Anche l’America frena sugli ormoni ai bambini “trans”
Partono negli USA le prime cause da parte di giovani trattati con bloccanti della pubertà e ormoni che hanno visto peggiorare la loro condizione. E l’AAP -associazione dei pediatri americani- annuncia la revisione delle proprie linee guida fino a oggi favorevoli a questi trattamenti. Intanto una ricerca dimostra che la cosiddetta “terapia affermativa” non migliora affatto la situazione delle/dei giovani con disforia. Che anzi si sentono meglio quando la sospendono

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In tutto il mondo occidentale la cosiddetta terapia affermativa di genere per i minori (puberty blocker a cui seguono ormoni cross sex e chirurgia) è da tempo oggetto delle pesanti critiche di medici ed esperti, anche pentiti di averla prescritta, che ne segnalano la pericolosità e l’inefficacia: qualcuno ha detto che in futuro ne parleremo come di uno dei più grandi scandali della storia della medicina, paragonabile al ricorso alla lobotomia su 50 mila pazienti psichiatrici a metà del secolo scorso negli USA. Dopo l’UK, la Svezia e tutto il Grande Nord, l’Australia, si frena sui trans-trattamenti per i minori anche negli USA, dove una nuova ricerca dimostra che la terapia affermativa non migliora -anzi, peggiora- lo stato psicologico e fisico dei minori trattati e dove stanno partendo le prime cause di giovani detransitioner contro i medici che hanno prescritto loro queste “terapie” e perfino contro l’AAP, associazione dei pediatri americani, che probabilmente proprio per questa ragione ha deciso di rinviare la pubblicazione di un libro sulle transizioni pediatriche per poter avere il tempo di revisionare le proprie linee guida. E in Italia? Niente di niente, a parte la presa di posizione contraria da parte della Società Psicoanalitica Italiana e il vivace dibattito che si è aperto nella società degli psicoterapeuti cognitivo-comportamentali. Al momento nessun segnale critico dalla società di Pediatria e da quella di Endocrinologia, che anzi hanno espresso il loro favore alla terapia affermativa (a parte alcune prese di posizioni contrarie individuali): vedere qui e qui. Nulla si sa del numero di minori trattati né dei protocolli effettivamente applicati. L’auspicio è che le notizie che oggi arrivano anche dagli USA costituiscano lo spunto per l’apertura di una riflessione critica, in particolare tra i pediatri italiani.

Marina Terragni

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Chi detransiziona o desiste dalla transizione si sente meglio di prima, quando assumeva ormoni cross sex o si dichiarava trans: migliore benessere e anche minore disforia di genere.

È quanto ha rilevato uno studio menzionato da Bernard Lane su Gender Clinic News condotto dalla ricercatrice Lisa Littman insieme alla psicoterapeuta Stella O’Malley, alla detransitioner Helena Kerschner e al sessuologo J Michael Bailey e pubblicato su Archives of Sexual Behavior.

Lo studio si è svolto su un campione di 71 donne e 7 uomini americani di età compresa tra i 18 e i 33 anni. I giovani – che si erano identificati nel sesso opposto per 5 anni- hanno sperimentato un netto miglioramento della loro salute psicologica dopo aver interrotto le cure o aver rinunciato alla loro identità transgender. Visto il tema controverso, solo da poco i detransitioner si rendono visibili e questo è il primo studio sull’argomento. 

Nello studio tutti i maschi e la maggior parte delle femmine avevano preso ormoni cross sex (testosterone per le donne, estrogeni per i maschi) e quasi un terzo delle femmine aveva fatto una doppia mastectomia, mentre un piccolo numero aveva subito anche l’asportazione di utero e ovaie, investimento piuttosto importante nella nuova identità in termini di tempo e protocolli medici . Il ripensamento è avvenuto più per questioni interiori -riflessioni, cambiamento nella definizione di maschio e femmina oltre al fatto di avere capito di essere più a proprio agio nel sesso di nascita- che per fattori esteriori, come la discriminazione.

Un altro fattore determinante è stato avere scambiato problemi di salute mentale e traumi per disforia di genere. È interessante il fatto che poco più della metà del gruppo abbia dichiarato di riconoscersi nella disforia di genere a insorgenza rapida (RODG) con esordio durante o dopo la pubertà. La ROGD, descritta per la prima volta da Littman, descrive l’epidemia internazionale a partire dal 2010 tra gruppi di adolescenti – soprattutto ragazze – influenzati socialmente che abbracciano improvvisamente identità trans. Ma si tratta di un’ipotesi che gli attivisti tentano in tutti i modi di screditare. 

Tra i punti chiave del documento il fatto che la maggior parte di quelli che hanno assunto ormoni cross sex li ha ottenuti attraverso un modello di consenso informato rapido. Due terzi del campione ritiene di non essere stata adeguatamente informato sui rischi e sulle conseguenze a lungo termine. Quasi la metà delle donne ha dichiarato di essere attratta esclusivamente da donne e per molte si è trattato del desiderio di sfuggire maltrattamenti e alla sessualizzazione. Più di un terzo del gruppo ha dichiarato che la maggior parte degli amici si identificavano come trans, anzi era comune prendere in giro chi non lo era. Prima della transizione le diagnosi psichiatriche più comuni erano state depressione (63%), disturbo da deficit di attenzione (24%), disturbo alimentare (23%), disturbo ossessivo compulsivo (18%), disturbo da stress post-traumatico (15%), disturbo bipolare (12%), tricotillomania (10%), disturbo dello spettro autistico (9%). Molte/i hanno avuto esperienze traumatiche durante l’infanzia come abusi in famiglia. La maggior parte del campione ha idee politiche liberali e sostiene i matrimoni gay e diritti trans. 

Gli autori dichiarano che i risultati dello studio sono necessariamente provvisori e riconoscono quindi i limiti della ricerca. Non si può ancora dimostrare quanto la detransizione o la “desistenza” siano comuni né se il gruppo esaminato fosse particolarmente a rischio. Una ricerca imperfetta tuttavia è meglio di nessuna e gli autori credono che sia diventato urgente un follow up dei pazienti, pratica che al momento negli Usa non ha corso. 

Intanto da un’inchiesta di Benjamin Ryan su The New York Sun si apprende che due detransitioner hanno fatto causa per negligenza ai loro medici, Jason Rafferty e Michelle Forcier e anche alla AAP, società americana di pediatria. Una di loro, Isabelle Ayala, 20 anni (foto in apertura) sopravvissuta a abusi sessuali con una lunga storia di depressione, ADHD, autolesionismo, tentati suicidi, aveva 14 anni quando ha iniziato il protocollo di transizione e adesso è pentita. Il dottore Rafferty aveva detto a sua madre che non prescrivere il testosterone avrebbe potuto portare la ragazzina al suicidio. Purtroppo dopo solo 8 mesi di trattamento Ayala ha tentato di suicidarsi ed è stata ospedalizzata. La causa di Ayala, parte di un movimento crescente di contenziosi, potrebbe far luce sul perché un’Accademia così importante come quella di pediatria abbia appoggiato il modello di affermazione a dispetto delle critiche crescenti soprattutto in Europa. Non è un caso che dopo l’inchiesta l’AAP abbia deciso di ritardare l’uscita di un libro sulle transizioni pediatriche “a causa di una review delle linee guida”.

Il gigante dai piedi di argilla del business delle transizioni inizia a sbriciolarsi. 

Mara Accettura


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