«A Gaza c’è stata violenza sessuale». Parla Romi Gonen la ragazza israeliana liberata dopo 471 giorni di prigionia
La sua testimonianza davanti alle telecamere di Channel 12 smonta i tentativi di minimizzare i crimini di Hamas

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Romi Gonen, ostaggio israeliano liberato dopo 471 giorni di prigionia a Gaza, ha raccontato in un’intervista il calvario vissuto nelle mani dei suoi carcerieri.

La ragazza, ora venticinquenne, di ventitré anni all’epoca della cattura, ha raccontati che nei primi giorni di cattività è stata trasferita in diverse abitazioni, sempre sotto sorveglianza armata. Ha descritto stanze buie, finestre sigillate e la sensazione costante di essere osservata. In questi luoghi, la ragazza è stata aggredita sessualmente dai suoi assalitori, in particolare da due uomini identificati come Ibrahim e Mohammed. Ogni spostamento era accompagnato da minacce: «Se parli, non tornerai mai a casa».

In una coraggiosa intervista al Channel 12 israeliano, Romi ha raccontato i giorni peggiori della sua prigionia. «Solo quando ti trovi in questa situazione puoi capire cosa succede al corpo. E la paura – a volte paralizza», ha detto Gonen, descrivendo quello che ha definito l’“assalto peggiore”. Secondo il suo racconto, uno dei carcerieri le ordinò di entrare in bagno, la seguì e la aggredì. «C’è stato un momento in bagno in cui piangevo disperatamente», ha raccontato, «e lui era al settimo cielo, come se avesse ricevuto il dono della vita». Guardando attraverso una piccola finestra, ha detto di essere rimasta colpita dalla «dissonanza tra la vita bella, ordinaria e pulita fuori – e la sporcizia, la bestialità e il disgusto che accadevano dentro il bagno». Dopo l’aggressione, ha ricordato di aver pensato: «Romi, tutti in Israele pensano che tu sia morta, e sarai la sua schiava sessuale per sempre… Poi lui si avvicina, mi punta una pistola alla testa e mi dice: “Se lo racconti a qualcuno, ti uccido”».

Romi Gonen racconta inoltre che le fu proposto una sorta di accordo durante una telefonata con un comandante di Hamas: «Ti metterò in cima alla lista dei prigionieri da liberare, a patto che tu prometta di mantenere il silenzio». Gonen ha identificato la voce come quella di Izz a Din al-Haddad, all’epoca capo della Brigata di Gaza di Hamas e oggi leader del gruppo, che ha incontrato anche di persona durante la prigionia.

«Spesso hanno cercato di zittire la mia storia e mi hanno detto di non raccontarla», aggiunge Gonen, spiegando che ha atteso la liberazione di tutti gli ostaggi prima di parlare per timore di ritorsioni su di loro. «Ora sono qui, davanti alla telecamera, e nessuno potrà più mettermi a tacere».

Il rapporto del Dinah Project conferma che la storia di Romi non è un caso isolato: già durante l’attacco del 7 ottobre, Hamas ha usato lo stupro e le mutilazioni come strumenti di terrore, colpendo donne e ragazze in modo brutale e intenzionale. Le indagini hanno inoltre raccolto prove e testimonianze di altri ostaggi, donne e uomini, che hanno subito abusi simili. Tra le voci più forti c’è quella di Ilana Gritzewsky, che ha denunciato le aggressioni subite e le torture psicologiche, e Rom Braslavski, rapito il 7 ottobre 2023 mentre lavorava come addetto alla sicurezza al Nova Music Festival, che ha raccontato degli abusi sessuali subiti dai prigionieri, anche maschi. «Ho pregato che mi lasciassero morire», ha confessato, descrivendo torture quotidiane, nudità forzata, umiliazioni di natura sessuale e privazioni estreme.

Queste testimonianze smontano ogni tentativo di minimizzare i crimini di Hamas: la violenza sessuale è stata usata come arma tattica di guerra, pianificata e sistematica.

Nonostante la gravità della sua testimonianza, l’intervista a Romi è passata sotto silenzio sui grandi quotidiani italiani e non ha suscitato reazioni dai principali gruppi femministi. La causa palestinese continua ad essere trattata come privilegiata, mentre i crimini dei suoi sostenitori vengono minimizzati, quasi a volerli giustificare. Il mondo progressista deve abbandonare questa ambiguità se vuole mantenere un minimo di credibilità: non si può difendere la libertà ignorando la barbarie. La violenza sessuale non è resistenza, non è lotta per la giustizia: è tortura, è un inaccettabile crimine contro l’umanità.

Noi vogliamo ringraziare la nostra coraggiosa sorella Romi e augurarle di superare, per quanto possibile, questo trauma, sapendo che la sua voce ha contribuito a squarciare il velo dell’omertà.

Anna Zanotti

 


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