Vietato credere che gli uomini non sono donne. Grover perde l’appello contro la transidentificata Tickle
L'imprenditrice australiana è stata condannata a pagare spese processuali peer circa 120mila dollari. La causa ha messo in luce l'assoluta follia della legge australiana

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Giornata nera per i diritti delle donne. Sall Grover, la fondatrice dell’app per donne Giggles, ha perso l’appello contro la transidentidicata Roxanne Tickle. La sentenza dimostra quanto l’apparato ideologico che sostiene l’identità di genere sia penetrata nella legislazione australiana fino a falsificare la realtà. Grover è stata condannata a pagare 20mila dollari più i costi legali, fino a 100mila dollari. Una punizione esemplare per chi osa credere che gli uomini non sono donne.

Roxanne Tickle

Questa storia è iniziata quattro anni fa quando Tickle, nato maschio e transizionato legalmente e chirurgicamente, si è iscritto all’app che voleva essere uno spazio dove le donne potessero condividere esperienze, foto e risate. Dopo alcuni mesi è stato identificato come maschio e messo alla porta. Nel 2022 ha fatto causa per discriminazione indiretta e nel 2024 l’ha vinta. Grover ha fatto appello alla Corte Federale raccogliendo fondi con un crowdfunding a livello mondiale e oggi ha ancora perso. «Sono assolutamente devastata», ha commentato oggi Grover. «In Australia gli uomini che dicono di essere donne hanno più diritti delle donne. Sono le donne a essere discriminate non gli uomini che dicono di esserlo. Ma in un certo senso nulla è cambiato: tutti ci sveglieremo domani e gli uomini non saranno ancora donne».

Bisogna dire che la sentenza ha messo in luce la follia assoluta della legge australiana. Per quanto scioccante i giudici, due donne e un uomo, hanno condannato Grover sulla base del Sex Discrimination Act. Facciamo un passo indietro: nel 2013 il governo laburista di Julia Gillard lo aveva modificato svuotando il significato di uomo e donna e aggiungendo l’identità di genere come attributo protetto da contrapporre al sesso biologico. Il Sex Discrimination Act, nato proprio per proteggere le donne, si è rivelato una mannaia per sacrificarle sull’altare dell’identità di genere. Una cosa del genere stava accadendo di sottecchi anche in Italia con il ddl Zan. Se nel 2021 fosse passato ci saremmo ritrovate nella stessa situazione.

Il caso sta diventando sempre più politico. La parlamentare liberale Melissa McIntosh, ministra ombra per le Pari opportunità la famiglia, ha definito la sentenza un duro colpo ai diritti delle donne aggiungendo che è arrivato il momento di rivedere il Sex Discrimination Act. «Le nostre leggi hanno bisogno di funzionare a favore delle donne australiane, non contro».

Intanto Sall Grover non si dà per vinta e porterà il caso all’Alta Corte.

Marta Wolf


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