«Mi oppongo fermamente alla domanda che si pone l’Occidente: “Che cosa dobbiamo fare per farci benvolere dai musulmani”? A loro non piacete». Yasmine Mohammed è molto franca. Secondo lei è arrivato il momento di alzarci in piedi e difendere i valori dell’Occidente. Attivista canadese di origine egiziane e palestinesi, ex musulmana, è venuta in Italia al Salone del Libro di Torino per presentare Senza Velo. Come l’Occidente rafforza l’Islam radicale (Hope Edizioni). Mohammed ha vissuto un’infanzia e un’adolescenza segnata dal fondamentalismo imposto dalla madre. Preghiere forzate, punizioni, hijab obbligatorio e un matrimonio combinato a 19 anni con un membro di Al-Qaeda, da cui è fuggita rischiando la vita. Oggi è tra le voci più coraggiose contro l’islamismo radicale.
Conduce lo Yasmine Mohammed Podcast dove intervista i dissidenti del Medio Oriente.
Matrimoni combinati, preghiere per le bambine, spazi di preghiera separati, poligamia, grooming gangs, taharrush gamea, mutilazioni genitali femminili. In Europa stiamo assistendo alla diffusione di pratiche e crimini incompatibili con la libertà delle donne. In molti casi, questi fenomeni vengono minimizzati e/o tollerati, specialmente dal fronte progressista, in nome del multiculturalismo o del relativismo culturale. Se li si condanna, si viene automaticamente etichettati come islamofobi. Come si può assumere una posizione critica senza essere marchiati come razzisti e, contemporaneamente, promuovere l’integrazione?
«Il motivo per cui usano questi termini è controllare il modo di esprimersi. Serve a farti stare zitta, così che loro possano continuare a fare quello che vogliono senza che nessuno li disturbi, senza alcuna restrizione. Nel momento in cui dici “questo fa male alle donne, questo è un abuso, questo è sbagliato”, crei un ostacolo. Loro non vogliono che tu parli. Non vogliono che nessuno metta un freno a queste pratiche. È ovvio che cerchino di impedire alle persone di fermarli per continuare a fare quello che vogliono.
E in realtà, è una nostra responsabilità. Il punto è questo. Non possiamo chiedere a loro di smettere di fare quello che vogliono. Tutto ciò che possiamo fare è proteggere noi stessi. E così, quando cercano, attraverso i loro metodi sovversivi, di fare tutte queste cose che sono dannose per l’Occidente, dobbiamo alzarci e opporci. Quindi, se questo significa dover gestire le conseguenze di essere definiti bigotti, o islamofobi, o razzisti, o quant’altro… Chi se ne frega? Qual è l’alternativa?
Hai parlato delle grooming gangs. Questo è un esempio perfetto. Quando queste ragazzine venivano violentate in tutto il Regno Unito, i giornalisti avevano paura di parlare, i politici avevano paura di parlare, le persone dei centri anti-violenza avevano paura di parlare. E di conseguenza, ciò ha significato che sempre più, e più, e più, e più ragazzine sono diventate delle vittime. Quindi, attraverso il nostro silenzio, solo perché non vogliamo che la gente ci insulti, facilitiamo il proseguimento di questa violenza sulle vittime.
Ci troviamo in una posizione in cui dobbiamo fare una scelta: avremo coraggio? Avremo fegato? Ci faremo valere o perderemo?».
Che cosa pensa delle dissidenti iraniane, di come si oppongono al regime islamico?
«Il modo in cui si ribellano è incredibile. Sono come dei supereroi. Quando scendono in strada, si tolgono l’hijab e lo bruciano, e i Guardiani della Rivoluzione sono lì davanti con le armi pronte a sparare, pronti a sbatterle in prigione, quello è il tipo di coraggio. Quando guardi quelle donne e poi dici “Oh, non voglio parlare perché qualcuno potrebbe darmi dell’islamofoba”, beh, è imbarazzante. Tu vivi in un Paese libero, capisci? Quindi dobbiamo essere più coraggiosi, e dobbiamo proteggere la civiltà che abbiamo, proteggere i progressi che abbiamo fatto, specialmente come donne».
Un aspetto inquietante dell’analisi dell’Islam nel tuo libro è la struttura rigida che fornisce ordine e solleva l’individuo dal bisogno di scegliere, di pensare e, in generale, dalle proprie responsabilità, che vengono avvertite come un fardello. Menzioni il fatto che questa struttura rigida sia stata un sollievo per tua madre, che si è ritrovata da sola con dei figli in un Paese straniero. Come possiamo noi occidentali fornire un’alternativa a chi si sente spaesato o confuso qui, in particolare alle donne, che sono spesso più isolate?
«Ecco, io mi oppongo fermamente alla domanda che in Occidente ci si pone continuamente, ovvero: “Cosa possiamo fare di più per farci benvolere dai musulmani? Cosa possiamo fare di più per sostenere i musulmani?”. A loro non piacete! (ride) È come quando dicono: “Cosa possiamo fare di più per far sentire i musulmani accolti? Perché si separano sempre? È perché non si sentono a loro agio a integrarsi nella società?”. No, è perché non vogliono farlo!
C’è quel versetto (ayah) sul non prendere i non-musulmani come amici. Loro vengono in questi Paesi perché c’è pulizia, c’è assistenza sanitaria, c’è istruzione… Hanno così tante libertà qui che non hanno nei loro Paesi, ma questo non significa che amino la civiltà occidentale. Significa che sono disposti a usarla. È una questione di opportunità».
Tua madre era una fanatica fondamentalista pur vivendo in Canada.
«Se mia madre avesse voluto, avrebbe potuto frequentare un gruppo di donne, avrebbe potuto rivolgersi ai centri di accoglienza per donne. C’è così tanto, abbiamo così tanti programmi sociali ovunque, sempre a disposizione di chi cerca quel genere di cose. Ma lei, in quel momento della sua vita, si sentiva come… Non so se ricordi questo passaggio del mio libro, ma lei odiava l’Occidente perché mio padre aveva avuto una relazione con una donna americana. E così, per mia madre, tutte le donne occidentali sono puttane, tutta la civiltà occidentale è corrotta. Di conseguenza cercava questo, vedi, alimentava la sua visione delle cose. Tutta questa ideologia dell’islamismo alimentava la sua idea che l’Occidente sia cattivo e malvagio e che l’Islam sia la risposta».
Tu non credi che una riforma profonda dell’Islam sia possibile, ma credi in una sorta di rivoluzione dei singoli individui, specialmente degli uomini, che possono aderire a una versione più compatibile con i diritti delle donne e i diritti umani. Puoi approfondire questo tema e darci qualche esempio, magari partendo dalle generazioni più giovani?
«Sì, voglio dire, è esattamente come per la Bibbia. È piena di un sacco di cose, ma la gente non sceglie di seguire ogni singola parola, tipo lapidare le persone, giusto? Ignoriamo un sacco di cose che sono nell’Antico Testamento, se non proprio tutto. E naturalmente il Nuovo Testamento è molto meglio, più umano. Ma il punto è che spetta alla scelta del singolo individuo ignorare le parti che ritiene non siano in linea con i propri valori. Ed è per questo che è teoricamente possibile. Conosco parecchi di musulmani che scelgono di fare ancora parte della religione, ma che hanno fatto una selezione accurata eliminando molte cose: la misoginia, l’omofobia, il razzismo, la violenza… Hanno scartato tutto questo. Sono loro le persone che preferirei avere come vicini di casa.
Però io non voglio, non vedo il valore nel selezionare e salvare solo alcune cose da qualcosa che si presuppone sia una dottrina sacra. Se io sono più morale di questo libro, perché mai dovrei seguire questo libro? Quindi, si tratta semplicemente di una scelta personale».
Attraverso la tua organizzazione non-profit, la Clarity Coalition, sostieni gli ex-musulmani in Europa e in altri Paesi. Quali sono le sfide più grandi che si trovano ad affrontare gli ex-musulmani?
«Siamo bloccati nel mezzo. Tra le persone del mondo islamico che vogliono che stiamo zitti – e parliamo di chi sta a destra, ovvero i conservatori religiosi del mondo musulmano – e, dall’altra parte, la sinistra dei Paesi occidentali, che vuole altrettanto che stiamo zitti. Di conseguenza siamo nel mezzo: né l’Oriente né l’Occidente vogliono ascoltare la nostra voce. È una posizione davvero difficile in cui trovarsi.
E la cosa più frustrante è che nessuno ama l’Occidente più di persone come me, che hanno la consapevolezza che non avremmo mai ottenuto le nostre libertà se non avessimo vissuto in Occidente. Noi capiamo il valore dell’Occidente. Ma quando urliamo affinché l’Occidente protegga se stesso, è perché capiamo benissimo contro cosa vi state scontrando. Noi l’abbiamo vissuta, questa vita. E il fatto che veniamo messi a tacere e demonizzati è come se l’Occidente fosse incline al suicidio. Ecco cosa sembra a volte».
Silvia Di Paolo

Questo articolo è prodotto grazie a lavoro volontario.
Gran parte delle notizie che leggi qui non le troverai su nessun altro media.
Se pensi che nostro lavoro sia utile, grazie se potrai sostenerci.
Anche il più piccolo contributo è prezioso!

