Ibtissame “Betty” Lachgar, attivista LGBT, rischia di perdere un braccio nelle carceri marocchine. L’attivista femminista era finita in carcere lo scorso anno dopo la pubblicazione di un’immagine sui social media in cui indossava una maglietta con la scritta “Allah è lesbica”, accusata di essere offensiva nei confronti dell’Islam. Secondo quanto riportato dal Daily Mail, il peggioramento delle sue condizioni mediche in carcere ha sollevato un allarme internazionale. Lachgar è una sopravvissuta a un tumore osseo, con una protesi nell’arto superiore sinistro.
Secondo quanto riportato dal Daily Mail, la condanna al carcere si fonda su norme penali che tutelano la religione da offese pubbliche, norme tuttora presenti nell’ordinamento marocchino.
Il Marocco è firmatario di diversi trattati internazionali sui diritti umani, inclusi quelli che tutelano la libertà di espressione e il diritto alla salute. La famiglia e i legali di Lachgar sostengono che la sua condanna sia in contrasto con la Costituzione marocchina del 2011 e con gli impegni internazionali assunti dal Paese. Secondo Avaaz, un’organizzazione non profit con sede negli Stati Uniti che ha lanciato una petizione per chiedere l’immediata liberazione di Lachgar, negli ultimi sei mesi lei ha dormito per terra senza materasso, in una cella fredda con una finestra rotta.
Una delle sue avvocate, Ghizlane Mamouni, ha dichiarato: “Il peggioramento della salute di Ibtissame Lachgar è allarmante. La sua protesi si è completamente spostata e per questo, così come per la frattura al gomito subita durante la detenzione, viene curata solo con paracetamolo, nonostante abbia urgente bisogno di un intervento chirurgico complesso”.
Lachgar aveva indossato la maglietta in un post su Facebook del 2022 come atto di solidarietà verso due attivisti LGBT in Iran, che nello stesso anno erano stati condannati a morte dopo essere stati accusati di promuovere l’omosessualità, il cristianesimo e di aver comunicato con media contrari alla Repubblica Islamica.
La sorella di Ibtissame Lachgar, Siham, ha dichiarato che le condizioni di salute della sorella sono gravemente compromesse e che la situazione è motivo di grande preoccupazione sia per lei sia per l’intera famiglia. Ha spiegato che Lachgar avrebbe bisogno di cure altamente specialistiche in Francia e che, in assenza di tali trattamenti, le conseguenze potrebbero essere estremamente gravi. Secondo la sorella, la condanna non è legata alle azioni compiute, ma ai valori che Lachgar rappresenta, e dimostra che ancora oggi è possibile finire in carcere semplicemente per aver espresso un pensiero diverso. Ha inoltre affermato che ogni giorno trascorso in prigione costituisce una nuova ingiustizia nei suoi confronti e un ulteriore colpo alla libertà.
Nel mese di febbraio le Nazioni Unite hanno istituito un gruppo di lavoro incaricato di esaminare il caso di Lachgar. In precedenza, nel settembre scorso, l’Ufficio del Pubblico Ministero presso il Tribunale di primo grado di Rabat aveva comunicato di aver disposto un’indagine in seguito alla pubblicazione, da parte di una donna, di una fotografia sui social media in cui appariva indossare la maglietta incriminata. L’indagine è stata avviata dopo che Lachgar aveva ripubblicato l’immagine il 31 luglio sulla piattaforma X, aggiungendo un commento in cui affermava di indossare in Marocco magliette con messaggi contro le religioni e criticava duramente l’Islam, definendolo un’ideologia fascista, fallocratica e misogina. La diffusione dell’immagine ha provocato una reazione immediata sul web, suscitando indignazione ma anche un ampio dibattito, con alcune persone che hanno espresso sostegno all’attivista femminista.
Lachgar ha poi scritto su X di essere stata bersaglio, per giorni, di cyberbullismo e di aver ricevuto migliaia di minacce di stupro, di morte e inviti al linciaggio e alla lapidazione. Ha aggiunto che la quasi totalità di questi attacchi proveniva da uomini, che rivendicavano con orgoglio una violenza misogina fondata su riferimenti religiosi.
L’attivista ha inoltre ricondiviso alcune delle reazioni ostili di matrice religiosa ricevute online, tra cui un commento pubblicato dall’account @moufarrid, nel quale si sosteneva che il Paese fosse in pericolo a causa della libertà di Lachgar. Nel messaggio si affermava che lei, descritta come femminista, antimonarchica, laica e islamofoba, rappresenterebbe un insulto per il popolo marocchino, per i martiri e per gli antenati che avrebbero combattuto in nome di Allah. Il commento accusava le autorità di non averla ancora arrestata e chiedeva che l’atto non restasse impunito, sostenendo che nulla è più sacro per i marocchini di Allah e dell’Islam e che il posto di Lachgar dovrebbe essere il carcere.
Secondo Avaaz, nei primi cinque mesi della sua pena, Lachgar è stata detenuta in isolamento, una condizione che avrebbe avuto un impatto molto pesante sulla sua salute fisica e mentale.
Avaaz, che fa parte della coalizione “Free Betty” insieme ad Amnesty International, Human Rights Watch e altre organizzazioni, ha promosso una petizione per chiederne la liberazione, che ha già raccolto quasi 400.000 firme. L’organizzazione ha dichiarato che si tratta della più grande petizione rivolta alle autorità marocchine negli ultimi dieci anni.
L’avvocata Ghizlane Mamouni ha affermato che, mantenendo Lachgar in isolamento, le autorità la trattano come una criminale violenta, quando l’unico atto contestato è l’aver indossato, sul suolo europeo, una maglietta con uno slogan di sostegno a due donne iraniane condannate a morte. Secondo la legale, Lachgar subisce una doppia ingiustizia: una condanna che sarebbe illegittima alla luce della Costituzione e degli accordi internazionali, e condizioni di detenzione che, considerando la sua disabilità, risultano disumane e degradanti.
Avaaz ricorda che la Costituzione marocchina del 2011 garantisce la libertà di espressione e che, nel 1979, il Marocco ha ratificato il Patto internazionale sui diritti civili e politici, impegnandosi a rispettare, in particolare attraverso gli articoli 18 e 19, la libertà di pensiero, di coscienza e di espressione. Un’altra avvocata di Lachgar, Chirinne Ardakani, ha dichiarato che per sei mesi l’attivista è stata detenuta arbitrariamente, in violazione del diritto internazionale, sottoposta a condizioni di detenzione inumane e degradanti e privata delle cure mediche necessarie, esclusivamente per aver esercitato la propria libertà di espressione e di opinione. Ha aggiunto che la repressione nei suoi confronti è legata tanto alle sue idee quanto alla sua identità di donna indipendente e impegnata nella difesa dei diritti delle donne e delle persone Lgbt.
Amnesty International ha in passato denunciato casi di abusi fisici e torture subiti da detenuti nel carcere di Salé, dove Lachgar è reclusa. In precedenti episodi, come nel 2007, un editore e una giornalista marocchini erano stati condannati a pene sospese e a pesanti multe per un articolo che conteneva battute sulla religione, con l’accusa di aver diffamato l’Islam e danneggiato la morale, oltre a essere stati temporaneamente esclusi dall’attività giornalistica.
Nel 2013 Lachgar era stata tra gli organizzatori di un “kissin” pubblico a Rabat, in sostegno a tre adolescenti arrestati per aver pubblicato su Facebook una fotografia in cui si baciavano davanti alla loro scuola, episodio per il quale erano stati accusati di violazione della pubblica decenza. Durante la manifestazione, gli attivisti si erano baciati davanti al Parlamento per protestare contro il conservatorismo della società marocchina. Già nel 2012, nell’ambito del suo impegno a favore del diritto di scelta, Lachgar aveva invitato la nave di Women on Waves ad attraccare in Marocco come protesta simbolica contro le leggi restrittive sull’aborto. L’imbarcazione, gestita da un gruppo olandese che promuove i diritti riproduttivi e che offriva consulenze e aborti farmacologici, era partita dai Paesi Bassi ma fu bloccata dalle autorità prima di poter attraccare al porto di Smir.
Infine, Melanie Motta, responsabile delle campagne globali di Avaaz, ha dichiarato che centinaia di migliaia di persone provenienti da quaranta Paesi diversi chiedono la liberazione di Lachgar, un numero che dimostra la forza del sostegno internazionale a favore della libertà di espressione. Ha sottolineato che indossare una maglietta non dovrebbe mai costituire un reato e che nessuno dovrebbe essere incarcerato per aver sostenuto i diritti umani, rivolgendo un appello diretto al re Mohammed affinché disponga l’immediata liberazione di Lachgar.
Anna Zanotti
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