Le vedove di Gaza vendute come bestiame, così Hamas emula l’Isis
Nel silenzio di molte organizzazioni internazionali continuano gli abusi commessi dagli integralisti islamici sulla popolazione civile, soprattutto sulle donne

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Negli ultimi anni, e ancor più dopo la guerra nella Striscia di Gaza, numerose testimonianze hanno evidenziato condizioni di grave precarietà e vulnerabilità per donne, vedove e famiglie prive di sostegno economico. Diversi osservatori, tra cui l’attivista e analista Ahmed Fouad Alkhatib, cresciuto a Gaza, oggi cittadino americano, hanno denunciato pubblicamente l’ampiezza e la sistematicità degli abusi commessi da Hamas sulla popolazione civile, comprese donne vedove, nel silenzio di molte organizzazioni internazionali. Secondo quanto riportato da Alkhatib in un post Instagram, negli ultimi mesi si è diffusa la pratica di organizzare matrimoni dietro pagamento, di fatto vendendo, anche senza il loro consenso, le vedove più vulnerabili e disperate di Gaza, emulando le pratiche di schiavitù sessuale dell’Isis. La pratica è coordinata da intermediari, mediatori e finanziatori. Alcune di queste spose sono ancora adolescenti.

Negli anni precedenti, diversi media occidentali hanno descritto con toni quasi romantici il fenomeno delle vedove che “ritrovano l’amore” attraverso siti o app di matchmaking islamico nella Striscia di Gaza. Nel 2017, il New York Times e altre testate hanno raccontato con favore la diffusione dell’app Wesal, progettata per favorire il matrimonio di vedove con uomini alla ricerca di seconde o terze mogli.

Contrariamente alla rappresentazione benevola data allora da alcuni media, il matchmaking non avviene in un contesto di reale autonomia femminile: la società conservatrice di Gaza limita drasticamente la possibilità per una donna di vivere senza un uomo, e secondo il charter di Hamas il ruolo della donna nella società è esclusivamente quello di generare e allevare futuri combattenti.

Hamas ha recentemente dichiarato che pagherà le pensioni a 50.000 vedove di “martiri” caduti durante la guerra; ammesso che questi pagamenti avvengano realmente, non sono evidentemente sufficienti per mantenere le donne e i loro figli o fornire loro una reale indipendenza.

Una realtà molto più cruda è emersa da casi verificati di donne yazide trafficate e ridotte in schiavitù sessuale da gruppi jihadisti, compresi miliziani palestinesi. La storia di Fawzia Amin Sido, rapita dall’Isis da bambina, venduta più volte e infine trasferita con la forza nella Striscia di Gaza, dove è rimasta prigioniera per anni fino alla sua liberazione nel 2024, dimostra come la pratica della schiavitù sessuale sia presente anche a Gaza.

Il suo salvataggio, frutto di una complessa operazione congiunta tra Iraq, Israele, Stati Uniti e Giordania, ha confermato inoltre la rete di collusione e continuità tra Isis e Hamas, evidenziata anche dalle autorità israeliane.

Durante la guerra e la crisi umanitaria, le donne palestinesi hanno subito ulteriori violenze: uomini, inclusi individui associati a gruppi di aiuto locali e a Unrwa, hanno richiesto loro atti sessuali in cambio di cibo, medicine e assistenza di base.

Un’inchiesta dell’Associated Press (riportata anche dal Feminist Post) ha raccolto testimonianze dirette di sei donne che hanno subito pressioni e ricatti sessuali mentre cercavano aiuti per sopravvivere. Alcune hanno riferito che uomini promettevano contratti di lavoro, cibo o ripari solo in cambio di interazioni sessuali, mentre altre sono state molestate verbalmente o ricattate dopo essersi rifiutate.

Di fronte a testimonianze così gravi (repressione sistematica delle donne, matrimoni forzati, traffico di esseri umani, sfruttamento sessuale durante la distribuzione degli aiuti) emerge spontanea una domanda: perché molte organizzazioni femministe internazionali continuano a sostenere integralmente la narrazione proposta da Hamas, ignorando le testimonianze delle donne palestinesi che denunciano abusi, violenze e pratiche patriarcali estreme?

Alla luce dei fatti documentati, il trattamento riservato alle donne in questo contesto è inaccettabile e va condannato senza ambiguità. Ignorarlo per ragioni politiche significa tradire proprio quelle donne che il femminismo dovrebbe difendere.

Anna Zanotti


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