È stato recentemente pubblicato il rapporto di ricerca dell’Istat denominato “Le Case rifugio e le strutture residenziali non specializzate per le vittime di violenza – Anno 2023” (il testo del rapporto è pubblicato a questo link, mentre le tavole con i dati sono reperibili a quest’altro link), dal quale emerge un dato allarmante: l’84,3% delle case rifugio italiane adotta criteri di esclusione nei confronti delle donne con disabilità psichiatrica. Un’esclusione silenziosa, ma sistematica, che lascia fuori proprio le donne più fragili.
Queste strutture, che si sostengono in gran parte con finanziamenti pubblici, regionali e statali, escludono le donne con disagio psichiatrico senza prevedere percorsi adeguati o équipe formate, in contrasto con quanto previsto dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, che garantisce a tutte le donne vittime di violenza il diritto a ricevere supporto senza discriminazioni.
A rendere la questione ancora più grave ci sono i dati nazionali e internazionali che dimostrano come le donne con disabilità siano molto più esposte alla violenza rispetto alle altre. Studi ONU riferiscono che tra il 40% e il 68% delle giovani donne con disabilità ha subito abusi prima dei 18 anni. In Italia, il rischio di subire stupri o tentati stupri è doppio per le donne con disabilità (10%) rispetto a quelle senza (4,7%).
Queste cifre, già preoccupanti, sono probabilmente sottostimate per quanto riguarda le donne con disabilità psichiatrica, che spesso non riescono a riconoscere gli abusi, o a nominarli come tali, specialmente se avvengono negli ambiti familiari, terapeutici, assistenziali.
A ciò si aggiunge il peso dei pregiudizi: persiste l’idea errata che le persone con disturbi psichiatrici siano più violente. In realtà, i dati dimostrano l’opposto: queste persone, non solo non commettono più reati, ma sono dieci volte più a rischio di subire abusi. Come ha affermato Simona Lancioni, responsabile del Centro Informare un’H, (link al servizio di Open Channel TV), centri antiviolenza, questure e operatori sociali non sono ancora adeguatamente formati per accogliere le persone con disabilità, in particolare quelle con una condizione psichica.
Le barriere non sono solo strutturali, ma culturali. Una donna con disabilità intellettiva o psichiatrica che denuncia una violenza fatica ancora di più a essere creduta. Se già per ogni donna è complesso ottenere ascolto e fiducia, la presenza di una diagnosi psichiatrica rende il percorso ancora più difficile: le sue parole vengono sminuite, fraintese, attribuite alla patologia, invece che riconosciute come testimonianza. Si tratta di una seconda violenza, più invisibile ma non meno devastante.
Lancioni evidenzia un ulteriore nodo critico: molti centri antiviolenza, se si percepiscono impreparati di fronte a casi complessi, scelgono semplicemente di rifiutarli. Solo in rare realtà, dove vi è una maggiore consapevolezza, si tenta un’accoglienza diversa.
Eppure questo approccio è profondamente sbagliato. Anche di fronte ai propri limiti, i centri antiviolenza dovrebbero attivarsi per creare reti di supporto territoriali, coinvolgendo servizi, associazioni e professionisti capaci di affrontare i bisogni specifici di queste donne. Non è solo una questione di accoglienza, ma di responsabilità condivisa e alleanza concreta. Nessuna donna dovrebbe essere respinta per la propria condizione.
È importante ricordare anche che, in molti casi, è proprio l’esperienza di abuso a generare o aggravare un disagio psichico. Queste donne si trovano così in un limbo istituzionale: escluse dai centri antiviolenza, e non adeguatamente sostenute dalle strutture sanitarie, che spesso si limitano alla gestione farmacologica del sintomo, senza affrontare la dimensione relazionale e sociale della violenza subita.
Una testimonianza raccolta presso il Centro Antiviolenza “Percorsi Donna” del Fermano, gestito dalla Cooperativa On The Road, descrive bene le criticità.
Alla domanda se le case rifugio marchigiane accolgano donne con disabilità psichiatrica, la referente non ha saputo rispondere per altri centri ma ha risposto che nel Fermano non vengono accolte donne con una disabilità psichiatrica accertata o grave. Le motivazioni? Le strutture non sono autorizzate a somministrare farmaci, non possono garantire assistenza continuativa, e prediligono l’accoglienza di donne autonome, per evitare situazioni problematiche nella convivenza.
La stessa referente ha portato ad esempio il caso di una donna con depressione, che “non si alza dal letto”, o di una soggetta a crisi psicotiche, confermando implicitamente il pregiudizio sulla presunta pericolosità. Ma sono proprio questi i casi che mostrano l’urgenza di un approccio diverso: una crisi psicotica non è permanente e può essere gestita con un ricovero temporaneo e le crisi possono essere tenute sotto controllo da cure farmacologiche, mentre una donna depressa può essere semi-autonoma se seguita da un’équipe.
Eppure, le strutture continuano a non adeguarsi. Come sottolineato dall’operatrice, “esistono altre strutture più specifiche”, riferendosi verosimilmente a quelle psichiatriche. Ma anche qui emerge il nodo: questi servizi non sono pensati per accompagnare percorsi di fuoriuscita dalla violenza mirati a percorsi di autonomia, ma per gestire il disturbo, senza spesso affrontare la radice del trauma.
Le donne con disagio psichico restano così escluse da entrambe le reti di tutela.
Un episodio avvenuto di recente a Jesi, nelle Marche, rende tangibile la drammaticità del problema: un uomo, gestore con la moglie di una struttura per donne con disturbi psichiatrici, è stato colto in flagrante mentre abusava di una delle ospiti. Le indagini hanno poi rivelato che tutte e quattro le donne presenti avevano subito violenza. Un orrore consumato nel silenzio, favorito dalla condizione di fragilità e isolamento.
Il rapporto Istat conferma ciò che da anni denunciano le realtà più sensibili: le donne con disagio psichico sono tra le più esposte alla violenza e tra le meno tutelate.
Una visione più aperta arriva da Manuela Ulivi, della Casa delle Donne Maltrattate di Milano, che sottolinea come nelle grandi città ci sia maggiore attenzione al problema. Anche lì le difficoltà non mancano: i fondi pubblici sono scarsi, l’assistenza continuativa è carente e molto si regge sul volontariato. Tuttavia, l’approccio è più flessibile e attento.
Non esiste un criterio formale di esclusione per le donne con disturbi psichiatrici gravi, ma si adotta una valutazione individuale, riconoscendo che molte sofferenze psichiche possono essere conseguenza della violenza e non solo cause preesistenti.
Ulivi spiega che il centro evita medicalizzazioni forzate e istituzionalizzazioni, offrendo comunque ascolto, sostegno e accoglienza, anche a donne con difficoltà importanti, purché in grado di mantenere una relazione o seguire una terapia.
Una donna depressa che fatica ad alzarsi dal letto non viene automaticamente esclusa: si considera il suo contesto, senza negarle il diritto di ricevere aiuto.
Ma anche in un contesto così sensibile permangono limiti operativi. I casi più complessi, che richiedono una presa in carico h24, dovrebbero — sottolinea Ulivi — essere gestiti dai Comuni. Invece, spesso avviene l’opposto: i casi più difficili vengono scaricati proprio sui centri antiviolenza, lasciati senza risorse adeguate.
Serve un cambiamento urgente: formazione degli operatori, percorsi integrati tra salute mentale e rete antiviolenza, superamento dei criteri di esclusione e definizione di linee guida vincolanti.
Non si può parlare di accoglienza e tutela se si continua a lasciare fuori chi più avrebbe bisogno di essere creduta e protetta.
Ogni donna ha diritto a essere creduta. Ogni donna ha diritto a essere accolta. Nessuna diagnosi può cancellare questo diritto.
Gioia Feliziani
Questo articolo è prodotto grazie a lavoro volontario.
Gran parte delle notizie che leggi qui non le troverai su nessun altro media.
Se pensi che nostro lavoro sia utile, grazie se potrai sostenerci.
Anche il più piccolo contributo è prezioso!

