Simone de Beauvoir, la femminista fraintesa dal pensiero queer
La celebre frase de Il secondo sesso, “Donna non si nasce, si diventa” è spesso citata a sproposito. La riflessione della filosofa francese parte dalla realtà del corpo ed è contro gli stereotipi legati al sesso femminile

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Simone de Beauvoir, una delle figure più influenti del femminismo del XX secolo, ha scritto nel suo celebre libro Il secondo sesso che “donna non si nasce, si diventa”.

Questa frase viene spesso citata al di fuori del suo contesto, cercando di attribuirle il significato, poi teorizzato da Judith Butler, che il genere sarebbe un costrutto sociale del tutto separato dal corpo fisico e che, dunque, anche un uomo può “diventare” una donna nel momento in cui assume le caratteristiche che vengono associate alla femminilità.

Questo tuttavia non è quello che diceva la filosofa francese: per lei il destino della donna era profondamente legato al suo corpo, e alla differenza tra il corpo femminile e maschile.

Dalla nascita, alla bambina (in quanto femmina) viene insegnata la superiorità del maschile, il suo ruolo ultimo di madre e l’alienazione dalla propria sessualità.

Per de Beauvoir l’associare all’essere femmina caratteristiche come passività, civetteria o istinto materno è frutto di un forte indirizzamento da parte della società, che la filosofa analizza nel dettaglio nei due volumi che compongono la sua opera più importante.

La bambina di de Beauvoir non si “sente” femmina in modo particolare, semplicemente subisce l’educazione della società, finendo con l’introiettare la propria inferiorità al maschile.

Questo è in diretto contrasto con l’ideologia del “genere”: il transattivismo si basa su una filosofia di ispirazione gnostica che separa l’anima dal corpo. Secondo questa visione, l’anima ha un genere innato che può essere diverso dal corpo in cui risiede. Una persona può “sentirsi” femmina o maschio indipendentemente dal suo corpo.

Il secondo sesso, testo storico del pensiero femminista pubblicato nel 1949
Il secondo sesso, testo storico del pensiero femminista pubblicato nel 1949

Il secondo sesso teorizza il contrario; nel paragrafo stesso da cui è estratta la citazione, de Beauvoir afferma: “Finché esiste per sé, il bambino non può percepirsi come sessualmente differenziato. Per le ragazze e i ragazzi, il corpo è prima di tutto il riflesso di una soggettività, lo strumento che realizza la comprensione del mondo: è attraverso gli occhi, le mani, non attraverso le parti sessuali che essi comprendono l’universo.”

Secondo de Beauvoir, le donne non sono riuscite a superare questa socializzazione che le pone in perenne condizione di “alterità”, ed a opporsi ad essa con movimenti politici e sociali di liberazione, proprio a causa del proprio corpo sessuato: infatti la filosofa fa risalire l’origine dell’oppressione alla maternità, che fin dalla preistoria ha messo la donna nella condizione di fare il lavoro riproduttivo per gli uomini rendendole parte della “proprietà privata” posseduta dagli uomini.

De Beauvoir dedica un’intera sezione de Il secondo sesso a descrivere la condizione delle donne attraverso le epoche, analizzando come, nei secoli che seguirono i tempi primitivi, “è alla proprietà privata che il destino della donna è legato attraverso i secoli: per una grande parte la sua storia si confonde con la storia dell’eredità”, e affermando che “tutta la storia delle donne è stata creata dagli uomini”.

La narrazione per cui le caratteristiche che gli uomini hanno legato alla femminilità, creando il mito del “femminile” (a cui la filosofa dedica una lunga sezione dell’opera) sono l’essenza stessa dell’essere donna è, quindi, in contrasto con la visione materialista di de Beauvoir.
La filosofa sosteneva che le donne dovevano abbandonare i preconcetti che la società aveva associato loro per costituire una nuova narrazione di sé, per diventare finalmente soggetto e non oggetto, ma non per “diventare uomini” o tentare di farlo (addirittura rimproverava alle lesbiche l’eccessiva imitazione degli atteggiamenti maschili, invece di trovare un modo autentico di rapportarsi alle altre donne). Il passaggio dall’immanenza (ovvero l’accettazione dello status quo) alla trascendenza (ovvero la progettualità del cambiamento) sarebbe passata da un’uguaglianza rispetto alla propria soggettività.

Separare il corpo sessuato femminile dal concetto di donna è senz’altro redditizio per vendere l’idea di “donna come status acquistabile”, ma ridurre il concetto di donna a una serie di stereotipi non solo non rappresenta la realtà della metà del mondo, ma non era di sicuro il pensiero di Simone de Beauvoir. Ridurre la definizione stessa di donna a una decisione degli uomini che si concentra sugli aspetti che lei voleva superare (ovvero la sottomissione e la passività, soprattutto sessuale, come teorizzato dagli autori trans Andrea Long Chu o Grace Lavery) è una profonda distorsione del suo pensiero.

È sicuramente più semplice veicolare messaggi attraverso le parole di personaggi famosi, ma, per favore, non riscrivete la storia secondo un’ideologia che non esisteva ai loro tempi.
Specialmente non quella femminista, nata per proteggere le donne, le femmine, non altre categorie.

Anna Zanotti


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