Uomini incintA e altre meraviglie
La salute di "Marco", trans FtM incinta al quinto mese imbottita di testosterone e quella del suo bambino sono il minore dei problemi. Quello che conta per la stampa liberal che parla di "rivoluzione antropologica" è se "Marco" si dovrà chiamare madre o padre. Ma solo una donna può partorire anche se all'anagrafe il suo nome è maschile. In questo non è cambiato nulla dalla notte dei tempi. Intanto il fronte trans perde colpi: in un anno crollato del 60 per cento il numero di iscritti al WPATH, la più grande organizzazione per la salute transgender

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La Repubblica online titola con triplo salto mortale sul “giovane rimastO incintA”: incinto non si osa nemmeno al transfilico gruppo GEDI.

La storia è quella di “Marco”, ragazza in terapia con testosterone per assumere sembianze più simili a quelle di un uomo: barba, voce più grave -non per “diventare maschio” perché il sesso non può essere cambiato e ogni sua singola cellula resterà dannatamente XX-. “Marco” aveva conservato utero e ovaie e in seguito a un rapporto sessuale etero (un rapporto gay, direbbe lei/lui) è rimasta incinta. Ora è al quinto mese di gravidanza e non si capisce quali possano essere stati gli effetti dell’assunzione di testosterone sul feto e anche sulla gestante, essendo il suo corpo imbottito di estrogeni da gravidanza oltre che di ormoni maschili, cosa che non fa bene alla salute. Al momento la terapia cross sex è stata sospesa.

A meno che non vengano verificate gravi malformazioni del feto o seri rischi per la salute della madre, l’aborto terapeutico -siamo oltre i limiti concessi per l’IVG- per la legge 194 non può essere praticato. Un dramma.

Ma anziché i possibili danni per la creatura e la gestante il problema sembra essere se lei/lui si dovrà nominare madre o padre. Non dovrebbero esserci dubbi: un essere umano che partorisce un altro essere umano è sua madre.

Tempo fa il giornalista britannico Freddy McConnellanche lui maschio per la legge avendo ottenuto il cambio anagrafico ma femmina a livello genitale- era stato protagonista di un caso analogo: incinta in seguito a fecondazione assistita, quindi in piena consapevolezza – e con sospensione del testosterone- aveva partorito un bambino, ma pretendeva che lo stato civile la registrasse come padre e non come madre. In seguito al rifiuto da parte delle autorità ha iniziato una battaglia legale che ha perso in tutti i gradi di giudizio: sulla sua storia è stato realizzato il docufilm Seahorse (Cavalluccio Marino) presentato nel 2019 al Tribeca Film Festival.

Nel 2022 McConnell ha messo al mondo un secondo bambino, di cui non è il padre ma la madre.

Alcuni pensosi opinionisti hanno parlato -sempre su La Repubblica– di “nuova frontiera” e di “rivoluzione antropologica”. In verità non c’è nulla di più antico e meno rivoluzionario del fatto che solo una donna può partorire, e di conseguenza chi partorisce non può essere padre a prescindere dalle correzioni anagrafiche concesse dalla legge.

Se “Marco” per la legge è un uomo, per la natura che le sta consentendo di gestare è una donna e quindi una madre, non possono esserci dubbi. E’ il suo corpo di donna che partorirà. Il precedente McConnell dovrebbe illuminare.

Nel frattempo il fronte trans mostra segni di fatica: il WPATH, massima organizzazione globale per la salute transgender, in un solo anno ha visto calare il numero di iscrizioni da 4119 a 1590, tracollo che si è verificato soprattutto negli USA. La perdita di credibilità è dovuta soprattutto alla propaganda di WPATH ai puberty blocker e al cosiddetto “modello affermativo” per i minori con disforia, modello che è stato progressivamente abbandonato in molti Paesi occidentali a causa della mancanza di prove sulla sua efficacia e sulla sua non-nocività. Negli USA pesa anche la vicenda dell’adolescente Jazz Jennings, protagonista del reality I’m Jazz la sua transizione MtF ripresa in tempo reale. WPATH aveva entusiasticamente sostenuto Jazz che ora però è obesa e afflitta da seri problemi di salute mentale.

E in Italia? Siamo sempre in attesa di notizie da parte del Ministero della Salute: sui protocolli effettivamente applicati per la cura delle/dei minori con disforia di genere, sul numero dei pazienti trattati, sui centri che li accolgono. Nemmeno in seguito a un’interrogazione parlamentare sull’ospedale fiorentino di Careggi abbiamo per ora saputo qualcosa.

Marina Terragni


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