Uno sportello anticensura per tutelare le docenti imbavagliate dai queer nelle Università

La censura transattivista sta rapidamente dilagando negli atenei italiani, impedendo la libera circolazione del pensiero. Servirebbe una legge per il free speech sul modello dell'Higher Education Bill britannico. E fin d'ora si dovrebbe garantire la possibilità di denunciare le intimidazioni in sicurezza, senza incorrere in rappresaglie e licenziamenti
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Nel mondo accademico inglese e americano il deplatforming (bavaglio) imposto alle docenti critiche della libera identità di genere (self-id) è un fenomeno ormai consolidato (ne abbiamo parlato più volte, vedere qui e qui).

E' stato uno dei principali segnali della enorme forza lobbystica del transattivismo. Il caso Kathleen Stock, femminista e lesbica docente all'università del Sussex, segna probabilmente il punto di non ritorno: la storia la leggete qui. Stock ha subito pesantissimi attacchi da parte di un collettivo trans dell'università, che ne ha chiesto il licenziamento per "transfobia". A Stock è stato suggerito di dotarsi di scorta. Non è chiaro come finirà la storia, visto che un sindacato universitario, la University and College Union, ha chiesto l'apertura di un'indagine sulle posizioni "transfobiche" della docente, e lei teme che la sua carriera sia effettivamente finita.

Tutto questo nonostante il fatto che tra i circa 30 disegni di legge annunciati nel maggio scorso nel Discorso della Regina, in cui Elisabetta ha dato lettura del programma del governo, vi sia anche la proposta di una legge che obbliga le università e anche le Students' Union a garantire la libertà d'espressione a chiunque, che si tratti di studenti, di docenti o di oratori esterni, consentendo a chi è stato censurato di chiedere un risarcimento. Il ministro dell'Istruzione Gavin Williamson ha definito l'Higher Education (Freedom of Speech) Bill un disegno di legge «storico», «una pietra miliare» per contrastare «gli effetti agghiaccianti della censura nei campus» su studenti, personale e relatori «che non si sentono liberi di poter dire la loro».

La cancel-culture "woke" (in sostanza, solo i "risvegliati" hanno diritto di parola, e una delle prove schiaccianti del fatto che stai ancora colpevolmente dormendo è ritenere che il sesso biologico esista) sta rapidamente dilagando anche in Italia. Mi è capitato personalmente almeno un paio di volte di essere messa a tacere in quanto "gender critical" (transfobica, secondo i miei accusatori). La nota femminista liberal californiana Rebecca Solnit si è rifiutata di discutere con me (no-debate) a 24 ore dal nostro incontro pianificato da mesi al Festivaletteratura di Mantova: vedere qui. Qualche tempo prima un tentativo di deplatforming è stato messo in atto dalla direttora del Corso di laurea in Design della moda e Arti multimediali all'Università Iuav di Venezia, che mi ha chiesto di ritirarmi da un insegnamento perché le mie "posizioni" -senza specificare quali -erano "sgradite sia agli studenti, sia a me". Naturalmente non mi sono ritirata. Le mie posizioni vengono unilateralmente descritte da una lettera delle-gli studenti, significativa in quanto "fotocopia" letterale delle rivendicazioni dei giovani "woke" dei campus americani:

Cara Professoressa Xe care Proff. Y e Z, inoltro questa mail a nome di tutte e tutti noi studenti del master in Management della Comunicazione e delle Politiche Culturali.Apprendiamo perplessi della nomina di Marina Terragni come titolare del corso di ‘Filosofia ed etica dell’informazione contemporanea’, previsto per il secondo modulo. Alla luce delle posizioni reazionarie ed escludenti espresse in molti articoli del suo blog e post pubblici sulle sue pagine social, ci diciamo quindi contrarie e contrari a questa scelta. Rivendichiamo tale opposizione poiché riteniamo le sue posizioni non semplicemente lontane dalle nostre, ma più gravemente offensive e inconciliabili con il progetto di IUAV e di questo master. Basti citare l’apertura dell’ateneo alle carriere con ‘identità alias’, di contro all’opposizione di Terragni verso il ‘self-id’ e l’autodeterminazione delle persone trans, ma anche le critiche infondate alle teorie queer, che siamo invece felici siano state incluse fra i contenuti del master. Questa scelta minaccia l’integrità di un percorso espressamente legato ai discorsi femministi, intersezionali e queer, e mette potenzialmente in discussione le sue aule come spazio sicuro. Ci spinge a dirlo innanzitutto l’uso fatto da Terragni delle piattaforme di comunicazione, così centrali per questo insegnamento. Chiediamo spiegazioni per questa scelta, con stima e fiducia nei confronti del suo giudizio, ma sosteniamo con altrettanta convinzione la nostra posizione. Accogliamo il suo invito a un pensiero e una pratica di trasformazione, ma questa non è la direzione in cui vogliamo che il master proceda. Cordialmente, il Corpo Studentesco del Master

Mi trovo nella posizione ideale per lottare contro il bavaglio: non sono ricattabile economicamente. Si è trattato infatti per me solo di una prestazione occasionale. Non campo di insegnamento. La situazione è ben diversa per tutte quelle docenti che vivono di questo e che non si trovano nelle condizioni di lottare perché se lo fanno rischiano di perdere il posto. Sanno che troveranno un incarico e lo conserveranno molto più facilmente se si allineeranno il loro insegnamento al pensiero transattivista e queer.

Gli studenti pagano per frequentare l'università e non vogliono scherzi: gli spazi devono essere "safe", cioé devi decidere tu quello che vuoi sentirti dire, e devi avere esattamente quello che ti aspetti (quando invece l'esperienza della conoscenza è imbatterti in ciò che non ti aspetti).

La ministra dell'Università Maria Cristina Messa dovrebbe venire costantemente aggiornata sulla situazione negli atenei italiani: da noi il fenomeno non si è ancora cronicizzato. Per garantire la circolazione del libero pensiero si dovrebbe pensare a una legge sul modello dell'Higher Education (Freedom of Speech) Bill britannico.

Fin d'ora, prima possibile, si potrebbe attivare uno "sportello anticensura" presso il Ministero, al quale possano accedere in tutta sicurezza docenti, studenti e oratori deplatformed per una tutela contro la violenza esercitata sulla loro libertà di insegnamento, garantita dalla Costituzione.

Marina Terragni


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