Djaffer Ait Aoudia, francese, origine algerina come Imane Khelif, è il fondatore di Le Correspondant, giornale online di reportage e inchieste in Francia e nel resto del mondo lanciato cinque anni fa e “non legato a nessun gruppo economico o potere politico, in cui una dozzina di giornalisti lavorano su base freelance”.
È il giornalista che ha riacceso il dibattito sul sesso di Khelif, medaglia d’oro di boxe femminile alle scorse Olimpiadi di Parigi, al centro di una controversia mondiale.
Imane Khelif è stata definita intersex anche da noti esponenti, supporter e associazioni del mondo Lgbtq+, come Monica Cirinnà, da Arcigay, dal sito Gay.it.
I due rapporti medici – francese e algerino – di cui il giornalista è entrato in possesso, diffusi in seguito dal sito femminista Reduxx, rivelano che Khelif ha cariotipo XY, testicoli interni, livelli di testosterone maschile e sarebbe affetta da deficit di 5-alfa reduttasi, (5 ADR), un disturbo dello sviluppo sessuale che si riscontra solo nei maschi biologici e che a volte porta a classificarli incorrettamente come femmine alla nascita.
L’inchiesta di Aoudia è stata molto contestata e tacciata come fake da testate come il Corriere della Sera e Open.
Nelle prossime ore Le Correspondant e Reduxx dovrebbero pubblicare la versione integrale dell’inchiesta.
Abbiamo contattato Djaffer Ait Aoudia -nessuno lo ha fatto finora- per approfondire la sua versione dei fatti.
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Quando è uscita la sua inchiesta molti si sono chiesti chi fosse Djaffer Ait Aoudia.
«Sono un padre, un uomo semplice e un giornalista che non si mette in mostra. Sono nato in Algeria, sulle montagne della Cabilia. Vengo da una famiglia molto modesta, composta da cinque sorelle e mia madre. Ho perso mio padre quando avevo un anno e mezzo e sono stato cresciuto da donne. Ognuna di loro è stata una scuola a sé stante. A 20 anni sono arrivato a Parigi, dove ho cercato di costruirmi al meglio, da solo. L’alloggio era angusto, ho dormito all’aperto per quasi 6 mesi, in diversi periodi dell’anno, in estate e in inverno, ma ho superato questo periodo difficile senza dover rubare nemmeno un’arancia al mercato. Ho avuto questa etica e questa integrità da bambino e ne faccio tesoro ancora oggi. Ho iniziato a scrivere in giovane età e ho finito per coprire la maggior parte dei conflitti degli ultimi decenni. I Balcani, l’Afghanistan, l’Ucraina, l’Iraq. Credo di essere attratto dalle storie difficili».
Che cosa le interessava della storia di Khelif?
«Ho iniziato a lavorarci lo scorso agosto quando ero in vacanza in Sicilia. A essere sincero, ho iniziato come fan di Khelif (le tracce sono sulla mia pagina Facebook), ma avevo dei dubbi. Ne parlavano Trump, Meloni, l’ambasciatore russo, Putin… Capi di stato più o meno amati parlavano tutti del sesso di Khelif. Ho indagato e mi sono convinto di quello che ho trovato soprattutto quando ho visto il primo dossier, quello dell’ospedale di Algeri».
Ci è stato raccontato che Imane Khelif è nata donna ed è cresciuta da donna. Siamo stati manipolati?
«Sì, senza dubbio. C’è stato una sorta di desiderio di non capire. Forse per questioni di coscienza sporca. O forse per paura di essere associati all’estrema destra si è preferito evitare la verità, o peggio, la ricerca della verità. D’altra parte, in Algeria, in particolare nel Comitato Olimpico e la sua federazione di pugilato, si continua con le bugie. No, Khelif non è una ragazza come un’altra. Ha una patologia e non c’è niente di male a dirlo. Ha un suo posto nella boxe. Forse non con gli uomini, forse non con le donne, ma perché non in una categoria dedicata? O forse qualcuno dovrebbe dirci chiaramente se ha un vantaggio sulle donne. Lasciamo che sia la scienza a rispondere a questa domanda. Chiediamo alle pugili se desiderano boxare con persone intersessuali. Non c’è altro da fare».
Crede che il Cio sia prigioniero di una ideologia?
«Credo che si sia trovato soprattutto intrappolato nella vicenda e non abbia saputo che pesci pigliare. Non sa da che parte stare perché è in gioco la sua competenza. Questa cosa potrebbe costare la vita al Cio così come è oggi, quindi prende tempo».
Se dovesse attribuire delle responsabilità chi sarebbe in cima alla lista?
«Senza dubbio il Cio, che aveva la cartella clinica. Poi le autorità e le istituzioni algerine, che hanno dato il loro appoggio e stanno ancora mentendo di fronte a tutto il mondo».
Però il Cio ha dichiarato che Khelif farà causa. Ha paura?
«Per niente. Perché in questo caso saremmo completamente protetti. Anzi vorrei che facesse causa perché metterebbe definitivamente la parola fine a questa
storia. Finalmente la giustizia avrebbe la possibilità di dire la sua verità e mettere alle corde chi se lo merita».
Su quali basi potrebbe fare causa? Cyberbullismo o diffusione di notizie private?
«Non può citarci in giudizio per molestie morali, perché non l’abbiamo fatto. Abbiamo scritto un articolo e lo abbiamo diffuso. Non c’è messaggio di odio, nessun post di insulti, offese, nulla del genere. Potrebbe citarci per diffamazione a condizione che il pubblico ministero accetti di indagare. Ma alla prima convocazione la denuncia sarebbe archiviata perché abbiamo tutte le informazioni necessarie a sostenere davanti a un giudice ciò che affermiamo nell’articolo».
Lei dice di avere due referti medici che confermano che Khelif ha cariotipo XY con DSD, 5-ARD. È assolutamente sicuro che i documenti non siano falsi?
«Più che sicuro. Al 200 per cento. Questi rapporti non possono essere falsificati, li abbiamo ottenuti da fonti affidabili, ben posizionate all’interno delle istituzioni. Vengono direttamente dagli uffici».
La notizia è arrivata in Italia. Sul Corriere della sera per esempio scrivono che la sua inchiesta è una bufala. Gli endocrinologi Soumaya Fedala e Jacques Young, che lei cita, non sono a conoscenza dei fatti.
«Mentono. Che mi forniscano una sola dichiarazione di Young in cui afferma di non sapere di questi referti. Un articolo di Libération riferisce che l’Hopitaux de Paris ha confermato l’esistenza del referto. Ed è assolutamente impossibile negarne l’esistenza: quello di Parigi reca un numero composto da diverse cifre. In ogni caso, se Khelif andrà avanti i tribunali vorranno controllare i nostri documenti, quindi dovranno chiederli agli ospedali. Il fatto che il giornalista del Corriere non mi conosca è normale. Non abbiamo frequentato gli stessi luoghi. Non l’ho incontrato né sui Balcani né in Afghanistan o altrove dove si sfida il pericolo per una notizia. Non sono uno di quei giornalisti che reinventano le notizie dietro alle loro scrivanie, in attesa della pausa pranzo, per rimpinzarsi di uno squisito piatto di spaghetti e “bufala”. Sono corso dietro all’essere umano ovunque lo trovassi, per raccontare la sua storia con sincerità, umiltà ed empatia. Perché il Corriere pubblica un simile articolo senza controllare la veridicità delle informazioni? Non c’è onestà né rigore».
In questa storia le atlete sarebbero le vere vittime. Khelif dovrebbe restituire la medaglia come chiede Icons (Independent Council on Women’s Sport)?
«Non so quali siano le regole nello sport. Se si scopre che ha barato dovrebbe restituirla. Ma non posso incolparla di aver imbrogliato perché ha fornito il suo dossier senza alcuna modifica al Comitato olimpico. Penso che i veri responsabili siano altri».
Perché “se si scopre che ha barato”? Non sapeva della sua condizione?
«Assenza di mestruazioni, di seno, si sarà chiesta qualcosa. Ma una cosa è certa. Nel marzo 2023 era informata dei risultati del dott. Young».
Che cosa l’ha motivata di più in questa inchiesta? La difesa dello sport femminile?
«La ricerca dell’informazione e della verità. Ma le donne, che in certi ambienti non hanno vita facile, e lo sport è uno di questi, devono essere tutelate. Attenzione non voglio prendere la china scivolosa immaginando il peggio in un incontro tra Khelif e una pugile, anche se non si può escludere. No. Devono essere protette da tutti quei parassiti che possono impedirgli di evolvere nella loro disciplina. Posso solo immaginare lo stato d’animo delle atlete che si accingono a boxare contro qualcuno che ha un vantaggio legato al sesso. Non è affatto motivante».
La questione Khelif è diventata motivo di scontro tra destra e sinistra. Le secca essere bollato di destra?
«Non posso impedire a nessuno di pensarlo. Ma per quanto mi riguarda bisognerebbe cercare dall’altra parte dello spettro politico. Sono a sinistra umanamente e politicamente. In questo caso ho dato informazioni sul sesso di Khelif, non l’ho giudicata, la rispetto e provo molta pena per lei, non è certo facile crescere come una bambina, sognare come una bambina e all’improvviso scoprire che non si è una ragazza come le altre. Bisogna avere una tempra d’acciaio per accettarlo».
Che linea politica ha Le Correspondant?
«Diamo la parola a giornalisti di sinistra e di destra. Facciamo un lavoro serio che non è dettato da nessuno se non dalla regola di ogni buon giornalista: dare le notizie. Le Correspondant è la prova che un giornale può esistere anche quando non corre dietro a grandi gruppi economici».
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