“Nomina il problema!” è da sempre un grido di battaglia del femminismo radicale. La certezza è che finché non possiamo dire che il problema è la violenza maschile, il problema rimane nascosto. In una situazione in cui il problema non viene nominato in modo adeguato, le donne vengono “violentate” e le caratteristiche necessarie dell’aggressore restano occultate.
Un recente reportage dell’Associated Press, pubblicato pochi giorni fa, delude in modo orribile le donne vittime della violenza sessuale maschile a Gaza.
Le donne raccontano di uomini che, durante la distribuzione degli aiuti, le prendono di mira per sfruttarle sessualmente, le seguono, le minacciano chiedendo rapporti sessuali e le portano in luoghi isolati per abusarne.
Dopo essere state aggredite e violentate da uomini palestinesi, queste donne sono state tradite dalle altre donne che hanno raccolto le loro testimonianze e dai giornalisti che le hanno riportate.

Persino il titolo del reportage è insidioso:
“Le donne di Gaza dicono che è stato promesso loro cibo, denaro o lavoro in cambio di interazioni sessuali.”
Anche se togliessimo il dubbio implicito nella parola “dicono”, rimarrebbe comunque l’idea di uno “scambio” invece delle parole “violenza sessuale” o “stupro”. Quello che è accaduto non è stato un “accordo finanziario”, sono aggressioni sessuali. Questi uomini stanno continuando a stuprare, anche se le donne stesse, per paura di ritorsioni o condanne nelle loro comunità, non osano chiamare le cose con il loro nome.
Permettetemi quindi di dire chiaramente cosa sta accadendo, secondo i dettagli confusi contenuti in questo reportage che cerca di incolpare chiunque tranne gli uomini palestinesi:
Uomini palestinesi, approfittando delle opportunità offerte da un conflitto devastante, stanno violentando e aggredendo sessualmente donne palestinesi.
Donne disperate per la fame, per sé stesse e per i propri figli, vengono abusate sessualmente dagli uomini del posto incaricati dalle agenzie umanitarie di distribuire loro il cibo. È un atto riprovevole, di una crudeltà disumana, commesso da uomini che più di chiunque altro dovrebbero mostrare empatia verso quelle donne.
Sembra facile da dire, vero?
Non così, a quanto pare, per le organizzazioni per i diritti delle donne sul campo a Gaza, che dovrebbero indignarsi per il fatto che donne vengano violate da uomini delle loro stesse comunità, uomini cui è stato affidato un potere su di loro, potere che avrebbe dovuto servire ad aiutarle.
E nemmeno per i giornalisti che “indagano” su questi orrori, comuni in molte guerre brutali, ma che scelgono con cura parole volte a oscurare dove risiede la responsabilità.
Le organizzazioni femministe palestinesi dovrebbero essere determinate a nominare il problema. Dovrebbero indicare chiaramente gli autori delle violenze e sollevare un’ondata di indignazione contro il fatto che uomini palestinesi incaricati di aiutare le donne più vulnerabili stiano invece commettendo violenze sessuali contro di loro.
Invece, Amal Syam, direttrice del Women’s Affairs Center in Palestina, ha dichiarato:
«Sono l’assedio israeliano della Striscia di Gaza e le restrizioni sugli aiuti umanitari a costringere le donne a ricorrere a questo».
Queste parole sono un tradimento sconcertante.
Scagionano gli uomini colpevoli dalle loro responsabilità e attribuiscono alle donne la colpa delle violenze sessuali subite.
Essere violentata non è mai una scelta che fa una donna.
Le donne, comprensibilmente spaventate, hanno affidato i loro racconti a donne come Amal Syam, fidandosi che queste – presumibilmente femministe – avrebbero compreso ciò che veniva loro raccontato e avrebbero agito per aiutarle. Forse non per portare i colpevoli davanti alla giustizia, ma almeno per fermarli, per costringere le agenzie umanitarie a vedere cosa stanno facendo questi uomini e toglier loro quel potere.
Invece, Syam ha usato la propria posizione per promuovere una posizione politica nel conflitto con Israele, piuttosto che difendere il diritto delle donne a essere libere dalla violenza maschile durante la guerra. Per lei la colpa è del conflitto, di Israele, della crisi umanitaria. Di chiunque, tranne che degli uomini palestinesi che commettono i crimini.
Questo atteggiamento è disgustoso. Syam ammette persino che organizzazioni come la sua si preoccupano più della guerra che delle donne, nonostante questo dovrebbe essere il suo compito principale.
«Prima della guerra, i casi di sfruttamento venivano segnalati una o due volte l’anno, ma ora sono aumentati in modo drammatico», ha detto Syam del Women’s Affairs Center. «Molte organizzazioni però non vogliono evidenziare i numeri o la questione. La maggior parte di noi preferisce mantenere l’attenzione sulla violenza e sulle violazioni commesse dall’occupazione israeliana».
Anche i due giornalisti dell’AP che hanno scritto questo articolo suscitano disgusto quando affermano: “Con la fame e la disperazione in aumento in tutta la Striscia, le donne in particolare dicono di essere state spinte a prendere decisioni impossibili”.

Queste donne non hanno preso una decisione: uomini crudeli le hanno costrette. In ogni caso, esse sono state sfruttate e abusate da loro – non perché quegli uomini fossero disperati, ma perché avevano ottenuto un certo potere su una donna e hanno scelto di abusarne sessualmente. Molti di loro lo hanno fatto, e sembra che sia “solo la punta dell’iceberg”.
Per tutto il reportage, la violenza sessuale viene chiamata “interazione”, “episodio di sfruttamento”, o “tentativo di sfruttamento” — e mai “stupro”. Non ho mai visto una tale distorsione linguistica, che finisce per incolpare le donne, scagionare gli uomini palestinesi e infine spostare la colpa sul governo israeliano.
Comodo per gli autori degli abusi, che così possono continuare. Straziante per le donne palestinesi che ne sono vittime.
Nascosto nel corpo dell’articolo, invece che nel titolo, c’è il vero punto chiave:
“Le donne hanno detto che tutti gli uomini erano palestinesi” e “Le donne dicono di essere state sfruttate da uomini locali – alcuni legati a gruppi di aiuto”.
Anche le agenzie umanitarie hanno tradito le donne. Queste, con grande coraggio, hanno denunciato gli abusi, ma si sono sentite rispondere che “servono più prove”. Nessuno sembra voler perseguire questi aggressori, perché si inseriscono in una narrazione dominante in cui gli uomini palestinesi sono soltanto vittime della guerra, mai beneficiari. Ma è ovvio che alcuni possano essere – e sono – entrambe le cose.
Forse mi è sfuggita l’indignazione delle organizzazioni femministe o delle principali commentatrici femministe qui nel Regno Unito? Forse si sono semplicemente dimenticate di ciò che sappiamo da decenni: che durante i conflitti gli uomini violentano le donne, sia come arma, sia come opportunità. O forse hanno paura di nominare il problema, perché è scomodo? Nominare il problema – gli uomini – diventa improvvisamente più difficile quando quegli uomini sono palestinesi, e quando alcune di quelle donne hanno partecipato alle marce. Una verità scomoda, immagino.

Nel suo testo fondamentale Our Bodies, Their Battlefield, Christina Lamb scriveva:
“Più a lungo ho svolto questo lavoro, più mi sono sentita turbata, non solo per gli orrori che ho visto, ma per la sensazione che spesso sentiamo solo metà della storia, forse perché chi raccoglie le testimonianze è perlopiù maschio”.
Ma qui non sono stati gli uomini, bensì donne di organizzazioni femminili, a raccogliere le testimonianze e a offrire un quadro vago, che evita di attribuire la colpa agli autori specifici. Così, in realtà, raccontano molto meno della metà della storia. Gli uomini continuano a fare ciò che fanno. Questo reportage è del tutto inefficace nel fermarli.
Chi parlerà, allora? Chi denuncerà apertamente questi stupratori?
Le donne violate hanno fatto il possibile, ma le organizzazioni femminili hanno sfruttato le loro storie per attaccare Israele. I giornalisti non hanno avuto alcun coraggio e hanno attribuito alle donne la responsabilità delle loro “scelte”, mentre allo stesso tempo alludevano, con discrezione, a Israele come colpevole.
Oggi, da qualche parte, una donna disperata tende la mano a un uomo per chiedere un pacco di aiuti per sfamare suo figlio, e quell’uomo, invece di aiutarla, la costringerà a un atto sessuale. Entrambi, lei e lui, sono palestinesi — ma le donne di là e le donne di qua preferiranno voltarsi dall’altra parte.
Post originale qui
Jean Hatchet – 6 ottobre 2025
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