Doveva essere un esperimento per ridefinire le regole dello sport. Invece ha finito per spaventare persino i giganti del marketing. È quanto accaduto allo studio della dottoressa Kathryn Ackerman, specialista in medicina sportiva e fervente fan dell’inclusione dei maschi trans-identificati nelle categorie femminili. L’obiettivo? Valutare se bloccare la pubertà a bambini di soli 12 anni e somministrare ormoni cross-sex potesse azzerare il vantaggio maschile nelle, spalancando la porta a politiche “inclusive”.
Finanziato da Nike e dalla Wu Tsai Human Performance Alliance – un’organizzazione sostenuta da miliardari e focalizzata sul “corpo umano al suo stato più sano e vitale” – il progetto coinvolgeva quattro prestigiose cliniche di genere: Boston Children’s Hospital, Oregon Health & Sciences University, Colorado Children’s Hospital e Stanford Medicine Children’s Health. I fondi erano già stati erogati, i ricercatori assunti, i piccoli pazienti reclutati. Lo studio era in pieno svolgimento. Eppure, di tutto ciò non c’è traccia sui siti ufficiali di Nike, Wu Tsai o delle istituzioni coinvolte. Un silenzio che parla da solo.
La notizia della chiusura è arrivata attraverso un’intervista su Outsports all’attivista e ricercatore Joanna Harper, maschio trans-identificato e figura controversa. «Nike era pronta a finanziare, ma la pressione politica l’ha costretta a ritirarsi», lamenta Harper, puntando il dito contro il senatore repubblicano Tommy Tuberville, bollato come “transfobico”. A suo dire, sono stati gli “haters” a far saltare tutto.
Ma la realtà è più complessa. Lo studio nasceva in un momento di svolta globale: la Cass Review britannica e i WPATH files avevano smascherato i rischi della medicalizzazione minorile; paesi scandinavi e Regno Unito frenavano; articoli bomba sul New York Times e inchieste come quella di Gerald Posner sui bloccanti della pubertà evidenziavano infertilità, osteoporosi, disfunzioni sessuali, persino danni cognitivi – a cui i minori non possono minimamente acconsentire. A gennaio 2025, ordini esecutivi USA tagliavano i fondi federali (bloccati da un giudice), ma il clima era gelido.
Anche i dati scientifici giocavano contro. Gli stessi studi di Harper dimostrano che, dopo 36 mesi di ormoni, forza e massa magra delle “donne trans” restano superiori a quelle delle donne. Eppure, in uno sfogo alla conferenza Play the Game, Harper ha abbandonato la scienza in preda all’emotività: «Le donne trans non sono uomini, non competono come gli uomini né sembrano tali. Una categoria Open? Preferirei smettere di fare sport».
Wu Tsai si defila in silenzio già dal 2023; Nike resiste più a lungo, ma alla fine cede. Non è solo politica: è l’ottica di finanziare “esperimenti non comprovati” su minori a terrorizzare i brand. Ackerman, dal canto suo, continua a studiare le atlete femminili con altri fondi, precisando – quando le conviene – chi sia biologicamente donna.
Harper si dice pronto a “morire sulla collina dei dati. È chi sono, assolutamente impegnata nella scienza”, ma la sua collina si è sgretolata. Ora che il CIO ha annunciato l’introduzione test genetici, la sua doppia identità di scienziato e attivista vacilla. La chiusura dello studio, annunciata non da lui ma da un’intervista rabbiosa, segna un punto di non ritorno. Quando persino Nike sceglie l’etica al profitto, dopo anni di “carnevale della follia”, una cosa è chiara: il fondo è stato toccato. E forse, finalmente, si risale.
Finanziato da Nike e dalla Wu Tsai Human Performance Alliance – un’organizzazione sostenuta da miliardari e focalizzata sul “corpo umano al suo stato più sano e vitale” – il progetto coinvolgeva quattro prestigiose cliniche di genere: Boston Children’s Hospital, Oregon Health & Sciences University, Colorado Children’s Hospital e Stanford Medicine Children’s Health. I fondi erano già stati erogati, i ricercatori assunti, i piccoli pazienti reclutati. Lo studio era in pieno svolgimento. Eppure, di tutto ciò non c’è traccia sui siti ufficiali di Nike, Wu Tsai o delle istituzioni coinvolte. Un silenzio che parla da solo.
La notizia della chiusura è arrivata attraverso un’intervista su Outsports all’attivista e ricercatore Joanna Harper, maschio trans-identificato e figura controversa. «Nike era pronta a finanziare, ma la pressione politica l’ha costretta a ritirarsi», lamenta Harper, puntando il dito contro il senatore repubblicano Tommy Tuberville, bollato come “transfobico”. A suo dire, sono stati gli “haters” a far saltare tutto.
Ma la realtà è più complessa. Lo studio nasceva in un momento di svolta globale: la Cass Review britannica e i WPATH files avevano smascherato i rischi della medicalizzazione minorile; paesi scandinavi e Regno Unito frenavano; articoli bomba sul New York Times e inchieste come quella di Gerald Posner sui bloccanti della pubertà evidenziavano infertilità, osteoporosi, disfunzioni sessuali, persino danni cognitivi – a cui i minori non possono minimamente acconsentire. A gennaio 2025, ordini esecutivi USA tagliavano i fondi federali (bloccati da un giudice), ma il clima era gelido.
Anche i dati scientifici giocavano contro. Gli stessi studi di Harper dimostrano che, dopo 36 mesi di ormoni, forza e massa magra delle “donne trans” restano superiori a quelle delle donne. Eppure, in uno sfogo alla conferenza Play the Game, Harper ha abbandonato la scienza in preda all’emotività: «Le donne trans non sono uomini, non competono come gli uomini né sembrano tali. Una categoria Open? Preferirei smettere di fare sport».
Wu Tsai si defila in silenzio già dal 2023; Nike resiste più a lungo, ma alla fine cede. Non è solo politica: è l’ottica di finanziare “esperimenti non comprovati” su minori a terrorizzare i brand. Ackerman, dal canto suo, continua a studiare le atlete femminili con altri fondi, precisando – quando le conviene – chi sia biologicamente donna.
Harper si dice pronto a “morire sulla collina dei dati. È chi sono, assolutamente impegnata nella scienza”, ma la sua collina si è sgretolata. Ora che il CIO ha annunciato l’introduzione test genetici, la sua doppia identità di scienziato e attivista vacilla. La chiusura dello studio, annunciata non da lui ma da un’intervista rabbiosa, segna un punto di non ritorno. Quando persino Nike sceglie l’etica al profitto, dopo anni di “carnevale della follia”, una cosa è chiara: il fondo è stato toccato. E forse, finalmente, si risale.
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