All’ultima seduta di laurea a cui ho partecipato c’era tra il pubblico una ragazza minuta, con begli occhi, capelli a zero e vistosi baffi a manubrio. Festeggiava un compagno di studi, insieme a un gruppo di amici. Nessuno sembrava trovarci niente di strano: non tra i ragazzi, né tra le famiglie e tantomeno tra noi professori.
D’altra parte, ho già visto che al prossimo appello d’esame si è iscritto il ragazzo transgender che ha seguito le mie lezioni di quest’anno, mentre io seguivo di settimana in settimana l’avanzamento della sua transizione dall’abbigliamento ai cambiamenti sempre più vistosi nella voce e nell’aspetto fisico.
Se apro la mail, sono sicura di trovarci, a intervalli regolari e sempre più ravvicinati, inviti a incontri o seminari sull’identità di genere e i queer studies, per iniziativa di singoli docenti o di gruppi di ricerca, sempre con l’assenso e spesso col diretto patrocinio del rettore, cattolico e di destra.
Posso cestinare le mail, ignorare tutti gli incontri e nessuno mi porterà in un campo di rieducazione transattivista; quanto agli studenti trans-identificati, con un po’ di accortezza e buona educazione da entrambe le parti non si rischiano sgarbi o ferite alle loro già fragili personalità. E se da un lato sono sempre più numerosi, è vero che dall’altro sembrano sempre più normalizzati, a proprio agio, integrati.
Questa è la forma che prende il transattivismo nelle nostre università: abbastanza innocua da poterla ignorare, quindi? Ignorarla è quello che senz’altro fa la gran parte dei miei colleghi: con l’istinto infallibile che ci guida a riconoscere e scansare le “grane”, nessun professore italiano di mia conoscenza osa contestare un’ideologia che si è astutamente agganciata parassitandola ai diritti LGB. Una volta ho provato a parlarne con una collega di un’altra università. Si è irrigidita. C’è il senso di un argomento spinosissimo. Poi il governo di centrodestra irrigidisce le posizioni dei prof che lo vedono ancora di più come frontiera dei diritti sotto attacco dei fascisti.
Viceversa, una minoranza molto rumorosa e sulla cui buona fede non scommetterei un centesimo, ha con simmetrico istinto animale annusato nel transattivismo il perfetto cavallo di Troia per realizzare i due obiettivi principi che muovono molti di noi: scalare posizioni e al contempo gettare discredito sui colleghi. Il tutto col vantaggio aggiunto della buona causa inattaccabile: chi contesta la ‘causa trans’ rischia l’accusa infamante di omofobia, praticamente la morte civile. La guerra più feroce si gioca infatti ai margini dell’Università: quanti ricercatori precari o intellettuali di vario genere si servono del discorso sul gender, di cui si professano illuminati depositari, per entrare nel sistema per il quale affettano sommo dispregio.
Chi come me ha seguito i conflitti durissimi tra transattivisti e femministe che hanno investito la società anglosassone e soprattutto le università, vede nella realtà italiana uno sbiadito scimmiottamento che denuncia anche in questo caso l’arretratezza derivativa di tante nostre mode pseudointellettuali. Tuttavia, il movimento trans non è il decostruttivismo o la teoria delle stringhe, e non si gioca nell’arena rarefatta e nobile del confronto scientifico. Non c’è in esso niente di sofisticato: al contrario, è un’ideologia rozza, che brandisce due mezze citazioni sbagliate di De Beauvoir e recupera i peggiori stereotipi sessisti, spacciandoli per principi incontestabili. Ma è anche un’ideologia pericolosa, che erode, come il caso inglese ci ha ben dimostrato, gli spazi di libertà e sicurezza delle donne per regalarli a una nuova casta di uomini rappresentati come fragili e speciali, secondo un antico modello di assoggettamento femminile reso più insidioso dall’appello all’inclusione e all’uguaglianza (o dallo stigma di transfobia per chi protesta). Infine, e soprattutto, è un’ideologia violenta e distruttiva, che esige un tributo di sangue proprio da quei giovani che come docenti abbiamo il dovere di guidare e che dopo l’impossibile transizione non avranno mai indietro i loro corpi sani, la loro funzione riproduttiva e sessuale.
Per molto tempo, osservando lo scenario anglosassone, ho pensato che l’inerzia stessa del sistema universitario italiano lo avrebbe protetto dalle conseguenze del transattivismo. Ma la globalizzazione si è rivelata, anche in questo caso, ineludibile: oggi ci troviamo a ripercorrere le stesse tappe di quello scontro, in ritardo e senza averne tratto alcuna lezione, privi per di più di un movimento femminista forte e agguerrito come quello inglese. Se la recente sentenza della Corte Suprema britannica non sarà presto recepita nella sua piena portata, frenando così il transattivismo anche oltre i confini del Regno Unito, il problema non potrà più essere evitato neppure da noi.
Bruna Conti
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