“Le femministe dove sono?” è una domanda che torna ciclicamente. Succede quando una donna viene privata dei propri diritti in Iran, quando alle donne musulmane vengono imposti codici di abbigliamento, quando rischiano violenze o incarcerazioni per essersi ribellate, quando la loro libertà viene subordinata alla religione o alla famiglia. Ma succede anche quando si parla di sport femminile e della possibilità che atlete transgender competano nelle categorie riservate alle donne; quando si discute della collocazione delle persone transgender nelle carceri maschili o femminili; quando si parla di quote e rappresentanza femminile, di spazi riservati alle donne, di prostituzione, di utero in affitto o di violenze da parte di immigrati.
Puntualmente arriva la domanda: “Le femministe dove sono?”
La risposta è molto semplice: non dove guardi tu.
Perché c’è un equivoco alla base di questa domanda: chi la pone spesso non cerca davvero le femministe, cerca le femministe che conosce. Quelle che occupano le piazze, che hanno migliaia di follower, che compaiono sui giornali, che organizzano manifestazioni nazionali e che sono diventate il volto mediatico del femminismo.
Tuttavia, il femminismo è molto più grande di questo. Il femminismo non è un partito, non è una corrente politica unica e non ha un portavoce universale. Esistono femminismi diversi, spesso profondamente in conflitto tra loro, con femministe che non condividono affatto le posizioni dei movimenti più visibili.
Eppure si guarda a un movimento come Non Una Di Meno, lo si identifica con il femminismo italiano e poi si giudica l’intero movimento femminista sulla base delle sue posizioni. È come giudicare l’intero ambientalismo sulla base di una sola associazione… solo che, quando si parla di femminismo, sembra diventare improvvisamente accettabile.
E non è un dettaglio nemmeno il fatto che Non Una Di Meno non si definisca semplicemente un movimento femminista, ma transfemminista. La scelta delle parole conta: il femminismo nasce dalla condizione delle donne in quanto persone di sesso femminile, mentre il transfemminismo allarga il proprio soggetto politico alle identità transgender. È quindi legittimo chiedersi che cosa abbiano ancora in comune, nell’origine e nell’essenza, due concezioni così diverse del soggetto politico da difendere.
Prendiamo una delle accuse più frequenti: “Quando mai le femministe occidentali parlano dell’oppressione delle donne musulmane?” La risposta è: moltissime lo fanno.
Ci sono femministe che hanno manifestato contro il regime iraniano, sostenuto il movimento Donna, Vita, Libertà, denunciato l’obbligo del velo e difeso le donne che rifiutano di sottostare a norme religiose imposte. Il problema è che queste femministe raramente coincidono con quelle che hanno maggiore visibilità nei circuiti mediatici.
Inoltre, per una parte del femminismo occidentale contemporaneo, criticare determinate pratiche religiose o culturali è diventato politicamente difficile, per il timore che la critica venga strumentalizzata dalla destra o trasformata in razzismo. Questa ritengo sia una trappola: se una posizione è giusta soltanto quando viene pronunciata dalla parte politica che ci piace, non stiamo più parlando di principi. Stiamo parlando di appartenenza. Una femminista dovrebbe poter denunciare l’oppressione di una donna anche quando viene esercitata in nome della religione islamica, senza dover prima dimostrare di essere sufficientemente progressista, antirazzista o politicamente affidabile. Altrimenti, nel tentativo di non discriminare una comunità, si finisce per non vedere più le donne che all’interno di quella comunità subiscono discriminazioni.
Lo stesso problema emerge nel dibattito sul transattivismo. Non è necessario essere ostili alle persone transgender per sostenere che esistano questioni specificamente femminili: sport, carceri, quote, rappresentanza e spazi protetti sono ambiti nei quali il sesso biologico può avere una rilevanza concreta. Discuterne non significa negare dignità o diritti alle persone transgender, ma chiedersi se il femminismo può ancora parlare delle esigenze specifiche delle donne quando queste entrano in conflitto con quelle di altri gruppi. Il problema nasce quando la risposta sembra essere no. Quando una femminista solleva una questione sullo sport femminile viene accusata di transfobia. Quando parla degli spazi carcerari femminili viene definita TERF (NdA TERF è l’acronimo inglese di trans-exclusionary radical feminist, in italiano femminista radicale trans-escludente). Quando critica la prostituzione o l’utero in affitto viene accusata di essere retrograda. Se il femminismo non può più difendere interessi specificamente femminili quando entrano in conflitto con quelli di altri gruppi, allora bisogna chiedersi perché alle donne venga chiesto di includere tutti.
Un movimento nato per difendere una specifica categoria deve concentrarsi sui propri problemi: nessuno pretende che un’organizzazione per i diritti delle persone nere debba occuparsi contemporaneamente di ogni altra discriminazione esistente. Eppure dal femminismo sembra essere continuamente preteso qualcosa di diverso. Le femministe devono parlare delle donne, ma anche delle persone transgender; della violenza contro le donne, ma anche dell’immigrazione; della maternità, ma anche della precarietà lavorativa generale; dei diritti femminili, ma anche di razzismo, capitalismo, colonialismo, ambiente e conflitti internazionali.
Una femminista può occuparsi di tutto questo, ma non è obbligata a farlo per poter essere considerata femminista.
Il femminismo nasce per una ragione precisa: mettere al centro la condizione delle donne. E se un’organizzazione decide di occuparsi anche di molte altre questioni, è liberissima di farlo, ma non è corretto utilizzare le sue posizioni come metro per giudicare tutte le femministe.
Torniamo alla domanda iniziale. “Le femministe dove sono?” Sono nelle associazioni che denunciano la violenza contro le donne, nelle realtà che contestano la maternità surrogata, in quelle che chiedono politiche contro la prostituzione e lo sfruttamento sessuale. Sono tra le donne che denunciano la repressione in Iran, tra le atlete che difendono lo sport femminile, tra le lesbiche che difendono gli spazi femminili e tra le femministe che hanno subito campagne d’odio perché considerate “TERF”.
Sono, di fatto, molto meno visibili di quelle che riempiono le piazze e gli hashtag, ma comunque attive e numerose. Pagine e realtà come Femministero, RadFem Italia, Arcilesbica e diverse correnti del femminismo radicale hanno subito per anni insulti, delegittimazione e tentativi di silenziamento proprio per aver sostenuto posizioni considerate scomode.
Il problema non è che le femministe siano mute su certe questioni, ma che alcune femministe vengono ignorate perché non dicono ciò che ci si aspetta da loro.
Perciò, la prossima volta che qualcuno scriverà: “Le femministe dove sono?” forse sarebbe il caso di rispondere con un’altra domanda: “Quali femministe stai cercando?” Perché se cerchi soltanto quelle che compaiono sui grandi giornali, quelle che hanno più follower, quelle che occupano le piazze e quelle che condividono la tua stessa ideologia politica, non stai cercando il femminismo delle donne, bensì una rappresentazione del femminismo che conosci già, politicizzato e patinato.
Le femministe ci sono. Solo che non sono dove guardi tu.
Maddalena Comotto
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