USA, scontro tra democratici e repubblicani sui trans nello sport femminile

È stata appena approvata alla Camera dei Rappresentanti la proposta di legge HR 734, nota come Legge sulla protezione delle donne e delle ragazze nello sport del 2023. Sostenuta dai repubblicani, viene riassunta così sul sito del governo: “Questa proposta di legge vieta in generale ai programmi scolastici di atletica di consentire a individui il cui sesso biologico alla nascita era maschile di partecipare a programmi destinati a donne o ragazze.

Ma pochi giorni fa il presidente Biden ha fatto sapere che se la legge verrà approvata anche al Senato, lui porrà un veto.

Il tema transgender, o del transumano, tocca molti ambiti della vita e della società, ma lo sport è uno dei più importanti politicamente perché cattura l’attenzione della gente. E se si aggiunge il tema dell’istruzione dei giovani -caro a un paese dove molte famiglie rivendicano il diritto di educare i figli secondo i propri valori, e dove allo stesso tempo l’eccellenza nello sport può portare a una rapida scalata sociale- la questione diventa bollente.

In molti stati -ormai più di una ventina- i repubblicani hanno raccolto le richieste di giovanissime atlete (come l’ex “ragazza più veloce del Connecticut”) e fatto approvare leggi per “salvare lo sport femminile” almeno a livello scolastico, affinché corpi maschili non siano ammessi a gareggiare con le ragazze rubando loro trofei che si traducono poi in borse di studio e opportunità di iscriversi a università prestigiose. La proposta di legge HR 734 vorrebbe fare lo stesso a livello federale.

Ma la trans-lobby -che ha come interlocutore politico proprio il partito democratico fin dall’epoca del trans President Obama- si oppone sbandierando -a sproposito- la parola “diritti”.

Biden si è fatto voce della trans-lobby, presentando nella sua dichiarazione ufficiale la legge HR 734 come un tentativo di “discriminare le ragazze transgender”, un’affermazione falsa perché i soggetti rimangono liberi di praticare lo sport competendo nella loro categoria di nascita: quella maschile. Oppure confrontandosi con le ragazze ma fuori concorso, in una modalità che non privi le ragazze delle opportunità offerte dallo sport agonistico.

Dunque Biden, con una certa forzatura, cerca di proporsi come “mediatore” dei diritti transgender e dei diritti delle donne e delle ragazze -in effetti il partito democratico cerca di guadagnare il voto delle donne promettendo loro di legalizzare nuovamente l’aborto, dopo la mossa dei repubblicani di annullare la sentenza Roe v. Wade, mai trasformata in legge.

Biden però nel suo comunicato non nomina mai le ragazze o le studentesse, e usa rigorosamente un linguaggio neutro. Si preoccupa però che agli studenti transgender -“anche quelli delle scuole elementari” specifica Biden- non venga negato di poter “giocare in una squadra coerente con la loro identità di genere”, rifiutando dunque di riconoscere l’importanza dei corpi e della differenza sessuale, da sempre il criterio guida nello sport.

La mediazione tra diritti delle ragazze (i diritti basati sul sesso) e quelli dei ragazzi che si sentono donne (basati sull’identità di genere) riguarderebbe lo sviluppo di non ben definite “regole di partecipazione che siano eque e che tengano conto dei particolari sport, dei livelli di istruzione e dei livelli di competizione”.

Ma, come leggerete a seguito, non ci può essere equità in una competizione tra corpi maschili e corpi femminili.

Maria Celeste


Negli Stati Uniti la proposta di legge HR 734 porta al livello più alto il tema delle atlete transgender, biologicamente di sesso maschile. Il tema di per sé non dovrebbe essere affrontato sulla base degli schieramenti destra e sinistra -come ad esempio non avviene per il doping- trattandosi in sostanza di garantire l’equità e proteggere un diritto femminile ottenuto 50 anni fa con il Title IX.

Il Title IX fu introdotto per garantire alle ragazze pari opportunità sportive rispetto ai ragazzi nelle scuole e college e ha permesso grandi progressi nel numero di ragazze partecipanti, squadre femminili e interesse di pubblico e fondi per lo sport femminile.

Nancy Hogshead-Makar, ex nuotatrice tre volte campionessa olimpica, è tra le principali specialiste del Title IX e sta mettendo in guardia da tempo sulla discriminazione che avviene ogniqualvolta si faccia partecipare un atleta maschio contro le atlete, sostenuta da centinaia di atleti olimpici e paralimpici.

Purtroppo il suo appello e quello di tante altre associazioni a difesa dello sport femminile (Save Women’s Sports, ICFS, Icons Women, Boys vs Women, ecc.) non è stato ascoltato.

Il Dipartimento per l’Educazione il 13 aprile ha pubblicato una proposta per modificare l’interpretazione del Title IX con un linguaggio di pseudo-compromesso in modo da autorizzare le regole di partecipazione sportiva basate sul sesso biologico solo se “giustificato da un obiettivo educativo”, aprendo così ad una partecipazione di corpi maschili basata sull’autopercezione. Una mossa incomprensibile dal punto di visto etico-sportivo, che danneggia le atlete proprio con lo strumento legislativo che dovrebbe tutelarle.

Se questa proposta passasse, si andrebbe verso la scelta di regole di partecipazione “caso per caso”, con una prevedibile lunga serie di casi legali di presunta discriminazione (vedere qui).

Lasciare ai giudici queste decisioni non è affatto una buona idea: si pensi ad esempio alla sentenza del giudice Patrick Diamond che vieta tutte le attività della USA Powerlifting nello Stato del Minnesota per aver “discriminato” un maschio biologico che si identifica come donna in una gara di sollevamento pesi (vedere qui). Ma è sufficiente una rapida ricerca per sapere che i maschi hanno in media un vantaggio del 30-40% sulle donne nel sollevamento pesi.

Ma la notizia più rilevante arriva il 17 aprile: con un comunicato l’Amministrazione USA fa sapere che si oppone fortemente alla proposta di legge HR 734 per la protezione delle ragazze e donne nello sport classificando la proposta di legge come discriminatoria e arriva a avvertire che se arrivasse al Presidente Biden metterebbe il suo veto.

Se a livello federale l’annuncio del veto è una pessima notizia, questa è almeno in parte compensata dai singoli Stati che si stanno muovendo facendo approvare leggi con l’obiettivo di proteggere lo sport femminile: al momento sono una ventina e potrebbero diventare la maggioranza nei prossimi mesi (vedere qui).

Se il buon senso non fosse sufficiente per prendere decisioni valide, si può approfondire ascoltando la scienza. Il vantaggio iniquo è dimostrato da 16 studi scientifici, tutti concordi nel riscontrare il permanere di un vantaggio dei corpi maschili sulle donne anche dopo aver ridotto il livello di testosterone per un lungo periodo (6 mesi – 14 anni).

L’etica e i valori dello sport richiedono che non vi sia un vantaggio iniquo: gareggiare in una categoria diversa da quella del sesso biologico va contro questo principio. Questo diventa particolarmente evidente quando si analizzano le posizioni in classifica prima e dopo la “transizione”, che non sono affatto analoghe: emblematico il caso di Will/Lia Thomas, passato dal 462° posto negli USA al 1° nella classifica femminile.

Ma parlare dell’iniquità dei corpi maschili nelle gare femminili è quasi un tabù negli USA: due settimane fa l’atleta Riley Gaines, una delle nuotatrici danneggiate dalla partecipazione di Thomas, è stata aggredita, insultata e minacciata all’Università San Francisco State, dove stava descrivendo la sua esperienza e rivendicando il diritto di partecipare alle gare in condizione di equità (qui la notizia).

A volte all’iniquità si aggiunge il rischio di danni fisici per le donne che competono con i trans-atleti, in particolare avviene negli sport di contatto. Per esempio, nell’ottobre 2022 Payton McNabb ha subìto danni fisici e psicologici a seguito di una schiacciata di un giocatore di pallavolo transgender nella Carolina del Nord.

Se poi non fossero ancora sufficienti il buon senso, la scienza e i valori dello sport si dovrebbe almeno tener conto della democrazia e dell’opinione della maggioranza della popolazione: negli Stati Uniti la grande maggioranza dei cittadini (58% – 17% PEW 2022; 62% – 34% Gallup 2021) è per competizioni sportive nella categoria contraddistinta dal sesso biologico, la quasi totalità tra l’elettorato repubblicano e con l’elettorato democratico spaccato sul tema.

Anche in altri Paesi si trovano percentuali simili e con scarto ancora più accentuato. Interessante l’evoluzione registrata da YouGov nel Regno Unito, non solo la maggioranza è perché lo sport femminile sia solo femminile, ma il sostegno diventa più schiacciante con il passare del tempo: lo scarto era del 21% nel 2018 e diventa del 45% nel 2022 (61% – 16%). (Vedere qui.)

Non c’è dunque l’intento di privare nessuno del diritto di praticare sport come viene detto spesso in malafede, ma piuttosto di continuare la pratica dello sport all’interno della categoria come avviene senza obiezioni anche per l’età, disabilità, peso, ecc. La percezione di genere così come la religione, le idee politiche, l’orientamento sessuale, ecc. non hanno rilevanza nelle categorie sportive.

Sono voci degli stessi transgender a manifestare la contrarietà a questa “inclusione”. Caitlyn Jenner già campione olimpico ha dichiarato: “È una questione di equità e dobbiamo proteggere lo sport femminile nelle nostre scuole”. Così anche Renée Richards, che ha disputato partite di tennis femminile negli ’70 pur essendo biologicamente maschio, in anni più recenti ha dichiarato di essere d’accordo con Martina Navratilova: quando si tratta di sport è una questione di biologia e di equità. Questo sgombera il campo da accuse pretestuose di transfobia anche perché non riguarda chi si definisce transgender ma la presenza di corpi maschili negli sport femminile (non il viceversa).

Quando le Federazioni fissano regole non adeguate e non vengono ascoltate le atlete danneggiate che chiedono equità, si sono rese necessarie delle azioni di protesta di atleti per denunciare regole inique. Tra queste, notevole l’iniziativa di self-id come provocazione del più forte sollevatore neozelandese, che seguendo la procedura si è potuto iscrivere nelle gare femminili e si prepara a battere tutti i record femminili a giugno a meno di un frettoloso dietrofront degli organizzatori (vedere qui).

L’Italia non è esente da criticità: risolto almeno per ora il caso di iniquità di Valentina Petrillo grazie alla decisione della World Athletics, resta sul tema un’informazione parziale e carente, ad es. quasi invisibile la notizia di Hubbard vincitore della coppa del mondo a Roma nel 2020 (cat. 87+ kg) o la partecipazione del ciclista Kate Weatherly nella Val di Sole alla Mercedes Benz UCI World Cup nel 2018 e 2019.

Marco Alciator

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