Il nuovo report “Silenced No More – Sexual Terror Unveiled”, pubblicato dalla Civil Commission on October 7 Crimes Against Women and Children, segna uno spartiacque nella documentazione della violenza sessuale: il report infatti testimonia, con rigore e sistematicità, gli stupri perpetrati durante l’attacco del 7 ottobre 2023 e nei mesi di prigionia degli ostaggi.
Un lavoro lungo due anni che restituisce una verità difficile da affrontare, e, proprio per questo, ancora più importante.
Le conclusioni del report sono nette: la violenza sessuale non è stata marginale né accidentale, ma “sistematica, diffusa e parte integrante dell’attacco”.
Secondo quanto riportato anche da fonti internazionali come la Cnn, si tratta della più ampia raccolta di prove finora disponibile, costruita su centinaia di testimonianze, analisi forensi e migliaia di contenuti visivi. Il report documenta oltre 13 forme diverse di violenza sessuale, tra cui stupri, stupri di gruppo, torture sessuali, mutilazioni, umiliazioni e abusi durante la prigionia.
Queste violenze sono state identificate come una “tattica deliberata” inserita nell’architettura dell’attacco terroristico.
Le testimonianze parlano di aggressioni nei kibbutz, durante i rapimenti, nei trasferimenti verso Gaza e durante la detenzione. In diversi casi gli abusi sono stati inflitti davanti ai familiari, trasformando il corpo delle donne in strumento di annientamento psicologico e sociale.
Uno degli elementi più rilevanti del report riguarda la metodologia. Come documentare crimini di violenza sessuale quando molte vittime sono state assassinate, i corpi mutilati, le scene del crimine distrutte?
Il lavoro della Commissione ha cercato di rispondere proprio a questa sfida, costruendo un archivio senza precedenti: oltre 10.000 immagini e video, più di 1.800 ore di materiale e centinaia di testimonianze incrociate.
L’obiettivo dichiarato è evitare che questi crimini possano essere negati, ridimensionati o cancellati dalla memoria collettiva.
Fin dall’inizio della guerra, il tema delle violenze sessuali è stato oggetto di controversia e tentativi di delegittimazione. Alcuni attori internazionali hanno chiesto verifiche indipendenti o messo in discussione singoli episodi, alimentando una narrazione di dubbio.
Il report insiste sul fatto che non si tratta di episodi isolati, ma di pattern ricorrenti e coerenti, verificati attraverso fonti multiple.
Questa insistenza sulla sistematicità non è solo una questione di verità storica, ma una condizione necessaria per riconoscere questi crimini come possibili crimini di guerra e contro l’umanità.
Il dato più inquietante è forse che la violenza sessuale non è stata solo uno strumento di brutalizzazione individuale, ma un’arma di guerra rivolta all’intera società israeliana.
Il report descrive una strategia che usa il corpo delle donne per colpire comunità intere, famiglie, identità collettive. In questo senso, la violenza non si esaurisce nell’atto, ma si prolunga nella sua diffusione, anche tramite immagini e video, come forma di terrore psicologico.
“Kinocide” è il termine coniato dalla dott.ssa Cochav Elkayam-Levy e dal suo team di ricerca per descrivere la presa di mira sistematica, la tortura e l’annientamento di interi nuclei familiari, facendo dei legami familiari un’arma per massimizzare il terrore psicologico e fisico.
Il report dedica inoltre un’analisi specifica alle violenze sessuali subite da uomini e ragazzi, rilevando come anche in questi casi siano state impiegate come strumento di annientamento psicologico e di profonda umiliazione personale. La testimonianza di un sopravvissuto, riscontrata da esami forensi e poligrafici, riferisce di abusi sessuali perpetrati da più aggressori.
«Mi sento sporco tutto il tempo… non sono mai tornato me stesso fisicamente», ha dichiarato, esponendo un trauma che il report descrive come una ferita destinata a lasciare conseguenze durature sul piano individuale e collettivo.
Su questo tema, Feminist Post non arriva oggi. Abbiamo già dedicato spazio e attenzione alle violenze del 7 ottobre, dando voce a testimonianze e analisi spesso ignorate dai media italiani. In particolare abbiamo denunciato fin da subito il rischio di rimozione ideologica di queste violenze e il silenzio di parte del femminismo internazionale.
In un momento in cui troppe organizzazioni hanno scelto ambiguità o silenzio, la nostra posizione è chiara: siamo state, e continuiamo a essere, al fianco delle sorelle israeliane, così come di ogni donna e uomo vittima di violenza, senza distinzioni geopolitiche, ideologiche o identitarie.
Come evocato dal titolo del report, “Silenced No More”, il silenzio non è più sostenibile.
Anna Zanotti
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