Se la poligamia è un diritto. In Europa
Un rifugiato yemenita poligamo querela l’Olanda alla Corte europea dei diritti dell’uomo che non gli permette il ricongiungimento con due delle sue tre mogli. È la prima volta che la Corte è chiamata a decidere sul tema. Ma accettare di discutere del diritto di avere più mogli è già una sconfitta. La vicenda svela le debolezze del sistema dei diritti umani: un patriarca ingrato usa la tutela dei minori per aggirare i divieti e imporre un modello di dominio maschile. Dietro il linguaggio dei diritti e del relativismo culturale c'è una trappola: la regressione a un patriarcato più feroce di quello che abbiamo sconfitto.

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Riportiamo una sintesi della dettagliata analisi del caso Al-Anesi contro Olanda a cura del giurista francese Grégor Puppinck, il documento si può leggere per intero qui.

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Per la prima volta, la Corte europea dei diritti dell’uomo si trova a dover decidere su un caso di poligamia. La vicenda riguarda Khaled Al-Anesi, un avvocato yemenita poligamo che ha ottenuto asilo nei Paesi Bassi dopo la Primavera Araba. Inizialmente, grazie alle regole di ricongiungimento familiare, ha portato in Olanda la sua prima moglie e i loro otto figli. Successivamente, pur sapendo che la poligamia è vietata nel paese, ha chiesto che i cinque figli avuti con le altre due mogli potessero raggiungerlo. La richiesta è stata respinta dalle autorità olandesi, che hanno sostenuto che i bambini già godono di buone condizioni di vita in Turchia, dove si sono rifugiati con le rispettive madri.

Le autorità avevano proposto che Al-Anesi divorziasse dalle altre due mogli, ma lui ha rifiutato. Per il primo ricongiungimento, gli era già stato chiesto di scegliere quale moglie portare con sé, scelta che aveva fatto. Ora il rifugiato yemenita sta querelando il suo paese ospitante davanti alla Corte europea, sostenendo che il rifiuto di far arrivare i figli violi il suo diritto al rispetto della vita familiare.

Questo caso è storico: mai prima d’ora la Corte si era pronunciata sulla poligamia. L’ultima decisione in materia risale al 1992, ed era stata presa dalla vecchia Commissione europea dei diritti dell’uomo.

La questione solleva problemi profondi nel sistema dei diritti umani.

In primo luogo, emerge la difficoltà del sistema nel prevenire il proprio sfruttamento. È evidente che Al-Anesi potrebbe voler portare i figli per poi, tramite loro, far arrivare le mogli. Se il ricongiungimento fosse richiesto dai minori, non potrebbe essere negato sulla base del divieto di poligamia. La Corte, però, deve giudicare solo il caso specifico dei bambini, senza poter considerare le intenzioni future dell’interessato.

In secondo luogo, il caso rivela una cecità del sistema rispetto alla dignità dell’atteggiamento dell’applicante. L’Olanda lo ha accolto, aiutato e permesso il ricongiungimento di una parte della sua famiglia. Ora lui attacca il paese che lo ha soccorso, minando uno dei pilastri culturali della società europea: il divieto di poligamia.

Il sistema dei diritti umani, basato sull’individuo astratto, non riesce a vedere questa ingiustizia.

Infine, la Corte si trova nell’impossibilità di giustificare il divieto di poligamia. Ha ampliato così tanto il concetto di famiglia che ormai protegge anche le famiglie poligame. Non può più invocare tradizioni, valori morali o identità culturale per giustificare il divieto. Tutto si riduce all’autonomia individuale, che non può opporsi alla poligamia.

La Corte rischia di essere manipolata, o di evitare di pronunciarsi esplicitamente sulla poligamia, limitandosi ai figli. Ma così, implicitamente, accetterebbe che la poligamia non sia motivo sufficiente per negare il ricongiungimento. Un’alternativa sarebbe riconoscere che la poligamia non rientra nella protezione della Convenzione europea, e che i figli potrebbero chiedere asilo, ma non ricongiungimento familiare.

Adattamento di Maria Celeste

Articolo integrale qui


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