“È importante farlo in un Paese dove è legale.”
Così un’operatrice dell’agenzia Gestlife spiega come accedere alla maternità surrogata evitando i vincoli della legge italiana, che vieta questa pratica anche all’estero.
Il sito dell’agenzia, disponibile anche in italiano, promuove programmi di gestazione per altri rivolti a clienti stranieri, inclusi i nostri connazionali. Nei materiali informativi forniti ai potenziali clienti, vengono descritti nel dettaglio percorsi, costi e modalità operative per accedere al servizio in Paesi come Ucraina, Georgia e Albania.
Nei dossier, Gestlife assicura che i genitori possono avviare il percorso anche dall’Italia, affidando all’agenzia il trasferimento del materiale genetico verso il Paese di destinazione.
Il percorso
Il sito e i documenti commerciali presentano l’offerta come un servizio completo: programmi differenziati per tipologia di cliente, assistenza legale e sanitaria, scelta della destinazione. L’azienda si definisce uno studio legale internazionale con filiali in più Paesi e centinaia di professionisti coinvolti nei percorsi di maternità surrogata. I costi sono esplicitati nei materiali: per un programma in Ucraina si parte da oltre 60 mila euro, con pagamenti suddivisi fino alla nascita del bambino.
La telefonata
Per verificare come il percorso venga proposto ai clienti italiani, contattiamo uno dei numeri indicati sul sito, fingendoci una coppia interessata. Veniamo richiamati da un’operatrice. Il numero è spagnolo ma è collegato ad uno studio legale con sede in Albania. Il tono è rassicurante, orientato a superare ogni ostacolo. Alla domanda sull’illegalità della pratica in Italia, la risposta è immediata:
“È importante che il percorso venga fatto in un Paese dove è legale.”
Quando si solleva il problema del rientro in Italia, l’operatrice entra nel dettaglio:
“I neonati vengono registrati con la nazionalità del padre biologico, ma per il consolato sono automaticamente figli di entrambi i genitori. E quando rientrate, il bambino ha già i documenti italiani.”
Nel caso in cui nessuno dei due genitori sia biologicamente legato al bambino, viene ammessa una possibile criticità, ma considerata remota:
“Solo in caso di controlli con DNA potrebbero esserci problemi. Ma non succede.”

La donna ci assicura che in tredici anni di attività non c’è stato mai un caso di bambino sottratto ai loro clienti. Neanche da quando in Italia è passata la legge che punisce chi va all’estero per comprare un bambino.
La consegna del neonato
La conversazione prosegue con la descrizione del percorso proprio come se fosse l’acquisto di un prodotto: selezione della gestante, organizzazione del parto, consegna del neonato subito dopo la nascita.
“Sarete in una stanza accanto alla sala parto, pronti ad accogliere vostro figlio ed ad avere subito il prezioso contatto a pelle.”
Alla domanda su eventuali rapporti con la donna che porta avanti la gravidanza, la risposta è netta:
“Le donne che decidono di fare le gestanti in questi percorsi, lo fanno per lavoro, così come le persone che si affidano a noi, quasi mai sono benestanti, ma poveracci che si vendono la casa, pur di riuscire a diventare genitori”.
Costi e modalità
L’operatrice conferma i costi indicati nei documenti e spiega che i pagamenti vengono effettuati con causali legate a servizi legali o di consulenza. Nei dossier forniti dall’agenzia, i pagamenti sono suddivisi in più tranche, dalla firma del contratto fino alla nascita del bambino. Il prezzo varia a seconda del Paese. In Ucraina o Georgia, il costo va dai 70 agli 80mila euro, Albania e Grecia sui 100mila euro e se scegli gli Stati Uniti si arriva ad una spesa di almeno 200mila euro.
Come evitare i controlli
Alla domanda su come gestire il ritorno in Italia senza destare sospetti, l’operatrice suggerisce soluzioni pratiche:
“Molte clienti acquistano pance finte e simulano la gravidanza.”
E aggiunge:
“Se qualcuno sospetta, può dire che ha adottato. Non possono provarlo”.
Le indicazioni fornite telefonicamente coincidono con quanto descritto nei materiali informativi dell’agenzia: un sistema strutturato che propone a clienti italiani percorsi di maternità surrogata all’estero, includendo indicazioni operative anche sul rientro in Italia.
Un servizio presentato come assistenza alla genitorialità, che si sviluppa però in un quadro normativo che vieta esplicitamente questa pratica per i cittadini italiani.
“Niente paura”: come viene venduto il percorso
Non solo telefonate. In una comunicazione inviata a potenziali clienti italiani, una consulente dell’agenzia fa riferimento ai “cambiamenti normativi” che avrebbero generato “dubbi e timori”, proponendo un colloquio per “fare chiarezza” sul percorso.
“Il desiderio di costruire una famiglia è qualcosa di prezioso, che merita di essere accompagnato da informazioni corrette, consapevolezza e serenità. Per questo, vi propongo di fissare un appuntamento con me, in qualità di consulente familiare, così da poter analizzare insieme la vostra situazione, ascoltare i vostri dubbi e aiutarvi a orientarvi in modo più chiaro e consapevole” scrive Loredana Angeletti di Gestlife.
Dopo un primo contatto, viene offerta la possibilità di confrontarsi anche con “professionisti esperti” e con “un avvocato penalista”, segno che la gestione dei profili legali è parte integrante del servizio.
Il tono è rassicurante e punta a superare le incertezze: l’obiettivo dichiarato è accompagnare una scelta “in modo consapevole e sereno”, nonostante i divieti previsti dall’ordinamento italiano.Un approccio che conferma come il percorso venga strutturato per rendere aggirabili, nei fatti, i limiti della legge italiana.
La risposta della Farnesina
Ma cosa succede davvero al rientro in Italia?
L’Unità per la Comunicazione del Ministero degli Affari Esteri spiega che le rappresentanze diplomatiche e consolari “provvedono a segnalare alle Procure italiane tutte le ipotesi di reato di cui vengano a conoscenza”, comprese quelle legate alla maternità surrogata.
“Tuttavia, in presenza di un atto di nascita valido formato all’estero – spiega in una Pec il ministero degli Affari Esteri – ma con sospetto ricorso a tecniche di surrogazione di maternità, le nostre Sedi procedono con la richiesta di trascrizione ai Comuni, inviando contestualmente la segnalazione di ipotesi di reato alla Procura della Repubblica competente, per le successive eventuali valutazioni delle nostre autorità giudiziarie, facendo altresì presente ai connazionali interessati le conseguenze derivanti dalla violazione dell’ordinamento italiano”.
Negli ultimi due anni le segnalazioni da parte delle ambasciate sono state circa 150 e hanno riguardato soprattutto l’Ucraina e, in misura minore, Georgia e Albania.
Un meccanismo che, di fatto, interviene dopo la nascita e il rientro del bambino, lasciando aperto il nodo dei controlli preventivi e delle verifiche sul legame biologico tra minore e genitori dichiarati.
Francesca Meschieri
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