Svezia, l’ospedale Karolinska ammette: con i bloccanti della pubertà abbiamo danneggiato la salute di bambine-i
Autodenuncia del maggiore centro svedese per la transizione dei minori: nel caso di "Leo", bambina trattata con i blocker a 11 anni, oggi con osteoporosi e altre patologie, i farmaci hanno procurato "gravi lesioni". E ci sono almeno altri 12 casi di giovani danneggiati in modo irreparabile. L'Italia quando si occuperà della questione?

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Come vi avevamo già detto, la “pioniera” Svezia -insieme a molte altre nazioni occidentali- ha deciso un brusco stop ai trattamenti ormonali di bambine e bambini con disforia di genere. Ora è il maggior centro svedese per questi trattamenti, l’ospedale Karolisnka, ad ammettere di avere danneggiato la salute di almeno una dozzina di minori con i puberty blocker. Quanto dovremo attendere perché il Parlamento italiano si occupi della questione, salvando la vita a bambine e bambini “non conformi al genere” avviati a queste rovinose “terapie”?

L’ospedale svedese Karolinska, specializzato nelle transizioni dei minori, si è autodenunciato ammettendo di avere danneggiato la salute di “Leo”, ragazza sofferente di disforia di genere, con i suoi trattamenti ormonali di blocco della pubertà.

Leo aveva solo undici anni quando le sono stati somministrati i puberty blocker. Poco più di quattro anni dall’inizio del trattamento si è scoperto che la ragazza aveva sviluppato osteoporosi e alterazioni vertebrali e soffriva di dolori alla schiena e all’anca. Almeno altri dodici bambini sono stati danneggiati dai trattamenti ormonali prescritti dall’ospedale universitario Karolinska e hanno riportato seri effetti collaterali.

Oggi il Karolinska ammette che Leo e altre-i bambine-i sono stati esposti al rischio di “gravi lesioni” e che vi è il rischio reale di trattamenti errati. Nel suo rapporto l’ospedale afferma di non avere controllato routinariamente la densità ossea di Leo e che la famiglia “non aveva ricevuto informazioni sufficienti e chiare sugli effetti collaterali noti del trattamento”.

Si ammette anche che non esistono studi sufficienti a dimostrare se il trattamento con ormoni sia utile e sicuro per le-i minori. Inoltre, scrive l’ospedale, “è chiaro che la diagnosi di disforia di genere non è statica” e capita che i pazienti non vogliano più proseguire nel percorso farmacologico di transizione dopo avere ricevuto i puberty blocker.

Nell’inchiesta condotta dall’ospedale si sostiene che “Leo” non avrebbe mai dovuto essere sottoposta a blocco della pubertà perché si doveva tenere conto dei suoi problemi psichici, dei tentativi di suicidio messi in atto e delle esitazioni che lei stessa aveva espresso, fattori che sono stati invece ignorati.

Marina Terragni

articolo originale qui

Qui un reportage svedese sulla transizione di bambine e bambini .


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