Terapie ormonali sui bambini: le assicurazioni dei medici cominciano a scappare

Chi resiste al mercato della transizione di bambine e bambini non conformi al genere sa benissimo che quasi sempre il punto di svolta -com’è stato in UK con Keira Bell e negli USA con Chloe Cole- è la causa intentata da un’ex-bambina-o trattata-o con blocker e ormoni contro i medici che hanno somministrato la “terapia”: la parte delle-dei detransitioner è decisiva.

Allora la partita diventa soldi contro soldi: i soldi incassati dalle gender clinic contro quelli che si ritrovano a dover sborsare alle-agli ex-pazienti. Il gioco non vale più la candela perché i soldi non mentono mai, e se ne sbattono delle ideologie mainstream quando queste ideologie non rendono più.

Le prime a cui tremano le vene dei polsi sono le compagnie assicurative che vendono polizze ai medici “di genere”. Significativo quello che sta capitando in Australia, di cui ci parla l’ottimo Bernard Lane, dove da alcuni mesi MDA National – il secondo più grande fondo di difesa medica- ha cominciato a tirare i remi in barca. MDA ha menzionato “l’alto rischio di sinistri derivanti da trattamenti irreversibili forniti a coloro che effettuano la transizione medica e chirurgica da bambini e adolescenti”. Anche se non è ancora capitato a MDA di dovere affrontare sinistri derivanti dalla medicina di genere, si erano ormai sparse notizie di sinistri di cui si erano fatte carico altre agenzie assicurative in Australia e all’estero.

I membri della MDA hanno anche espresso preoccupazione per la crescente pressione sui pediatri di base affinché prescrivano puberty blocker o ormoni cross-sex ai minori. L’ordinario consenso informato è sufficiente per i bambini, dati gli effetti permanenti di tali trattamenti? MDA ha indagato sul rischio concludendo di non essere in grado di quantificarlo e ha affermato che il miglior modello per la valutazione e il trattamento dei bambini con disagio di genere è quello costituito da un team multidisciplinare supportato da “un ospedale importante”.

E invece l’attuale versione delle linee guida RCH -Royal Children’s Hospital Melbourne-, pur ammettendo che l’approccio multidisciplinare è “il modello ottimale di cura”, afferma che “i pediatri di base con sufficiente esperienza e abilità nell’iniziare e monitorare la terapia ormonale possono prendere in considerazione l’avvio ottimizzando la terapia ormonale per i minori”. Il documento RCH non fa alcun riferimento alle revisioni sistematiche delle prove che dal 2019 sono in corso in Finlandia, Svezia e Inghilterra, revisioni intraprese in modo indipendente che hanno definito molto debole e incerta la base scientifica per il trattamento ormonale dei minori. Anche il sito TransHub di ACON, finanziato dal governo del NSW (Nuovo Galles del Sud) afferma che “qualsiasi medico di famiglia è in grado di prescrivere ormoni di affermazione di genere, terapia indicata per la maggior parte delle persone di età pari o superiore a 16 anni, senza richiedere l’approvazione di un professionista della salute mentale o di un endocrinologo”, in modo da semplificare e aumentare il numero di accessi alla “terapia affermativa”.

Gli assicuratori a quanto pare non la vedono allo stesso modo: le mani al portafogli poi ce le devono mettere loro.

MARINA TERRAGNI

Bernard Lane ne scrive qui

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