Laura Helmuth, direttrice della prestigiosa rivista Scientific American, si è dimessa -meglio: si è dovuta dimettere- in seguito alle polemiche scatenate da alcuni suoi tweet militanti il giorno dopo le recenti elezioni presidenziali che hanno visto la vittoria di Donald Trump.
Dal suo account Laura Helmuth si scusava “con gli elettori più giovani perché la mia generazione X è così piena di fottuti fascisti”, rimproverava i compagni di liceo per aver festeggiato la vittoria di Trump – “fotteteli fino alla luna e ritorno” – e descriveva il suo stato d’origine, l’Indiana, come “razzista e sessista”.
La tempesta mediatica che ne è seguita ha spinto Helmuth a cancellare i commenti e a offrire scuse sia pure poco convincenti per i suoi “post offensivi e inappropriati”, affermando di “rispettare e dare valore alle persone di tutto lo spettro politico” e di rimanere “impegnata nella comunicazione civile e nell’obiettività editoriale”.
Poco dopo la presidente di Scientific American, Kimberly Lau, ha rilasciato la seguente dichiarazione pubblica: “Laura Helmuth ha deciso di lasciare la direzione di Scientific American. Ringraziamo Laura per i suoi quattro anni alla guida di Scientific American, durante i quali la rivista ha vinto importanti premi per la comunicazione scientifica e ha visto la creazione di una redazione digitale ripensata. Le auguriamo il meglio per il futuro”.
Il caso Helmut è la dimostrazione di come nell’ultimo decennio la comunicazione scientifica e la scienza nel suo complesso si sia spesso piegata all’attivismo politico woke. Qualcuno comincia finalmente a essere chiamato a renderne conto.
Uno dei casi più clamorosi quello della dottoressa Johanna Olson-Kennedy, su cui il Congresso USA ha recentemente aperto un’inchiesta. Olson-Kennedy, medica in prima fila nei trattamenti “affermativi” per minori con disforia di genere -gestisce la più grande clinica di genere per minori all’ospedale pediatrico di Los Angeles- aveva ricevuto cospicui finanziamenti pubblici per una ricerca dal titolo “The Impact of Early Medical Treatment in Transgender Youth”: in tutto il Congresso ha stanziato quasi 10 miliardi di dollari per studiare gli effetti dei trattamenti farmacologici sui cosiddetti “bambini trans”. Dopo quasi 10 anni i risultati dello studio non sono mai stati pubblicati perché non coerenti con le convinzioni politiche di Olson-Kennedy: secondo i dati conclusivi, infatti, i bloccanti della pubertà non soltanto non risolvono nulla e non apportano alcun beneficio ai piccoli pazienti, ma possono anche procurare anche danni irreversibili.
“Non voglio che il nostro lavoro venga utilizzato come arma” da parte di una parte politica che attacca la terapia affermativa e che ha già vietato questi trattamenti in più di venti stati, si è giustificata Olson-Kennedy in un’intervista al New York Times. “Risultati come questi”, ha dichiarato, “possano alimentare attacchi politici come quelli che hanno portato al divieto dei trattamenti di genere tra i giovani in più di 20 stati”.
Si tratta, è scritto nella lettera della commissione d’inchiesta istituita dal Congresso, di “un esempio inconfutabile di politicizzazione di una ricerca scientifica per promuovere un’agenda ideologica”.
Non meno clamoroso il caso della British Medical Association, la più antica associazione medica del mondo, il cui direttivo è stato temporaneamente egemonizzato da un’esigua minoranza di attivisti che richiedeva uno stop all’implementazione del Cass Review, rapporto in base al quale il governo britannico aveva deciso lo stop alla somministrazione di puberty blocker a minori se non nell’ambito di sperimentazioni controllate. La rivolta degli associati ha costretto la BMA alla marcia indietro. Restano comunque numerose le società scientifiche occidentali sensibili alle ragioni del transattivismo organizzato. Il cambio di vento non le ha ancora raggiunte.
Ci vorrà del tempo: nell’ultimo decennio la cultura woke e pro-gender ha letteralmente infestato la scienza.
Per tornare alla comunicazione scientifica, qualche tempo fa la rivista scientifica The Lancet ha dovuto scusarsi per una copertina in cui le donne erano state definite “corpi con vagine”.
MARINA TERRAGNI
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