“Non basta travestirsi da donna per essere una donna, così come non basta dipingersi la faccia di nero per diventare neri”.
Durante una sessione plenaria di un’assemblea legislativa regionale, la deputata dello stato di Sao Paolo Fabiana Bolsonaro (nessuna parentela con il presidente Jair Bolsonaro) ha applicato del fondotinta scuro sul viso per protestare contro la nomina di Erika Hilton, donna trans, alla presidenza della Commissione per i Diritti delle Donne della Camera.
Parlando dal podio, la deputata ha spiegato la propria posizione ricorrendo a un parallelismo tra identità etnica e identità di genere:
“Io sono una donna bianca. […] Ho avuto i privilegi di una persona bianca per tutta la mia vita. Ora, a 32 anni, decido di truccarmi, di travestirmi da persona nera, di dipingermi […] e di riconoscermi come nera. Sono diventata nera adesso? Sto forse sentendo il dolore di una madre che ha un figlio che soffre tutto ciò che soffre per strada per il fatto di essere nero? Non è forse così? Non è questa la lotta? Sono dipinta di nero all’esterno. Mi identifico come nera. Allora perché non posso presiedere la commissione antirazzismo? Perché non posso occuparmi di questa agenda? Perché non sono nera. […] Io sono una donna. Non basta travestirsi da donna. Non sono qui per offendere le persone transgender, tutt’altro: sto dicendo che sono una donna, voglio essere vista come una donna. […] Una persona trans deve essere rispettata, sì. Ma non voglio nemmeno che una persona trans prenda il mio posto.”
Il discorso è stato interrotto da un’altra parlamentare, Monica Seixas, che ha sollevato un’obiezione procedurale e ha accusato la collega di transfobia, razzismo e blackface, chiedendo la sospensione della sessione e della trasmissione pubblica dei lavori. Il presidente di sessione, Fábio Faria de Sá, ha permesso a Fabiana di concludere il suo discorso e ha dichiarato che il caso sarebbe stato inoltrato alla direzione dell’Assemblea. Successivamente, un gruppo di parlamentari ha presentato una petizione formale, sostenendo che il gesto violasse principi costituzionali e contribuisse a rafforzare stereotipi discriminatori. È stata inoltre sporta una denuncia alla polizia per discriminazione razziale, mentre altri membri dell’assemblea hanno presentato ulteriori esposti alle autorità giudiziarie e alla procura competente. In una nota, la deputata ha negato di aver compiuto blackface, affermando che la sua azione voleva anzi essere un gesto di rispetto verso le persone nere, evidenziando che, come le donne, non possono essere marginalizzate nella lotta per i propri diritti.
L’episodio ha generato un ampio dibattito pubblico e istituzionale, con l’apertura di procedure interne e indagini ufficiali per valutare la natura del gesto, le sue implicazioni e i possibili profili di responsabilità disciplinare o penale.
Ma solleva anche un interrogativo: com’è possibile che ambienti così attenti (giustamente) alla rappresentazione delle persone nere e pronti a contestare con indignazione qualsiasi uso, anche quando si tratta di evidente espediente retorico, di trucco scuro, accettino invece senza esitazioni, anzi incoraggino apertamente, la “womanface”, ovvero l’adozione di caratteristiche estetiche e performative associate alla femminilità?
Perché l’imitazione delle caratteristiche fisiche di una persona dalla pelle scura viene considerata intollerabile, mentre il travestimento da donna viene accolto come gesto legittimo di espressione individuale e persino celebrato per il presunto “coraggio”?
La richiesta di coerenza da parte di Fabiana Bolsonaro non è un tema marginale, ma pone ulteriormente l’attenzione su tutte le contraddizioni del transattivismo e della misoginia insita in questo movimento.
Auspichiamo che il gesto della deputata apra lo stesso dibattito anche al di fuori del Brasile, ma anche negli USA, in Europa e dovunque le donne vengano marginalizzate persino quando vengono discussi i loro stessi diritti.
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