Addio a Robin Morgan, la femminista radicale che si batté per nominare le donne
Nel 1973 rivendicò il sesso femminile come realtà materiale e fondamento politico. Una posizione mai rinnegata

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Su alcune bacheche dove in queste ore si piange Robin Morgan (1941-2026), al cordoglio si accompagna, qua e là, un ammonimento sulle ombre del suo passato. Chiamarle così significa degradare a incidente biografico una posizione politica che Morgan ha sostenuto per l’intera vita, negandole la dignità di convinzione. L’ha formulata pubblicamente nel 1973, ponendo uno dei nodi su cui il femminismo ancora viene messo in questione, che cosa definisca una donna e chi sia il soggetto politico del movimento che Morgan e altre avevano creato.

La vicenda ha origine alla West Coast Lesbian Conference di Los Angeles. Beth Elliott, donna trans, lesbica e militante, non era un’estranea in cerca di ammissione, né aspirava a una carica. Aveva concorso all’organizzazione della conferenza, era stata invitata a esibirsi come cantautrice, e aveva già ricoperto un incarico politico di rilievo, la vicepresidenza della sezione di San Francisco delle Daughters of Bilitis.

La sua presenza è stata contestata da un gruppo di lesbiche separatiste, le Gutter Dykes. Si è votato, e la maggioranza delle presenti si è pronunciata perché Elliott restasse. Ma la domanda era ormai aperta. Una persona di sesso maschile che si identifica come donna appartiene alla categoria politica delle donne, ed è dunque legittimata a partecipare a uno spazio autonomo organizzato dalle donne?

Robin Morgan lascia passare lo scontro, e all’indomani interviene con tutta la sua autorità. Il nucleo del suo ragionamento è tutt’altro che un’ombra. Quando afferma «non chiamerò un maschio “lei”», rivendica il sesso femminile come realtà materiale che definisce l’essere donna, non un’identità dichiarata, ma un dato del corpo da cui discende anche una storia sociale, quella di essere nate femmine e di aver patito, fin dall’origine, ciò che la società prescrive, limita o nega alle persone di sesso femminile. Il discorso, pubblicato quello stesso anno su Lesbian Tide con il titolo “Lesbianism and Feminism: Synonyms or Contradictions?”, confluisce poi, nel 1977, nel suo Going Too Far: The Personal Chronicle of a Feminist.

Cinquant’anni prima che gender critical e TERF entrassero nel lessico, Morgan mette un punto fermo che arriva fino a noi intatto, una distinzione politica netta. Le persone trans subiscono discriminazione e violenza in quanto trans, non in quanto donne. Sono due strutture di oppressione distinte, e trattarle come intercambiabili cancella la specificità di entrambe.

Da allora il tema ha investito gli spazi riservati alle donne, il linguaggio, il diritto, le statistiche, lo sport, le politiche contro la violenza, perfino la possibilità di nominare il sesso biologico.

Morgan non ha mai abiurato pubblicamente il discorso del 1973. Interrogata sulla vicenda della West Coast Lesbian Conference, cinquant’anni dopo, ha detto: «I diritti trans sono diritti umani». Poi ha concesso: «È complicato».

Purple Haze

 


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