Regno Unito: migliaia di adolescenti britanniche sono state abusate sessualmente da bande di uomini per lo più di origine pachistana a partire dalla metà degli anni ’90 ma la cosa incredibile è che le indagini sono state frenate o insabbiate dalla polizia e dai governanti per paura di essere accusati di razzismo.
“Sono venuta a conoscenza per la prima volta dell’esistenza delle grooming gang nel Regno Unito a metà degli anni Novanta. Gruppi di uomini per lo più pakistani-britannici prendevano di mira ragazze vulnerabili per sfruttarle sessualmente e passarle tra i loro amici e soci in affari a scopo di lucro”, scrive Julie Bindel, giornalista e femminista di lungo corso su Al Jazeera.
Bindel racconta che nell’agosto 2014 a Rotherham un rapporto dell’ex-assistente sociale senior Alexis Jay rivelò che circa 1.400 bambine erano state violentate ripetutamente tra il 1997 e il 2013. Gli autori erano sempre maschi di origine pachistana. Ma la rivelazione più sconvolgente è che il consiglio comunale e altre autorità erano a conoscenza degli abusi ma avevano chiuso un occhio su ciò che stava accadendo e si erano rifiutati di identificare i colpevoli in parte per paura di essere etichettati come razzisti.
Le vittime non erano state protette dalla polizia e dal potere giudiziario. I predatori erano stati lasciati liberi di continuare a perpetrare indisturbati i loro crimini.
Due anni fa un’altra inchiesta ha rivelato che almeno 1.000 ragazze erano state abusate sessualmente da bande di uomini asiatici a Telford, nello Shropshire. Reati simili sono stati scoperti a Rochdale, Oldham, Oxford, Peterborough e altre città del Paese.
“È forse il più grande crimine motivato da motivi razziali nella Gran Bretagna moderna, perpetrato prevalentemente da uomini di origine pakistana contro ragazze bianche vulnerabili” ha scritto Robert Jendrix sul Daily Telegraph.
A gennaio 2024 l’ultimo di una lunga serie di rapporti, commissionato da Andy Burnham, sindaco della Greater Manchester, ha scoperto che il team di intervento in caso di crisi del Servizio Sanitario Nazionale di Rochdale aveva indirizzato 260 vittime ai servizi di assistenza sociale per l’infanzia ma che nulla era stato fatto per aiutare le giovani e per perseguire i 96 individui che rappresentavano considerati un rischio per le bambine e i bambini. Stephen Watsonsi, capo della polizia locale si era scusato con le vittime e aveva promesso un “giorno del giudizio” per quegli uomini. Cosa che però non è accaduta.
La questione è stata rilanciata in questi giorni dal miliardario della tecnologia Elon Musk, intervenuto nel dibattito dopo che Jess Phillips, il ministro della “tutela” del Ministero dell’Interno, si era rifiutato di sostenere un’inchiesta su quanto accaduto a Oldham che la motivazione che la competenza era del consiglio locale. Ma, essendoci casi su tutto il territorio britannico, appare evidente che sia necessaria una risposta a livello nazionale.

Perché nessuno è riuscito a fermare i predatori? E chi sono i responsabili di questo fallimento che rappresenta una macchia indelebile per il sistema giudiziario britannico? Sicuramente sul banco degli imputati vanno messi i capi della polizia che hanno ostacolato le indagini e i procuratori che avrebbero dovuto essere più proattivi nel cercare condanne.
Per Kemi Badenoch, la leader conservatrice, va assolutamente condotta un’inchiesta pubblica nazionale sulle bande di stupratori, “da tempo attesa”. I responsabili devono essere identificati e sono tenuti a rispondere se sono ancora in posizioni di autorità.

“Negli ultimi anni – ha scritto su X – si sono svolti processi in tutto il Paese, ma nessuna autorità ha unito i puntini. Il 2025 deve essere l’anno in cui le vittime inizieranno a ottenere giustizia”.
L’attuale primo ministro Keir Starmer era il procuratore capo proprio negli anni in cui molte delle indagini venivano insabbiate in nome del multiculturalismo: di questo lo accusa Elon Musk. Ieri Starmer, senza mai nominare il Ceo di Tesla, ha criticato “le bugie e la disinformazione che stanno minando la democrazia del Regno Unito”, evitando così di dare una risposta concreta allo scandalo.
ELENA BANDIERA
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