La nostra stampa mainstream tace, in lutto, così come ha ostinatamente taciuto una volta appurato ciò che era già all’evidenza generale, e cioè che l’oro olimpico della boxe Imane Khelif, star delle news sportive e cover girl di Vogue, sarà quel che sarà -un maschio, un intersex- ma con quel cariotipo XY di sicuro non è donna. E a dirla tutta dovrebbe restituire l’oro, e magari scusarsi con la nostra sbeffeggiatissima Angela Carini.
Il silenzio stampa stavolta avvolge la sentenza con cui la Corte Suprema degli Stati Uniti ha confermato una legge del Tennessee che vieta di sottoporre i minori a terapie mediche per l’affermazione di genere (bloccanti della pubertà, ormoni, chirurgia).
Il caso –US contro Skrmetti- era stato aperto da tre famiglie con figli disforici che insieme a un fornitore di assistenza sanitaria per le persone trans hanno citato in giudizio il Tennessee per violazione del principio di uguaglianza (tra bambini e adulti trans). La Corte ha respinto: la condizione dei minori è diversa da quella degli adulti, non vi è alcuna violazione. La sentenza non entra nel merito della validità e/o liceità della terapia affermativa, ma di fatto autorizza ogni stato a regolarsi autonomamente in materia. E sono già più di una ventina gli stati USA che vietano di “affermare” farmacologicamente i minori.
Una doccia gelata per quell’euforia di genere che ci vuole tutti trans ed elegge il self-id a fondamento di ogni arbitrio umano: neognosticamente, liberarsi dalla dannazione carnale del “sesso assegnato alla nascita” al primo barlume di coscienza di sé. Non è per caso che il 3 per cento degli studenti nelle high school americane si dichiari in transizione.
Il wokissimo New York Times non può tacere. E parla di una sentenza che potrebbe scaraventare “indietro di una generazione” le istanze Lgbtq+. Una lunga inchiesta in equilibrio sul filo, né di qua né di là, visto che una parte cospicua dell’elettorato democratico questa faccenda dei bambini ormonizzati non l’ha mai mandata giù, a partire delle prime bathroom bill del transpresident Barack Obama per arrivare ai maschi ospiti d’onore negli sport femminili, primissimo executive order di Joe Biden.
Una discrasia, quella tra le elite progressiste e i loro elettorati, che si è consolidata in tutto l’Occidente. Problema ancora più difficile da affrontare oggi che Donald Trump ha ribadito che i sessi due sono e due restano. Punto. Ma basterebbe invertire l’ordine dei fattori: non è l’amministrazione Trump ad avere prodotto politiche “transfobiche”, è piuttosto la generale insofferenza per la trans-euphoria ad aver prodotto -in significativa quota parte- il secondo mandato al tycoon. Lo hanno eletto anche per questo.
In una testarda logica Trans America First sono stati incautamente ignorati i segnali dall’Europa e perfino dall’Australia, dove da tempo la terapia affermativa per i minori è sotto attacco. Oltreoceano lo tsunami prodotto dal rapporto Cass in UK, secondo il quale non vi sono evidenze del fatto che imbottire i bambini disforici di ormoni li faccia stare meglio, è stato rapidamente derubricato a temporale locale. Ma per il cambio di rotta, Trump o non Trump, era solo questione di tempo.
In Italia siamo ancora in surplace dopo il nuovo parere del Comitato Nazionale per la Bioetica che raccomanda un uso del blocker solo all’interno di sperimentazioni controllate. Servirebbero linee guida, ma a quanto sembra le Regioni non hanno ancora nemmeno rilasciato i dati necessari a quantificare il fenomeno.
Tornando agli USA, mentre il prossimo 22 luglio chiuderà i battenti la più grande clinica di genere per bambini, il TransYouth Center presso il Children Hospital di Los Angeles, meta di turismo baby-trans da tutta l’America, e mentre gli Lgb cominciano a dare segni di insofferenza per la prevalenza ideologica dei T, il fronte transattivista registra la bruciante sconfitta ma non arretra: “Questa non è la fine, ma solo l’inizio della lotta”, dichiara al NYT Anthony Romero, presidente di ACLU (American Civil Liberties Union). “Certo non basteranno due settimane per vincere, ma se servisse non smetteremo di lavorarci per i prossimi 10-20-30-40-50 anni”. Auguri.
Elena Bandiera
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