A ottobre scorso Lily Phillips, una ragazza londinese di 23 anni che si prostituisce su OnlyFans da quando ne aveva 18, ha mantenuto la promessa che aveva fatto ai suoi clienti. In un palese atto autodistruttivo si è fatta penetrare da 100 di loro nel corso di una giornata. Una catena di montaggio in cui è stato messo in scena non il sesso ma un rito collettivo di potere e umiliazione, quello del porno.
Il corpo di Lily, che si definisce una “English cunt” -fica inglese- è stato mercificato per sua stessa volontà e lei ha monetizzato questa degradazione che, non è difficile pensare, avrà serie conseguenze sulla sua salute mentale e fisica.
Il documentario, uscito in questi giorni su YouTube, I Slept With 100 Men in One Day, (e quel “slept” è naturalmente un eufemismo) è incentrato su di lei. Nessuno dei 100 uomini si è fatto riprendere in faccia o riconoscere. La telecamera ha oscurato i volti e deformato le voci dei pochissimi che hanno parlato oppure ne ha ripreso solo le gambe in una stanza di un b&b a Kensington dove aspettavano il proprio turno. Questo offuscamento di responsabilità la dice lunga sui clienti che sono potuti tornare alla loro vita come se niente fosse e sull’ipocrisia di chi dice “sex work is work”, un lavoro come un altro. Alla fine della giornata l’odore rimasto nella stanza, il pavimento tappezzato di confezioni di preservativi, era sconvolgente.
Il fatto che ci sia stato consenso non nega la violenza di quello che è successo. Alla fine di questa maratona Lily Phillips è stata filmata in lacrime, tutt’altro che empowered. «È stato intenso», ha commentato. Di 100 uomini ne ricordava appena cinque o sei. E si dispiaceva pure per aver potuto dedicare così poco tempo a chi era venuto da fuori: due minuti e mezzo, tre minuti. Per molti di loro troppo pochi per avere un orgasmo.
Ma chi si aspettava un ravvedimento, un cambiamento, è rimasto deluso. Il giorno dopo Phillips ha inaspettatamente rilanciato annunciando che a febbraio farà sesso con 1000 uomini in un giorno. Un record per cui potrebbe morire. La dichiarazione kamikaze ha rivelato la macchina infernale di OnlyFans, una piattaforma creata e manovrata dagli uomini per soddisfare i loro desideri, talmente competitiva che le donne, apparentemente in controllo, devono creare sempre nuovi contenuti, uno più spericolato dell’altro, per sfondare. Un ambiente tossico per entrambi i sessi.
Il malinteso concetto di libertà di Lily, in cui si è imprenditrici di se stesse perché si “sceglie” di diventare schiave sessuali – propagandato dal femminismo liberal che inneggia al sex work – è molto pericoloso. Nessuna scelta avviene nel vuoto. E non è questione di morale: questa messa a disposizione del corpo danneggia la stessa integrità della donna ed è il pilastro di un sistema nel quale le donne sono semplici oggetti o esseri umani di serie B. Nella sua amnesia Phillips si è totalmente dissociata da quello che le stava capitando, la tipica reazione di chi subisce un trauma. Il suo “numero” è un tassello nella cultura dello stupro legalizzato.
Cento uomini per Lily Phillips, poco meno di 100 per Gisèle Pelicot, stuprata a sua insaputa da uomini invitati dal marito – che filmava tutto e con cui credeva di avere uno splendido rapporto -, marito che l’ha drogata per dieci anni: la sentenza è attesa per il 20 dicembre. Gisèle non si è affatto dissociata da quello che ha subito, è stata forzatamente dissociata con l’uso di farmaci. Ha affrontato le udienze a volto scoperto, in un gigantesco atto di coraggio, prima con gli occhiali da sole e poi senza, mentre gli stupratori in fila fuori dell’aula cercavano in tutti i modi di nascondersi dalle telecamere, come nel caso dei violentatori di Phillips.
Gisèle non ha voluto niente di quello che le è stato inflitto. Gli uomini, a cominciare dal marito, hanno brutalizzato una donna nuda, immobile, passiva, incosciente. Lily invece ha creduto di volere: ma anche nel suo caso quello che è stato comprato dagli uomini è stato il suo non-volere, la sua sottomissione, l’assenza di reale coscienza, l’essere una cosa dominata e violata, il tutto travestito da autodeterminazione.
Il corpo di Lily ha voluto dimenticare, Pelicot invece ha voluto in ogni modo ricordare, per se stessa e per tutte, e rinunciando all’anonimato, ha abbattuto il tabù della vergogna. Ha acceso la luce, ha aperto le finestre, ha cambiato l’aria. A 72 anni non sa nemmeno lei se avrà il tempo di elaborare l’orrore e di superarlo ma nessuno la dimenticherà: quella faccia, quella dignità, sono diventate uno specchio per gli stupratori.
Gisèle Pelicot ha trasformato la sua discesa all’inferno in rivoluzione. Ha offerto alle donne un altro frame per affrontare lo stupro. “La vergogna deve cambiare parte” è ormai uno slogan femminista. Leggere che c’è stata un’altra donna stuprata in un processo a porte chiuse è cosa ben diversa dall’obbligare il mondo a farsi testimone. I violentatori non sono alieni ma mariti, amici, padri, figli, fratelli di qualcuna di noi. Che si tratti di una piattaforma globale o di una casa privata esporre gli uomini che rimarrebbero volentieri nell’ombra è un atto necessario.
Prima di affrontare il cimento dei 1000 uomini che la stupreranno Lily dovrebbe leggere la storia di Gisèle che ha una qualità mitica, destinata com’è non solo a cambiare le regole ma a rimanere nella storia. Difendendo se stessa ha difeso tutte noi, per questo le siamo grate.
Forse potrà difendere anche Lily dalla sua stessa resa alla violenza maschile.
MARA ACCETTURA e MARINA TERRAGNI
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