Contro la guerra, trovare le parole

Vi invitiamo a mettere in comune i vostri pensieri sulla situazione in Ucraina, sottraendoli al campo di battaglia dei social network. Parole che ci aiutino a rimettere ordine nell'immane disordine che è la guerra, per ritrovare un senso andato perduto. Mandateci i vostri testi
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Guerra è assoluta perdita di senso, sostituzione delle parole con gesti violenti.

Tenere vive le parole, investirle di fiducia, farne nascere di nuove è un lavoro preziosissimo che può arginare la distruzione. Non tanto e non solo le parole che servono alla diplomazia e alla negoziazione. Soprattutto le parole che ci aiutano a rimettere ordine nell'immane disordine che è la guerra, per ritrovare il senso andato perso.

Non le parole dei flame sui social network, che ci obbligano a prendere partito e a combattere -per la semplice ragione che sono le risse e le fake news a fare traffico e a garantire il business, Shoshana Zuboff lo ha spiegato una volta per tutte- ma le parole tremule ed esitanti che hanno bisogno di un riparo per venire al mondo e orientarlo.

Etty Hillesum avrebbe avuto tutto il diritto di trincerarsi nell'odio per i suoi carnefici, eppure ha scelto un'altra strada, riparando quelle parole nel suo "cuore pensante", ed è stato su quest'altra strada che si è espressa la sua grandezza femminile.

Vi invitiamo quindi a sottrarre le vostre parole all'insensato campo di battaglia social, guerra nella guerra, per esprimervi in questo luogo "al riparo", contribuendo ad alimentare, ognuna come sa e può, la fiamma della fiducia

Attendiamo le vostre libere riflessioni -sulle 20 righe, per ragioni di leggibilità-. Potete inviare a radfemitaliarfi@gmail.com


Rompo il ghiaccio

DISMISURA E COMPASSIONE di Marina Terragni

Assurdamente il mio primissimo pensiero è stato per Vladimir Putin. Non so capacitarmi del fatto che un uomo ormai vecchio e fatalmente prossimo all'uscita di scena, per quanto vocato all'immortalità politica, abbia deciso di lasciare sulla Terra una scia di violenza e di sangue come memoria del suo passaggio. "Non aveva già abbastanza?" mi ha detto una. Da dove nasce questa dismisura, il sogno della Grande Russia, diventare l'ultimo Zar?

La sua vita deve essere tremenda, come capita spesso quando il potere non si dà limiti. La sua mano destra non si fida della sinistra, i biografi lo descrivono come un paranoide che vede nemici ovunque, terrorizzato dal Covid e dal fatto di invecchiare, come si vede dalla sua faccia modificata da interventi estetici. Se da un lato, paradossalmente, mi sono ritrovata a provare compassione per lui, dall'altro ho sperato che morisse, ma anche questo in chiave compassionevole, per ridurre la quantità di violenza che sta abbattendo su una popolazione inerme. Penso che comunque vada -e con ogni probabilità andrà che la Russia, anzi il suo governo, avrà meglio sull'Ucraina e la ingloberà nei propri confini- Vladimir Putin è un uomo finito, non tanto e non solo per l'isolamento internazionale di cui è oggetto, ma perché come stiamo vedendo si è esaurita del tutto la sua umanità.

Rispetto alla guerra sento di avere il diritto di rivendicare almeno una parziale estraneità: quel dispositivo è degli uomini stolti, le immagini strazianti dall'Ucraina, altro che cyberwar, ci restituiscono l'assurdo di una scena "vecchia" di quasi un secolo in Europa -armi, caduti, mezzi militari, macerie- e anche la logica dei blocchi non posso che subirla.

Quando si apre un conflitto ognuna delle parti ci ha messo del suo, ci sono i pregressi storici, gli errori, i soldi sono sempre più spesso la ragione di tutto, delle guerre e non solo di quelle. Perciò mi tengo ferma aggrappandomi a due principi, per me assolutamente inderogabili: chi muove la guerra accetta consapevolmente di farsi carico della grandissima parte delle responsabilità, perde la sua parte di ragione e di ragioni, vi rinuncia consapevolmente, è fuori dal consorzio civile. L'altro principio inderogabile è che un popolo va rispettato nella sua volontà di autodeterminare -per quanto possibile- il proprio destino, e qui questa volontà si sta manifestando in modo unanime e clamoroso, donne più che mature che pur di non tornare nella situazione pre-1989 assemblano bottiglie molotov con benzina e stracci, ragazze che assicurano "Anche se Zelensky dovesse cedere, noi non ci arrenderemo mai". Chiedere, come vedo fare da alcune e alcuni, che l'Ucraina accetti di fare la sua parte di stato cuscinetto neutrale e non rompa le scatole al resto del mondo costituisce un sopruso inaccettabile, visto che è una parte che quella gente non vuole più sostenere.

Tutto quello che potremo fare in fede a questi due principi a mio parere si avvicina a ciò che è giusto.

Marina Terragni


UN'ANIMA L'ABBIAMO ANCORA di Eloise Mulberry

Credo sia impossibile guardare agli orrori della guerra senza pensare a come essa sia testimonianza del fatto che nessun’altra specie al mondo odia i propri simili come l'uomo. Da quando l’uomo ha iniziato a camminare in posizione eretta, le guerre ci sono sempre state, e più ci evolviamo più distruttive diventano le nostre armi. 
L’odio sembra essere, insieme all’incapacità di imparare dagli errori e orrori del passato, una costante umana. Lo sappiamo che nessuno vince la guerra; tutto ciò che rimane alla fine sono solo le vittime e la sofferenza di chi è sopravvissuto. 
Sembra impossibile guardando i volti delle persone che dall’Ucraina stanno scappando trovare qualcosa di positivo, che possa dare anche un barlume di speranza.
C’è tuttavia un pensiero che voglio condividere. Ho sentito pronunciare da chi la guerra, in un modo o in un altro, l’ha vista e vissuta in prima persona la frase “la guerra dilania l’anima.”
È una frase che senza dubbio ribadisce quale assurdo, inutile orrore sia la guerra. Ma è anche una frase che in un certo senso può dare speranza. 
Se guardare cosa sta succedendo in Ucraina ci porta alle lacrime, ci dilania l’anima, fa unire popoli di paesi diversi in solidarietà con i cittadini ucraini, significa che un’anima l’abbiamo ancora. 
Forse sono solo troppo ottimista, forse ripongo troppa fiducia nell’uomo, ma guardando tutte le manifestazioni di solidarietà penso che ci sia ancora qualcosa di buono nell'uomo per cui vale la pena continuare a sperare.


IMMAGINO CON LA FANTASIA di Zanne D’Aglio https://zanneaglio.art/

Non capisco perché noi umani dobbiamo risolvere i nostri problemi con la violenza. No, non è vero, lo capisco bene, dolorosamente bene. Quando immagino con la fantasia che se i leader del mondo fossero donne avremmo un mondo più pacifico, ricordo che viviamo un sistema patriarcale in cui vale solo il potere. Nient’altro, né l’umanità né la natura. Sono entrambe sacrificabili.

Sono una persona con passaporto americano, una che dopo l’orrore iniziale del 9/11 disse: “Sono sorpresa che non sia successo prima.” Sono irrevocabilmente convinta del male del sistema capitalistico, e che la violenza estrema che siamo vivendo in questo momento sia una risposta malevola e giustificata a una provocazione egualmente ostile. Putin è indubbiamente pericoloso, ma è sbagliato concentrare lo sguardo solo su di lui quando sappiamo che le mosse della NATO l’hanno provocato.

Quello che mi preoccupa adesso è la nuova posizione della Germania, avrei preferito che ci fosse ancora Angela Merkel al comando. Conosce meglio di tutti l’arte della diplomazia. Mi pare che l’UE abbia (o abbia avuto) in generale un atteggiamento maturo e misurato, mentre gli Usa sono come un adolescente egoista. Spero che Xi Jinping possa parlare in modo sensato a Putin, perché non credo che l’Occidente potrà farlo.

Detto tutto questo, la sofferenza inutile degli ucraini e dei loro fratelli russi è incomprensibile, come la sofferenza dei popoli in ogni guerra, nelle guerre continue nel mondo. Non abbiamo imparato niente dal passato.


SO CHE I POPOLI SONO FRATELLI di Sefora Adamović

Sono Sefora Adamović, figlia di migranti serbi, nata a Taormina nel 1989. Ho in me tante identità: il mio cognome è ebreo, io sono bilingue dalla nascita, mi sento profondamente isolana, siciliana e italiana, perfettamente integrata, ma tutto ciò non mi ha impedito di soffrire immensamente durante la guerra in ex Yugoslavia per tutta l'infanzia mentre avevo i miei fratelli maggiori e tutta la famiglia bloccata lì, fra embargo, flussi di profughi e bombardamenti.

Questo mi rende molto vicina emotivamente e psicologicamente l'esperienza dell'attuale conflitto, così come trovo insopportabile la narrazione mainstream dei maggiori media che non solo tendono ad appiattire qualsiasi analisi a un annichilente manicheismo, ma censurano di fatto ogni discostamento dalla loro propaganda.

Vedo ragioni economiche che riguardano la sfera energetica e il mercato sempre fiorente delle armi dietro a questa guerra, ma il conto in termini di vite sarà sempre indistintamente a carico dei civili. So che i popoli sono fratelli e credo in questo sentimento, come eravamo fratelli noi in ex Yugoslavia e ci sono voluti conflitti fratricidi finanziati dall'estero per poi approdare alla verità sostanziale del quotidiano: il frequentarsi, il mischiarsi, che rigenera la comunità. 

Ho un sogno folle ma splendido: vorrei tanto che nottetempo Putin fosse sostituito da una babuška che vende ciabatte di paglia al mercato e Biden da una cassiera del supermercato afroamericana. Uno schiocco di dita e tutte donne umili nei posti più potenti. Perché? Perché per fermare una guerra non serve competenza ma volontà. Tornando sulla terra...
In cuore mio mi auguro ciò che la ragione teme non si avvererà: il trionfo della diplomazia sulle armi. E quindi, nel frattempo, mi aggrappo alle parole del passato: da Dostoevskij a Bulgakov ho creato una piccola rubrica "Lettere da un tempo lontano" dove ogni giorno leggo stralci di romanzi, poesie, canzoni, novelle, come forma di resistenza culturale per la pace e monito per le coscienze. 
Lascio il link del canale in caso l'iniziativa possa interessare:https://m.youtube.com/channel/UCjUdUftbblrumm7661yoYJA


LACRIME DI VETRO di Laura De Barbieri

In Ucraina vogliamo la pace. Le donne tutte vogliono la pace.

Le donne, quelle che non decidono mai delle guerre degli uomini e quelle che non sono mai invitate ai negoziati per la pace. Quelle che si ritrovano solo coinvolte, con i figli, gli anziani e gli animali domestici a mettere insieme i cocci, i pezzi per la sopravvivenza di intere famiglie.

Le abbiamo viste morire sotto le bombe nel totale anonimato, come la donna di Irpin caduta sull’asfalto con i suoi due figli appresso. Le abbiamo viste a Mosca deporre fiori con i loro bambini davanti all’Ambasciata ucraina, prima di essere messi tutti dietro le sbarre, abbiamo visto Hassan, un bambino di appena 11 anni di Zaporizhzhia, mandato solo allo sbaraglio, con un numero di telefono scritto sulla mano, nell’estrema speranza di salvarlo.

Abbiamo visto una donna rifocillare con tè caldo e pagnotta un soldato mandato a prenderle tutto, dignità, libertà e vita inclusa. Un giovane soldato, come tanti altri, perso, affamato, spaventato e ingannato al quale è stato detto che andava a fare esercitazioni in Crimea e che invece scopre di essere al fronte, in una vera guerra. La giovane donna presta il suo telefono e il soldato chiama la persona - l’unica - che incarna l’amore, la vita, il calore, la forza e la stabilità, sua madre.

Le madri piangono e anche le madri russe che cercano i loro figli dispersi, caduti o feriti, tramite le foto di corpi e volti deturpati del canale Telegram Ishi svoih, ossia «Cerca il tuo». Kirill, il bambino di 18 mesi morto sotto le bombe a Mariupol non vedrà più sua madre, sfigurata dal dolore, mentre a San Pietroburgo, Yelena Osipova, anziana sopravvissuta all’assedio di Leningrado, dice: “Soldato, metti giù le tue armi e sarai un vero eroe”.

E allora perché, ancora e ancora, non ammetterci mai nei posti decisivi? Perché non tenere mai conto delle nostre parole, della nostra esperienza, della nostra saggezza?

Non rispondete, non siete più credibili. Anche Yelena è stata arrestata.

Laura De Barbieri


SERVE UN'ALTRA POLITICA ESTERA di Paola Mammani

Ho provato un grande disagio nell’ascoltare le dichiarazioni di quasi tutti i politici nostrani, sull’aggressione di Putin all’Ucraina. Sgomenti, accorati, come se non avessero nessuna parte nella vicenda. Eppure Sergio Romano, ex-ambasciatore presso la Nato e l’Unione Sovietica, da tempo addita le gravi responsabilità dell’Europa nel non contenere l’aggressione più o meno esplicita che l’ampliamento dell’Alleanza atlantica a tanti paesi dell’est europeo, ha rappresentato per la Russia. Lo dice da anni dalle pagine del Corriere.  Negli ultimi giorni lo ha ripetuto su altri quotidiani, il Corriere essendo più impegnato con le solite firme da prima pagina a stigmatizzare il comportamento di Putin e soprattutto, a me pare, a definire amici di Putin tutti coloro che si azzardano a dare credito a quelle riflessioni. Che sono state ripetute sabato scorso, 26 febbraio, sulle colonne de il Fatto Quotidiano, da Barbara Spinelli che ha indicato i punti essenziali della politica aggressiva ed imprevidente degli USA e degli stati europei, incapaci di trattare degnamente con la Russia e con Putin. Con questo dolendosi anche delle proprie posizioni assunte ai tempi della guerra nel Kosovo. E invece loro, no!

Nessuno ha da rammaricarsi, da ravvedersi di alcunché. Quasi tutti indignati, a ripetere quanto sono bravi e buoni a condannare l’aggressore e ad essere al fianco degli aggrediti, ora anche con le armi, esplicitamente e alla luce del sole, con l’Europa intera. Ma loro erano lì, a ricoprire le più alte cariche nelle istituzioni europee, a presenziare nei governi e nel Parlamento nazionale per impedire tutto questo. Per trattare degnamente e proficuamente con il più grande stato confinante con l’Unione europea, cui tanti e profondi interessi ci legano. Erano là, sui quotidiani, con il potere della penna, per renderci avveduti del pericolo e per indicare rimedi in tempo utile e pretenderne l’attuazione.

Non ho nulla in contrario, in via di principio, a che le analisi di Romano e Spinelli, vengano discusse o anche smentite, ma mi piacerebbe sentire l’aspirazione a concepire una politica estera altra. Invece continuo a leggere le solite firme, di inguaribili ammalati di anticomunismo, di studiosi di storia per molti versi miti e cortesi, e di altri, variamente competenti, tutti dediti all’intemerata, perfino al dileggio fino alla ridicolizzazione di quanti cedono alla tentazione di cercare ragioni, spiegazioni, alle scelte di Putin.

Tentare di individuare torti o responsabilità, Dio non voglia, nei comportamenti dell’Occidente, della UE, degli Usa o della Nato, sembra essere solo cialtronaggine o malafede. Come se non fosse sempre questa, l’unica sensata via d’uscita dalle difficoltà più gravi: guardare a quello che si può e si deve correggere, dal luogo in cui si è. Per dirla con le parole di Barbara Spinelli – Ammettere i nostri errori sarebbe un contributo non irrilevante alla pace che diciamo di volere -. O con quelle del premio Nobel Giorgio Parisi che, ripercorrendo i rapporti est/ovest per la regolazione degli esperimenti nucleari, con evidente riferimento all’oggi, afferma– …se non si fa uno sforzo sincero per capire le ragioni dell’altro, è molto difficile arrivare ad un accordo che poi sia rispettato da tutte le parti… -.***

E invece i loro scritti sono zeppi di espressioni come “Zar folle”, “autocrate sempre più isolato e fuori controllo”, in una lunga giaculatoria di autoassoluzioni. Leggo con attenzione e tristezza le loro argomentazioni che hanno sempre il sapore di contro-argomentazioni – alla lettera, contro qualcuno, come per un regolamento di conti – e non riesco a liberarmi da una parola che mi assedia: guerrafondai.

Un’esagerazione? Non mi pare, perché se con il pensiero e la penna non si cerca di trovare le ragioni e i motivi fondati che hanno innescato l’aggressione, sarà difficile individuarne una via d’uscita durevole.

(dal sito della Libreria delle Donne di Milano, vedere qui)


LA GUERRA INGRASSA I PAPPONI di Glitch

Appena ho letto che la situazione in Ucraina era precipitata e che Putin aveva invaso il Paese, in quella che rappresentava una bomba ad orologeria pronta ad esplodere da un po’ di tempo, i miei primi pensieri li ho rivolti all’industria della prostituzione. Immediatamente dopo, le madri con i loro bambini si sono affacciati nella mia mente, assieme a tutti gli altri protagonisti che ricorrono in una guerra e alle possibili conseguenze geopolitiche di questo conflitto. Tuttavia, ho pensato in prima istanza alla prostituzione.

Non tutti riescono ad immaginarsi l’esistenza di un legame stretto tra prostituzione, pornografia, militarismo e conflitti bellici, né, quindi, che le guerre costituiscano detonatori di mercati per la prostituzione e, di conseguenza, per la pornografia. Ciò avviene in due modalità: i pacificatori o i soldati rapiscono donne e bambini per trafficarli e creare zone dove possono prostituirli; i papponi ed i gestori del traffico della prostituzione di esseri umani approfittano della fragilità dei corridoi umanitari e delle fughe dalle zone di guerra per adescare e rapire donne, ragazze e bambini per poi costringerli ad entrare nel giro. Esse rappresentano due costanti che ricorrono in pressoché ogni conflitto di oggi.
Non tutti sanno che quando scoppiò la Guerra di Corea, alla fine della Seconda guerra mondiale, un milione di donne coreane furono prostituite dall’esercito statunitense e che i papponi cercarono di rapire e vendere le donne della Corea del Nord nel mercato della prostituzione in Cina (vedere qui). Non tutti sanno che i caschi blu dell’ONU contribuirono al traffico di donne e bambini per prostituirli nei Balcani (vedere qui).

Gli esempi sono sfortunatamente numerosi e di vario tipo e attraversano ogni credo ideologico. Non tutti poi sanno che la prostituzione alimenta a sua volta l’industria pornografica, poiché è ricorrente la ripresa di donne trafficate e prostituite, il cui stupro viene tramutato in pornografia. Inoltre, la pornografia è stata utilizzata per fomentare l’aggressività fra i soldati, prima e durante alcuni conflitti del secolo scorso.  
Purtroppo, ho già appreso che ci sono casi in Ucraina di papponi che provano a cogliere l’occasione giusta durante la fuga delle donne negli Stati confinanti per fingere di offrire loro un alloggio o altro, così da adescarle (vedere qui).
Le guerre per la conquista di nuovi territori si basano sullo stesso presupposto della prostituzione e della pornografia: la feticizzazione della violenza e la necessità di sempre più nuove risorse monetizzabili. Con l’unica eccezione che nella prostituzione e nella pornografia le risorse monetizzabili sono le donne.



AL LIMITE, LA VIOLENZA di Luisa Muraro

La predicazione antiviolenza non manca certo di argomenti morali ma le manca ormai un punto di leva per sollevare le giuste pretese e abbassare l’arroganza dei potenti.

Anticamente il punto di leva era la parola divina; modernamente è stato l’ideale del progresso. Che oggi è morto, al pari e forse più di Dio. Oggi, a causa della competizione globale, esasperata dalla crisi in corso, l’idea che sia possibile stare meglio tutti non agisce più; prevale quella che il meglio sia per alcuni a spese di altri.

La constatazione che non siamo più animati dal sogno di stare tutti meglio, è un colpo mortale all’ideale dell’uguaglianza e alla politica dei diritti. E impone di riaprire il discorso sull’uso della forza. C’è una violenza nelle cose e fra i viventi che prelude a un ritorno della legge del più forte: dobbiamo pensarci.

Il discorso può aprirsi dicendo semplicemente che, in certi contesti, a certe condizioni, è opportuno non usare tutta la forza di cui si dispone. Bisogna però tenerla a disposizione, se non si vuole che altri se la prendano: alla propria forza non si rinuncia senza soccombere ad altre forze. Si tratterà dunque di dosarla senza perderla.

La predicazione antiviolenza vorrebbe farci credere che la misura giusta la fisserebbe il confine tra forza e violenza: no, lo sconfinamento tra l’una e l’altra spesso è inevitabile. La misura da cercare è nella coincidenza fra la giustezza e la giustizia dell’agire, coincidenza che va cercata non dico a tentoni, ma quasi. La giustezza (che è parente dell’efficacia) è soprattutto dei mezzi, la giustizia è soprattutto dei fini. La loro rispondenza, sempre da ricercare, si oppone al cinismo del fine che giustificherebbe i mezzi, ma anche alla paralisi di un agire tutto conforme alle regole stabilite. Ed è un nome della politica.

Dosare l’uso della forza di cui si dispone fa parte della strategia dell’agire politico non come un’opzione qualsiasi ma come un sapere necessario; lo insegna molto bene l’antico filosofo taoista Sun-Tzu nell’Arte della guerra. La giustizia, per il generale che comanda l’esercito, consiste nell’obbedire agli ordini dell’Imperatore, ma il generale sa che “ci sono ordini dell’Imperatore ai quali non si deve obbedire”: bisogna saperlo se vogliamo accorciare le distanze fra la cosa giusta da fare qui e ora, e la giustizia del nostro fare, riconoscibile anche domani e dopodomani.

In seconda battuta deve venire, logicamente, un’aperta discussione sull’idea di violenza giusta.
Il nostro sistematico non chiamare in causa Dio (che ha le sue buone ragioni), ce la rende forse una questione improponibile, perché la violenza giusta è per definizione violenza divina, ossia manifestazione di un essere per essenza giusto. Che non è certo l’essere umano. Tra i nomi divini c’è anche Sole di giustizia. Non esiste? Pazienza, ci faremo luce con le candele, ma le verità teoriche restano tali anche in assenza di fatti, e teniamole presenti.

Altrimenti, in base a quello che capita di fatto tra gli umani, si crede che la violenza sia in sé cattiva. E si prepara il terreno per sostenere che essa si giustifica unicamente se il suo uso viene regolato per legge. Si sorvola così sul fatto che il diritto usa la violenza come uno strumento per scopi che il diritto stesso dichiara tali, giusti: un circolo vizioso dal quale non si esce senza spezzarlo, dato che il diritto vigente rispecchia lo stato dei rapporti di forza e la violenza non gli è certo estranea. Cose già dette e risapute. Possiamo far finta d’ignorarle? Si tratta di pensare una violenza che non è strumento di nessuno, che il diritto non può fare sua giustificandola, e nessuno può farla sua, manifestazione di una giustizia che ci oltrepassa dalla quale, però, noi umani possiamo lasciarci usare, consapevoli del rischio inevitabile di cadere in errori ed eccessi. Dunque, violenza giusta non come categoria del diritto, al contrario, le cui condizioni storiche il diritto non può codificare, solo riconoscere a posteriori. Possono stabilirle, di volta in volta, soltanto le circostanze.

La forza, date certe circostanze, può giustamente ed efficacemente esercitarsi arrivando ai limiti della violenza e perfino oltrepassarli. Ma perché abbia senso discutere su questa tesi, giusta o sbagliata che sia, devo chiedermi se ho veramente la capacità di agire con tutta la forza potenzialmente mia, se ne dispongo effettivamente. Se non fosse così e se questo difetto di energia fosse diffuso, come temo, sarebbe ridicolo cercare un nuovo punto di leva, come voler saltare su un letto con le molle rotte.

La predicazione antiviolenza, nella misura in cui esclude a priori l’idea di una violenza giusta, favorisce l’abdicazione ad agire, se necessario, con tutta la forza necessaria. E ciò si ripercuote sull’intelligenza delle persone: chi non usa la sua forza quando gli sarebbe utile e necessario, sembra stupido, ma chi vi ha rinunciato a priori, lo diventa realmente. Nessuno lo dice ma, secondo me, nell’appannarsi dell’intelligenza collettiva in questo nostro paese, non c’entra solo il consumismo e cose simili, ma anche la fine della sfida comunista che veicolava un’idea di violenza giusta, quella rivoluzionaria; poco importa qui il giudizio politico, sto parlando di dosaggi interiori.

Dicendo “tutta la forza necessaria”, intendo la duplice forza della consapevolezza (non il recriminare e lamentarsi ma vedere e rendersi conto fino in fondo) e del tirare le conseguenze pratiche e logiche, quelle che stanno nelle possibilità della persona che vede e si rende conto.

Era nelle possibilità delle forze di pace presenti nella ex Iugoslavia difendere i civili inermi che furono assassinati in massa a Srebrenica nel 1995. E invece che cosa hanno fatto i militari dell’Onu? Hanno aiutato a selezionare le vittime destinate al massacro: l’hanno fatto non per paura né per complicità ma per semplice stupidità, incapaci di percepire il mostro dell’odio che era davanti ai loro occhi. (...)

I filosofi lamentano che confondiamo tra loro concetti diversi come potere, dominio, forza, violenza. D’accordo. Ma quando, per tutta risposta, si mettono a darci le loro accurate definizioni, vorrei dirgli: prima di ciò, dovreste indagare dove e come nasca la confusione. E chiedervi se per caso quella che appare una confusione non sia la manifestazione di qualcosa che fareste bene a guardare più da vicino. Rileggete quel capolavoro racchiuso in poche pagine che è L’Iliade poema della forza di Simone Weil.

Sebbene forza e violenza siano fra loro ben diverse, separarle per definizione non fa che occultare un aspetto ineliminabile della realtà umana. Ci sono distanze e prossimità che non si stabiliscono verbalmente ma attivamente: la definizione giusta la troveremo alla luce di questo agire. Insomma, meno filosofia e più pratica.

da Via Dogana n. 100, marzo 2012


PADRE RUSSIA di Veronica Tamborini

Vladimir Putin si sta comportando con l’Ucraina come quei padri che sono violenti e patriarcali verso la moglie e le figlie/i e che li aggrediscono fino ad ucciderli per sottometterli al proprio bisogno di controllo e dominio.

Lo stato ucraino è invaso dalle truppe militari russe dal 24 febbraio scorso: una guerra tradizionale di morti e violenze si apre nel centro del continente europeo, i cui confini orientali arrivano al limite dei Monti Urali.

I carri armati implacabili in lunghe file avanzano, attaccano e bombardano stringendo i confini, prendendo città e territori, costringendo la popolazione allo stato di guerra. Le strade e le città fino a qualche settimana fa riempiti dallo scorrere della vita quotidiana di un Paese di 42 milioni di persone da poco più di vent’anni alla faticosa ricerca di un equilibrio economico, democratico, civile e politico dopo l’indipendenza dall’URSS.

Gli interessi economici, politici e militari attorno a questo Paese sono notevoli ed alle fasi di cambiamento si sono alternati periodi di forte tensione, nei quali le influenze politiche ed economiche sono state pressanti dal blocco occidentale come da quello russo. Tutto questo in un'Ucraina che da tempi lontani mal sopporta il dominio russo e racconta una storia che precede la fondazione di Mosca e dell’impero zarista.

Contro la guerra, trovare le parole

Vladimir Putin – per giustificare le sue aggressioni militari – riscrive la storia dell’Ucraina sostenendo che non possa esistere in modo indipendente rispetto alla Russia; inventa inoltre il concetto di unità di russi e ucraini. Queste parole, con la sfacciata negazione della violenza agita nei confronti dell’Ucraina, ricordano le parole dei peggiori padri patriarcali che usano i concetti di unità, famiglia e mediazione anche nei contesti di violenza domestica.

Le donne ucraine come le vittime di violenza maschile in ogni parte del mondo, trasformano sé stesse e le proprie figlie in profughe per proteggere, curare e andare là dove vita può ancora continuare.

Nel frattempo, il regime russo sta reprimendo durissimamente le proteste interne con decine di migliaia di persone fermate e arrestate; le redazioni di giornali e trasmissioni stanno chiudendo una dopo l’altra e le ormai rarissime testate indipendenti come Novaja Gazeta – dell’assassinata Anna Politovskaja – sono costrette ad una afasia indicibile: le parole “guerra” e “invasione” sono bandite dalla stampa russa.

In queste ore più di 2,2 milioni di donne, bambine e anziani ucraini sono in fuga verso il confine occidentale. Eppure la maggior parte della popolazione civile rimane ancora costretta in una trincea buia e orrenda. L’attacco russo procede accerchiando il popolo ucraino nel tentativo indecente di indebolirlo e sottometterlo.

Come tutti i portatori di atteggiamenti violenti il regime di Vladimir Putin nega la violenza agita e mente non solo sulle proprie intenzioni ma anche sui fatti, in un processo di manipolazione e di disinformazione anche attraverso gli strumenti tecnologici e attraverso finanziamenti e interessi economici. Non si può evitare di collegare questo comportamento a quello degli uomini che agiscono violenza sulle donne e sui figli.

Non esiste la possibilità di andare alla ricerca delle motivazioni giustificatorie delle aggressioni e del dominio.

Putin si traveste da Madre Russia. Ma la Russia e l’Ucraina non sono con lui, "padre" violento.




RILEGGERE SIMONE WEIL di Patrizia Lo Verde

Cosa ancora attendere prima che s’intraprenda una seria via al dialogo? Quali le ragioni, gli imperativi che impediscono di porre fine alla violenza del conflitto armato? E come è possibile solo provare a trovare oggi le giuste ragioni nell’esercizio di una violenza enormemente accresciuta nelle sue estensioni ibride, cibernetiche?

Non c’è vera ragione o ‘giustezza’ nella guerra; ci sono – certo – le ragioni degli uni e degli altri, ragioni entrambe sufficienti e, allo stesso tempo, entrambe errate.

La violenza è sempre atto mirato ad annientare identitariamente, umanamente, corporalmente l’altro; a tramutarlo letteralmente – come scrive Simone Weil – “en pierre”, fino alla estrema cosificazione del “cadavre. Dunque, niente più che “des choses à tuer”; umana cosa pietrificata ma ancora in vita; cosa tra le cose, rimpicciolita a “mezzo” o strumento, di qua dal kantiano “fine in sé”.

Quale, allora, medietà invocare che non si traduca una volta di più in un disastroso fallimento? A quale distanza porsi, ovvero quale giusta distanza ricercare per chi, ancora non travolto dall’orrore della guerra, non è toccato intimamente nella propria umanità? Come, se non nel segno dell’‘obbligare insieme’?

Bisognerebbe forse volgere lo sguardo al passato, ritenere nel nostro presente il pensiero lucidissimo di Simone Weil, mai astrattamente ideale, ma profondamente radicato nella realtà della vita materiale.

Da qualunque punto la si guardi, la forza – che non sempre Weil distingue dalla violenza – annichilisce anche chi la esercita e non solo chi la patisce, la prova nella propria carne. Sappiamo come coerentemente con la sua maturazione interiore, Weil accetti infine di prendere parte alla tragedia collettiva, assumendo su di sé la sua parte di male. Ma forse oggi avremmo dovuto imparare, anche grazie al suo magistrale esempio, che la buona pratica della non belligeranza ed estensivamente della non violenza può non essere una ingenua astrazione utopica ma la gestione costante e risolutiva dei conflitti che da sempre agitano l’umano.


AMORE di Nevia Giunta

Questa guerra , secondo il mio parere, sta imitando quello che fu nel passato Hitler. Io ho molta paura che si vada ad una terza guerra mondiale e come allora la diplomazia mondiale si è mossa troppo tardi obbligandosi alle armi. Non basta che mi si venga a dire "prega che il Signore ci pensa lui" Non basta. Bisogna che i potenti si mettano tutti ad un tavolo per poter chiudere la guerra e far smettere di far soffrire la gente. VOI CHE SAPETE FARE, INSEGNATE ALLA GENTE AD AMARE COL CUORE e nel contempo vi ringrazio per quello che mi avete sempre dato "Amore"


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1 Ottobre 2022
Ragazze che si tolgono il seno
La propaganda transattivista invita le bambine a disagio con le proprie forme femminili a comprimere il seno con apposite fasce (binder), primo passo verso la mastectomia finale. La stessa violenza misogina della tradizionale "stiratura del seno" praticata in Africa. In UK l'associazione di beneficienza Mermaids -finanziata con fondi pubblici- sotto accusa per aver inviato fasce ad adolescenti contro il parere dei genitori
La stiratura del seno (breast ironing) è un'orribile pratica tuttora in uso in alcune regioni dell'Africa, in particolare nel Camerun. Si tratta della distruzione della mammelle delle adolescenti prodotta con strumenti arroventati -vecchi ferri da stiro, spatole, sassi o conchiglie- e in genere praticata dalle donne adulte della famiglia. Lo scopo è rendere le ragazze meno attraenti per sottrarle a stupri e gravidanze precoci che potrebbero infangare l'onore del gruppo familiare. La pratica causa gravi danni alla salute delle adolescenti, […]
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27 Settembre 2022
Il femminismo e la destra
In risposta a Julie Bindel, che considera il muro eretto dalla sinistra transattivista ma anche i rischi di un'alleanza con la destra: in Italia la novità storica -una donna di destra premier, Giorgia Meloni- complica ulteriormente il quadro. Che fare allora? Quello che sta capitando in Spagna sull'orribile Ley Trans forse indica una strada buona per tutte
Julie Bindel e Harvey Jeni prendono il toro per le corna: visto che da troppo tempo con la sinistra non c'è possibilità di dialogo, il femminismo radicale e gender critical può guardare a destra senza correre rischi? Tema che in Italia abbiamo ben presente e che ha agitato tutta la campagna elettorale conclusasi con la vittoria schiacciante di una donna di destra, Giorgia Meloni, che non si è mai dichiarata femminista. Il fatto che oggi la destra in Italia sia […]
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17 Settembre 2022
Quando l'aborto interessa agli uomini
Totalmente ignorata a destra e a sinistra in tempo di pace, la questione dell'aborto diventa centrale quando gli uomini combattono per il proprio potere. Ma se esiste un "caso Marche" c'è anche un "caso Emilia", regione rossa: stesse percentuali di obiezione e niente pillola abortiva nei consultori. Noi donne non dobbiamo partecipare a questa immonda contesa sulla nostra carne, schierandoci nell'una o nell'altra tifoseria
Le donne -anzi, i cosiddetti "diritti delle donne"- sono state scaraventate strumentalmente al centro di questa orribile campagna elettorale, probabilmente la peggiore di sempre. Non il basso tasso di occupazione femminile, il gender pay gap, la mancanza di servizi che ci costringe nella parte di welfare vivente, la violenza e il femminicidio, il machismo della politica e tutto quello che sappiamo e che viviamo. La questione delle questioni è l'aborto, ripescata dal dimenticatoio in cui è normalmente confinata -nessun partito […]
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9 Settembre 2022
Elizabeth, l'ultima matriarca
La regina scomparsa ha saputo esercitare il proprio potere in modo così abile da renderlo invisibile. Un'influenza profonda che non ha mai prodotto contraccolpi. Sapienza, ferreo senso del dovere, pragmatismo, controllo emotivo e nessun narcisismo: questi i tratti di una sovranità che ne fanno un modello di autorità femminile
Gaby Hinsliff per The Guardian Ferma tutti gli orologi. Stacca il telefono. Per una volta, i versi di apertura della poesia di WH Auden, Funeral Blues, sembrano adatti al momento. Piaccia o meno, gran parte della vita pubblica si fermerà nei giorni di lutto mentre le emittenti sospendono i loro programmi e si prepara il funerale di stato. Per quanto possa essere stato prevista da tempo, la morte della monarca che ha regnato più a lungo nella storia britannica è un momento […]
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29 Agosto 2022
Un video ogni 10 minuti
Il brutale omicidio di Alessandra Matteuzzi uccisa a martellate dal suo ex è la rappresentazione perfetta di ogni femminicidio: l'assassino non è uno che perde il controllo, ma che lo ristabilisce. La morte di lei serve a ritrovare l'equilibrio perduto in seguito all'abbandono. La violenza è una funzione del dominio. E' qui che si deve tenere lo sguardo per riuscire a fermarla
L'uccisione di Alessandra Matteuzzi, la donna bolognese ammazzata dall'ex a martellate e a colpi di panca di ferro, è la rappresentazione plastica e perfetta della dinamica di ogni femminicidio. Giovanni Padovani non è pazzo, non è un drop out, è un giovane uomo in perfetta forma, inserito nel mondo, addirittura testimonial di campagne contro la violenza sulle donne. Insomma non l'avresti mai detto, come quasi sempre. Alessandra è sottoposta a vessazioni continue e inaudite: deve giustificare ogni movimento, ogni respiro, […]
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