove linee guida rilevano rischi come la demineralizzazione ossea e possibili effetti sul sistema nervoso centrale e sulla fertilità. Si frena perfino in Olanda, dove è nato il protocollo, e in Australia, mentre negli Usa migliaia di pediatri hanno fatto causa all’amministrazione Biden che li obbliga a prescrivere questi farmaci, denunciando una “medicina sperimentale che mette a rischio i pazienti”.

In Italia la Società Italiana di Pediatria parla invece di “dimostrata completa reversibilità dei sospensori puberali” (Repubblica ieri ha titolato “lite sui ragazzi che cambiano sesso”, seppure si tratti di un dibattito in corso e non di lite, ndr), fatto smentito da vari studi come quello pubblicato dal British Medical Journal secondo il quale i bambini trattati sperimentano “una crescita ridotta dell’altezza e della forza ossea”. In Italia l’uso off-label di triptorelina come bloccante della pubertà ha ottenuto nel 2018 l’ok del Comitato per la bioetica del governo (un solo voto contro, quello di Assuntina Morresi). Non è noto il numero di minori in trattamento “affermativo”, ma alcuni dati dall’estero possono dare l’idea: in Catalogna il numero di bambine diagnosticate disforiche è cresciuto del 5.700 per cento tra 2015 e 2021, in linea con il Regno Unito dove nel 2018 la ministra dell’Uguaglianza Penny Mordaunt segnalava una crescita del 4.000 per cento in un decennio.

Nella sua lettera anche Thanopulos definisce “sperimentazione” questi trattamenti.

“Le diagnosi” spiega al Foglio “spesso non vengono fatte da psicoterapeuti e sono affidate a ciò che raccontano i ragazzi o i loro genitori. I dati a disposizione non consentono un’attenta valutazione dei risultati, né è chiaro l’obiettivo da raggiungere. Per questo il trattamento con i blocker è sperimentale, non validato come metodo di cura e poco calcolato nelle sue conseguenze. E spera di risolvere il problema dell’incongruenza di genere portandolo da una posizione di “disforia” incerta a una stabile. Nei fatti impedisce una vera scelta, è un ‘proviamo a vedere che succede’”.

Un argomento dei sostenitori è l’elevato rischio-suicidio per questi bambini.

“Non esistono dati rigorosi, raccolti attentamente e controllati indipendentemente. Né studi sulla differenza in termini di suicidio tra ragazzi supposti transgender che prendono il farmaco e quelli che non lo prendono. Inoltre non c’è un’interpretazione adeguata della causa del possibile suicidio: è connessa alla ‘disforia’, a depressione o al malessere di vedere il proprio corpo ‘altro da sé’ manifestarsi pienamente? Non si capisce del resto come arrestandola pubertà per un periodo sarà poi meglio vissuta successivamente. Né come si possa raggiungere un’identità di ‘transgender’ o abbandonarla se si inibisce un fondamentale fattore della propria definizione sessuale: l’esplosione sessuale della pubertà. Il trattamento farmacologico non elimina l’incongruenza, l’esito non è un corpo altro da quello con cui si è nati. E con il proprio corpo è meglio imparare a convivere”.

Spesso vi è compresenza di disforia e di disturbi psichici come depressione, disturbi dell’alimentazione o dello spettro autistico.

“Per questo c’è bisogno di una diagnosi differenziale, ma pochi se ne occupano. Inoltre il non accordarsi con il proprio corpo non è cosa da niente. Il corpo è importante, non si può sbarazzarsene senza pagare un prezzo, la depressione è sempre in agguato”.

Lei è contrario all’uso di blocker in tutti i casi?

“E’ necessario un dialogo sul piano scientifico. Stiamo parlando del destino di bambini prima che loro siano in grado di definirlo da soli. C’è un problema etico. Spero che l’Aifa e il governo promuovano un dibattito serio”.

Scrivete che “solo una parte minoritaria dei ragazzi che dichiarano di non identificarsi con il loro sesso conferma questa posizione dopo la pubertà”.

“Prima della pubertà la maggior parte dei ragazzi non ha un’identità definita. Come si fa a stabilire se un minore è transgender se si inibisce la pubertà? Per la Spi tacere sarebbe un tradimento nei confronti dei suoi principi etici e scientifici e dei cittadini. Anche molti pediatri sono sensibili al problema, ma non hanno strumenti per affrontarlo e le loro associazioni scontano un problema dell’intera medicina: l’allontanamento dalla filosofia e dalla psicologia medica”.

Nella Società psicoanalitica c’è stata molta discussione riguardo a questa lettera?

“Si è discusso sul modo di comunicare, adottando termini che non facessero intendere il nostro comunicato come repressivo. Chiediamo che si apra un dibattito in cui ognuno possa avere la possibilità di esprimere in modo paritario la sua posizione”.

Cosa che finora non è stata possibile?

“Purtroppo da parte di alcuni medici e di psicologi non formati in psicoterapia e appiattiti sui modelli interventisti c’è una forte spinta al trattamento ormonale e spesso chirurgico. Non escludo che anche alcuni psicoterapeuti si schierino ideologicamente. E’ un peccato, perché se non modifichi chimicamente o chirurgicamente il corpo, questo corpo ha molte più possibilità di soddisfazione di un corpo manipolato che resterà sempre artificiale”.

Forse questi psicologi temono di essere ostracizzati se non assecondano il mainstream transgender.

“C’è una parte del mondo Lgbtq che affronta la questione delle differenze sessuali e di genere in modo politico, tenendo al centro il problema della discriminazione. Il problema nasce se la sacrosanta difesa del diritto a non essere discriminati diventa spinta all’omologazione, alla costruzione di definizioni nominali che si pretende di proporre come legalmente equivalenti. Sul piano dei diritti e delle possibilità siamo pari, ma non equivalenti. Una donna nel corpo di un uomo e una donna nel corpo di una donna sono cose differenti. Nel campo dell’amore e dell’erotismo ci deve essere libertà, non è un territorio giuridico”.

La sensazione è che l’ideologia transgender sia spinta fortissimamente: da chi e perché?

“Non dai transgender, credo, che vorrebbero solo essere riconosciuti e non disprezzati. Piuttosto, in un mondo in cui i giovani si sentono molto precari c’è una tendenza contagiosa a rappresentarsi come trans anche in segno di ribellione. Il problema è che la tendenza trans fa mercato economico, politico, culturale. E il rischio è che questo accada anche con la reazione anti-trans”.

Per i giovani la fluidità sessuale è un dato acquisito, lo dimostra la lotta per la “carriera alias” nelle scuole.

“In ognuno di noi ci sono la donna e l’uomo, l’eterosessuale e l’omosessuale. La definizione in un senso o in un altro consente di evitare la dispersione degli investimenti erotici. Non c’è coppia di amanti senza un terzo potenziale che la potrebbe mettere in crisi. La libertà non sta nelle formule – binario, non binario – ma nella complessità delle nostre relazioni. La fluidità ha due aspetti: la bisessualità, che è sempre esistita, e l’indecisione tra sentirsi donna o uomo che in gran parte deriva dalla difficoltà di definirsi in un coinvolgimento erotico profondo. Nelle esperienze d’incontro in superficie ci sentiamo più al sicuro. La fluidità è la riserva nei confronti di un impegno nel rapporto con l’altro, sentito come foriero di delusione e di dolore. E’ un disimpegno, una forma di immobilità”.

Un consiglio per i genitori di bambine/i che non si riconoscono nel sesso di nascita.

“Non contrastare né assecondare. Ascoltare il disagio, ma anche le fantasie e i pensieri. Non trattare i figli come mostri né come eroi. Non prendere una strada ideologica e dare ai figli il tempo di maturare una scelta. Può essere utile il dialogo con uno psicoterapeuta che non miri a una ‘guarigione’ ma all’elaborazione di un modo di stare nella vita che può prendere una strada piuttosto che un’altra”.

Marina Terragni

(Questo articolo è stato pubblicato sul Foglio il 20 gennaio 2023)


L’allarme degli psicoanalisti: “Molto preoccupati dall’uso dei farmaci che bloccano la pubertà”

Intervista a Sarantis Thanopulos di Mara Accettura

La Società Psicoanalitica Italiana ha rotto il silenzio. E in una lettera indirizzata a Giorgia Meloni il presidente Sarantis Thanopulos esprime “grande preoccupazione per l’uso dei farmaci finalizzato a produrre un arresto dello sviluppo puberale in ragazzi di entrambi i sessi a cui è stata diagnosticata una ‘disforia di genere’, cioè il non riconoscersi nel proprio sesso biologico”. I bloccanti della pubertà, usati anche in Italia off label, sono farmaci sperimentali che mettono il corpo in pausa. Oggi sono sotto accusa in parte dell’Europa e degli Stati Uniti perché, secondo il British Medical Journal, non solo non ridurrebbero la sofferenza dei minori disforici, ma avrebbero un effetto negativo sulla struttura ossea e lo sviluppo sessuale.

È la prima volta che una società scientifica medica prende posizione su questo tema controverso in Italia.

“All’inizio pensavamo che fosse un fenomeno americano e sapevamo poco dell’Italia. Ho sentito il bisogno di indagare dopo aver letto un articolo sul New York Times e mi sono molto preoccupato. Ho detto all’esecutivo della società che come SPI non potevamo tacere, certo rischiamo di creare il finimondo”.

Scrivete in uno dei punti che “la diagnosi non può essere oggetto di attenta valutazione finché lo sviluppo dell’identità sessuale è ancora in corso”. Cosa vuol dire?

“Mi pare che siamo totalmente nell’irrazionale. Come fa un ragazzino o una ragazzina che non ha vissuto il momento fondamentale della vita che è lo sviluppo sessuale a definirsi? Secondo le statistiche, solo una piccola parte dei minori che hanno questa disforia, cioè che si sentono diversi – e tutta la diagnosi si basa su quello che dicono senza approfondire – confermano la scelta più avanti. Ma come faranno a fare una scelta senza vivere la pubertà?”.

La Società Italiana di Pediatria, però, è pro bloccanti. Dicono che i bloccanti sono una pausa. Si può comunque tornare indietro. Ma omettono di aggiungere che la maggior parte di chi li assume – il 98% – poi procede con gli ormoni. E eventualmente con la chirurgia.

“Non sono una pausa e poi nessuno sa quali siano davvero gli effetti, anche se sembrano significativi. Noi comprendiamo del tutto le persone che soffrono di disforia. Ma non bisogna creare confusione. Non è che se io “sospendo” un corpo passo in un altro corpo. Avrò un corpo che non è sviluppato sul piano sessuale. Non si può costruire un corpo di donna artificiale, e quindi sospenderlo in attesa che abbia la sua identità significa inibire il corpo di un uomo.

Noi siamo esseri psichicamente bisessuali. Esprimiamo una scelta nel corso della nostra vita, ma ognuno di noi ha una parte femminile e una maschile. Tutte queste cose non vengono minimamente prese in considerazione. Ma in che mondo viviamo?

Meno si tocca la pubertà e meglio è. Le modalità per accompagnare i bambini e ascoltare le loro vicissitudini ci sono, c’è la psicoterapia. Non vogliamo imporre nulla ma bisogna parlarne. In Italia non ci sono dati sulle transizioni. Se mai ci dovessero convocare bisogna partire da lì”.

Seguite casi di minorenni in transizione?

“Ne abbiamo. La situazione è molto complessa, bisogna capire di che si tratta, accompagnarli non tanto a capire che cosa sono ma che cosa vivono e dare loro gli strumenti che poi gli permetteranno di decidere. Prima o durante la pubertà siamo in fase pre-omosessuale e pre-eterosessuale, definire una identità è un azzardo.

Certamente c’è una grande pressione da parte della dimensione medica a portarli su quella strada, a forzarla e questa non è una cosa buona”.

Perché?

“Perché da una parte c’è un’ideologia che pensa di difendere le persone imponendo delle categorie, mentre bisogna diffondere tolleranza e combattere le discriminazioni.

E dall’altra c’è una evidente pressione del modello biomedico e delle case farmaceutiche. In questa situazione confusa e contaminata tacere, da parte nostra, rischia di diventare opportunismo”.

Non teme di essere attaccato dalla comunità Lgbt?

“Lo sono già. Mi dicono pure che sono un meloniano perché ho scritto al governo in carica. Ma a chi dovevo scrivere? Al presidente della Lega Calcio?”.

Mara Accettura 

(Questo articolo è stato pubblicato su La Repubblica il 19 gennaio 2023)

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