La morte di una neonata avvenuta pochi minuti dopo il parto nella casa maternità “Il Nido” di Testaccio, a Roma, riaccende la necessità di un dibattito urgente sulla sicurezza dei parti non medicalizzati.
Secondo le prime ricostruzioni, la piccola sarebbe nata già priva di sensi e, nonostante i tentativi di rianimazione da parte delle ostetriche e l’intervento del 118, non c’è stato nulla da fare. La struttura è stata posta sotto sequestro e due ostetriche sono state denunciate, mentre si attende l’esito dell’autopsia per chiarire le cause del decesso.
Francesca Bubba, autrice di “Preparati a Spingere” e di un’inchiesta pubblicata per The Post Internazionale nel 2023 “E tu donna partorirai con dolore” (proprio sul business delle ostetriche che vendono questa idea di maternità ancestrale e naturale) ha condiviso sui suoi canali social testimonianze di famiglie che hanno fatto il corso preparto presso la struttura e tutte raccontano fatti estremamente allarmanti: rifiuto di interventi ospedalieri, sfiducia verso i ginecologi, promozione dell’idea antiscientifica che l’epidurale renderebbe i neonati “mosci” e il suggerimento di lasciare l’ospedale appena possibile prima che i medici possano fare i dovuti controlli.
Questo episodio drammatico non è solo una tragedia personale per la famiglia coinvolta, ma anche un campanello d’allarme per tutte le donne che, spinte da ideali di autodeterminazione e desiderio di un parto “naturale”, scelgono di partorire al di fuori dei protocolli ospedalieri. È il momento di riflettere con lucidità su cosa significhi davvero sicurezza, libertà e cura nel momento più vulnerabile della vita di una donna.
Prima dell’avvento della medicina moderna, il parto era una delle principali cause di morte per le donne. Le infezioni, le emorragie, le complicazioni non gestibili senza strumenti chirurgici o farmacologici portavano a tassi di mortalità materna e perinatale altissimi. Secondo dati storici, nel XIX secolo la mortalità materna nei paesi occidentali arrivava fino al 20%, e i neonati avevano una probabilità ancora più alta di non sopravvivere ai primi giorni di vita.
Nel 2020 nel mondo 287mila donne sono morte durante la gravidanza, al momento del parto o nelle sei settimane successive: sono quasi 800 decessi ogni giorno e a circa un decesso ogni due minuti, concentrati prevalentemente (70%) nei paesi poverissimi dell’Africa subsahariana, dove le donne partoriscono senza le adeguate cure mediche.
Il mito del parto naturale nasce negli anni ’70 con Ina May Gaskin: la sua filosofia si basa sull’idea che il corpo femminile sia perfettamente capace di partorire senza interventi medici, e che la paura e la medicalizzazione siano le vere cause delle complicazioni.
Sulla scia della Gaskin, negli ultimi anni è nato un fiorente business di ostetriche/doula/sciamane che vendono un’esperienza “spirituale” del parto, ovviamente senza interventi medici.
Una delle contraddizioni più evidenti nel dibattito sul parto è il modo in cui il dolore viene celebrato. Riguardo alla casa maternità “Il Nido” di Testaccio, i vicini hanno testimoniato a Francesca Bubba che le finestre vengono sbarrate per attutire le urla di dolore delle partorienti, che vanno avanti per giorni.
In nessun altro ambito medico si glorifica la sofferenza: il dolore è un campanello d’allarme che deve portare l’individuo a prestare attenzione a un’emergenza in corso, ma non ha un valore intrinseco, anzi il suo prolungamento può portare a stress post-traumatico (che infatti è molto diffuso nelle madri).
Nella sanità moderna l’estrazione di un dente, un intervento chirurgico, persino una sutura è accompagnata da anestesia, sedazione, volontà di rendere l’esperienza dignitosa per il paziente. Eppure, nel parto, il dolore viene spesso descritto come “necessario”, “empowerment”, o come di un “rito di passaggio” che “cementa il legame tra madre e figlio”.
Questa retorica è una subdola forma di violenza. Le donne che scelgono l’epidurale o il cesareo vengono talvolta giudicate come meno coraggiose, meno “madri”, ammesso che decidano di farlo dopo essere state dissuase da medici, ostetriche e sedicenti esperte. È una narrazione che, usando il linguaggio della liberazione, toglie alle donne la possibilità di essere trattate con la dignità riservata a qualsiasi altro paziente.
Un aspetto spesso trascurato nel dibattito sul parto non medicalizzato è il ruolo ambiguo che gli stessi ospedali hanno avuto nel promuovere il parto naturale come opzione preferibile. In un’ottica di contenimento dei costi, molte strutture sanitarie hanno abbracciato la narrativa secondo cui il parto vaginale, senza anestesia e senza interventi, sarebbe la scelta “migliore” per la madre e il bambino. Ma dietro questa retorica si nasconde una realtà più complessa.
Nel Regno Unito, il Servizio Sanitario Nazionale (NHS) ha tentato per anni di ridurre il tasso di cesarei al di sotto del 20%, spingendo le strutture ospedaliere a privilegiare il parto naturale. Tuttavia, questa politica ha portato a gravi conseguenze: in alcuni casi, le donne sono state scoraggiate dal ricevere un cesareo anche quando era clinicamente indicato, con esiti tragici. Nel 2022, dopo una serie di scandali e indagini su morti neonatali evitabili, l’ NHS ha abbandonato l’obiettivo numerico, riconoscendo che la sicurezza deve prevalere su qualsiasi statistica di performance.
In Italia, la promozione del parto naturale ha spesso coinciso con una scarsa offerta di analgesia. Secondo i dati dell’ISTAT e dell’European Perinatal Health Report, solo circa il 20% delle donne italiane riceve l’epidurale durante il parto, contro il 60-70% di paesi come la Francia e la Germania. In molte strutture, l’epidurale non è disponibile h24, oppure viene scoraggiata per motivi organizzativi. Il risultato? Donne lasciate a soffrire per ore o giorni, mentre le ostetriche cercano di convincerle che il dolore sia “normale”, o addirittura “benefico”.
La narrazione dominante sulla violenza ostetrica tende a identificarla esclusivamente con interventi medici non necessari, pratiche eseguite senza consenso, episiotomie forzate, cesarei imposti. Ma questa visione è parziale. La violenza ostetrica è anche la negazione di un’adeguata gestione del dolore, la mancanza di assistenza fisica ed emotiva, l’abbandono della madre nei giorni successivi al parto. In molti ospedali italiani, si è diffusa la pratica di lasciare il neonato nella stanza della madre anziché al nido, presentandola come un “favore” per facilitare il bonding. In realtà, questa scelta spesso obbligata significa che donne appena uscite da lunghi travagli o da interventi addominali maggiori devono occuparsi 24 ore su 24 di un neonato, senza supporto, senza riposo, senza sollievo.
Anche questa è violenza. Ed è figlia della stessa ideologia della naturalità che è stata sfruttata per tagliare i costi di assistenza alle donne. Una medicina che si nasconde dietro il mito del “naturale” per giustificare la riduzione del personale, dei servizi, dell’accesso all’analgesia, è una medicina che tradisce, ancora una volta, le donne.
In questo contesto, dove le partorienti in ospedale non hanno accesso all’analgesia e il personale cerca di ritardare il più possibile ogni intervento, non sorprende che alcune donne si dicano che forse è meglio partorire a casa, dove perlomeno non si viene insultate dal personale ospedaliero se ci si lamenta troppo o non vengono praticati interventi lesivi come l’episiotomia senza anestesia. Ma la rinuncia all’adeguata cura medica comporta un prezzo altissimo, che può costare la vita a madre e neonato.
La difesa della libera scelta femminile non può passare attraverso la glorificazione di pseudo-scienze pericolose o alla rinuncia alle cure mediche in nome di un’illusione di naturalità: anche le donne hanno diritto a godere dei miglioramenti della medicina moderna. La sanità ha risparmiato per decenni sulla pelle delle donne, negando la specificità del corpo femminile e cercando di convincerci che quello che migliorerebbe il parto non sia necessario o troppo costoso. Anche le donne pagano le tasse, e non è accettabile che vengano trattate come pazienti di serie B.
Anna Zanotti
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