Noi femministe al fianco di Arbel Yehud e delle altre israeliane rapite
La scena della liberazione svela il gioco sadico di un patriarcato arcaico, fatto di violenza e di abuso, di forza, di umiliazione e di prepotenza, un dominio maschile che da millenni assoggetta le donne

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Da quando è entrato in vigore l’accordo di tregua in tre fasi tra Hamas e Israele abbiamo assistito alla liberazione di dodici ostaggi israeliani (nove donne e tre uomini) e di cinque ostaggi thailandesi (tutti uomini). In cambio Hamas ha ottenuto la liberazione di 583 palestinesi, donne e uomini, detenuti nelle carceri israeliane, la maggior parte per reati di terrorismo con condanne alla pena dell’ergastolo, altri arrestati recentemente e ancora in attesa di processo (circa 110).

In cambio dei cinque thailandesi Hamas non ha preteso alcun rilascio di carcerati palestinesi.

Le prime tre ragazze liberate, Doron Steinbrecher, Romy Gonen e Emily Damari, non facevano parte dell’IDF, erano dunque civili. Due di loro si trovavano al festival musicale Supernova di Re’im, nel deserto del Negev, dove all’alba del 7 ottobre sono stati trucidati da Hamas 364 tra ragazze e ragazzi. Molti gli stupri e le sevizie subite prima di morire. Emily Damari quella mattina era nella sua casa nel kibbutz Kfar Aza, le hanno sparato mentre aveva in braccio il suo cane ferito. L’abbiamo vista tornare alla libertà con due dita in meno e la mano ancora fasciata.

Dopo di loro sono state liberate quattro soldate, così dice la stampa italiana e estera. In realtà si tratta di quattro ragazze che in ebraico vengono chiamate tatzpitanyot, osservatrici o, se vogliamo, guardiane dei confini. Giovani nel periodo di leva obbligatorio, non militari di professione. Prestavano servizio nella base di Nahal Oz, a un chilometro dal confine di Gaza e, da brave osservatrici, quella mattina avevano dato l’allarme perché qualcosa di insolito stava accadendo. Liri Albag (19 anni), Daniella Gilboa (20 anni), Karina Ariev (20 anni) e Naama Levy (20 anni). Erano disarmate e sono state portate via in pigiama, ferite. Le abbiamo viste tornare a casa dopo essere rimaste nelle mani dei terroristi per 477 giorni. Nelle immagini trasmesse dall’emittente qatarina Al Jazeera viene mostrata una piazza di Gaza con cumuli di rovine sullo sfondo e decine di miliziani di Hamas e della Jihad islamica mascherati e armati che facevano salire le ragazze su un palcoscenico per un saluto finale davanti a una folla urlante. Sorridevano, salutavano con la mano, esibendo diplomi e gadget del soggiorno nella Striscia. Uno show cinico e oltraggioso nello stile di Hamas. Infine la Croce Rossa ha preso in consegna le giovani portandole al confine. È stata fatta la stessa cosa anche per le prime tre liberate: stesse scene, stesso copione, stesso timore che la folla esagitata potesse linciare le donne prima che fossero consegnate alla Croce Rossa. Tuttavia, il gruppo delle giovani osservatrici non è ancora completo: verrà successivamente liberata anche Agam Berger (19 anni) e una civile di nome Arbel Yehud (29 anni), rapita nella sua casa nel kibbutz di Nir Oz. Israele alza la voce per far rispettare i patti. Ma ecco che qualcosa cambia nel copione della liberazione organizzato da Hamas. Arbel Yehud non sorride, è spaventata, avanza con gli occhi pieni di paura in mezzo ai miliziani armati. La folla, composta solo di uomini – ragazzi, adulti, anziani – urla, riprende con il telefono quanto sta avvenendo e si stringe contro di lei mentre cerca di avanzare. I terroristi hanno organizzato questa cinica messinscena per mostrare al mondo ragazze in buona salute, con abiti puliti, false divise militari per far credere che si tratti di uno scambio tra pari, soldati e soldate, per far credere a un trattamento umano, altro che violenze e stupri, che tanto nessuno crederà veri. Centinaia di occhi maschili passano ai raggi x queste donne umiliate e costrette a recitare in un copione che ha qualcosa di osceno. Centinaia di mani, di bocche, di corpi contro ragazze inermi, forse drogate. Ma Arbel Yehud è sè stessa, non interpreta il ruolo che le è stato assegnato, ha paura di questi uomini e il suo sguardo fa cadere la maschera del gioco sadico di un patriarcato arcaico, fatto di violenza e di abuso, di forza, di umiliazione e di prepotenza, un dominio maschile che da millenni assoggetta le donne.

Dopo il 7 ottobre sappiamo di cosa sono capaci questi terroristi. Ma all’orrore sembra non esserci mai fine. Per nascondere una sconfitta totale e inequivocabile sul piano militare, mettono in scena il simulacro di un potere che in realtà non possiedono, perché queste giovani leonesse coraggiose li hanno sconfitti. Ce l’hanno fatta, hanno scelto la vita con tutte le loro forze e sono tornate a casa per riprendere la loro esistenza bruscamente interrotta.

Noi femministe siamo a fianco di queste donne rapite e costrette nelle mani dei loro sequestratori per quasi 500 giorni, siamo dalla parte di tutte e tutti coloro che in Medio Oriente combattono contro la barbarie di Hamas e della Jihad islamica. Sappiamo che ci sono donne palestinesi che non stanno dalla parte di Hamas, che sono in dialogo con le israeliane, come accade da decenni con la pratica politica delle Donne in nero. È importante, per noi femministe in Europa, dare sostegno e voce a queste esperienze di dialogo e confronto fuori dalla logica degli schieramenti, della mortifera retorica della vendetta, del mors tua vita mea, per sostituirla con quella del vita tua vita mea. Oggi ci rallegriamo del sorriso, delle lacrime di gioia e degli abbracci ritrovati di queste donne che erano ostaggio. Siamo orgogliose della loro forza, del senso di sorellanza che abbiamo percepito nei loro sguardi. Prendiamo coraggio da loro esempio per la nostra lotta contro la violenza maschile. Aspettiamo ancora Shiri Bibas, i suoi due bambini e tutti gli altri ostaggi, giovani e anziani: che possano tornare sani e salvi nelle loro case. Che si smetta di morire e uccidere in Israele e in Palestina, che si torni a negoziare: tra uccidere e morire c’è una terza via: vivere.

Paola Cavallari, Monica Lanfranco, Sabina Zenobi

 


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