Dovreste ricordarla, la vicenda di Maya Forstater -fondatrice di Sex Matters-, ricercatrice britannica alla quale – era il 2019- non venne rinnovato il contratto di consulenza dal Center for Global Development perché nel corso di un dibattito online sull’eventuale riforma del Gender Recognition Act aveva pubblicato sui suoi social messaggi in cui affermava che le donne transgender erano uomini.
In prima istanza il tribunale del lavoro a cui Forstater si era rivolta le aveva dato torto, sostenendo che le sue opinioni gender critical erano “incompatibili con la dignità umana e i diritti fondamentali degli altri”. Nel 2o21 Forstater ha presentato ricorso e l’ha vinto. La sentenza ha stabilito che le convinzioni gender-critical di Forstater erano protette dall’Equality Act, la legge sulle pari opportunità, e in particolare che erano “degne di rispetto in una società democratica”.

Nel 2022 il tribunale ha confermato che Maya Forstater aveva subito una discriminazione diretta e che le spettava un risarcimento di 91.500 sterline per perdita di guadagni, lesioni personali e danni aggravati, oltre a 14.900 sterline per gli interessi.
Stonewall, la più importante associazione Lgbtq+ in UK, non aveva preso bene la sentenza e aveva affermato che “non cambiava la realtà della protezione delle persone trans sul posto di lavoro. Nessuno ha diritto di discriminare, molestare le persone trans semplicemente per il fatto che è in disaccordo con la loro esistenza e la loro partecipazione alla società”. Vicenda molto simile a quella di Forstater per l’avvocata Allison Bailey, mobbizzata e discriminata dal suo studio legale per avere espresso la sua contrarietà all’autocertificazione di genere o self-id. Lesbica e fondatrice di Lgb Alliance, la donna aveva denunciato lo studio e stavolta anche la stessa Stonewall che, lei ne era convinta, aveva lavorato attivamente per la sua “punizione”.

Il fatto che oggi Stonewall abbia deciso di cambiare la sua definizione di transfobia costituisce dunque una clamorosa marcia indietro.
Se finora per “transphobia” si intendeva “la paura o il disprezzo nei confronti di qualcuno basati sul fatto che è trans, inclusa la negazione della sua identità di genere o il rifiuto di accettarla”, oggi l’identità di genere scompare dalla definizione, che diventa la seguente: “Transfobia è il pregiudizio o l’attitudine, le convinzioni, le visioni negative delle persone trans. Questo può includere la paura o il disprezzo nei confronti di qualcuno basati sul fatto che è o viene percepito come trans”.
Sulla base di questa nuova formula il caso Forstater non sussisterebbe. Chiunque definisse uomo un maschio che si percepisce donna non potrebbe più essere accusato di essere transfobico. Da questo discendono notevoli conseguenze: per esempio, nessuno potrebbe definire transfobica una donna che si rifiutasse di accettare nei suoi spazi riservati- bagni, spogliatoi, case rifugio, per non parlare delle carceri-un uomo che si autoidentifica come donna.
Di fatto Stonewall arretra sul self-id –autoidentificazione di genere- o lo molla del tutto. Perché lo fa?
Forse perché non può ignorare il vigoroso cambio di vento che dopo molti anni sta travolgendo woke, trans policy, corsi DEI (sempre meno richiesti). O magari perché, a causa della sua trans-radicalità, Stonewall non riesce più a intercettare quei fondi pubblici e privati che ne hanno fatto una delle associazioni più ricche e potenti del mondo.
Rachele Dei
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