L’hijab islamico è il velo indossato da alcune donne musulmane per coprire i capelli e, solitamente, orecchie, collo e parte del petto. È la versione più moderata del velo integrale che lascia scoperti soltanto gli occhi (niqab) o di quello che copre anche gli occhi con una retina (burqa). Negli ultimi anni si è sempre più diffusa, specialmente in alcuni ambiti considerati progressisti, l’idea che il velo sia un accessorio come un altro, equivalente una minigonna o a un cappello particolare: anzi, si è propugnata l’idea che il velo possa essere un gesto di ribellione alla società occidentale che ipersessualizza le donne. Il coprirsi sarebbe quindi un modo per sottrarsi allo sguardo maschile e quindi rifiutare le imposizioni occidentali.
Nel 2012, è stato istituito il World Hijab Day il 1 Febbraio, che incoraggia le donne non musulmane a indossare il velo per un giorno “per educare, diffondere consapevolezza sul perché si indossi l’hijab e normalizzarne l’uso”. L’iniziativa è stata considerata come un passo verso l’avanzamento dei diritti delle donne.
Questa narrativa tuttavia ha una serie di incongruenze.
Il termine deriva dalla radice ḥ-j-b, “rendere invisibile, celare allo sguardo, nascondere, coprire” e il suo scopo è per l’appunto quello di coprire gli “ornamenti” (ovvero la bellezza della donna) che potrebbero indurre in tentazione gli uomini.
Alcuni islamologi, come la marocchina Asma Lemrabet, sostengono che nel Corano non si trovi traccia dell’obbligo del velo femminile in presenza di uomini estranei a dispetto di quanto invece si sostiene in Iran, Afghanistan o in altri Paesi islamici. Secondo Lemrabet il Corano non sancisce l’obbligo dell’hijab, bensì “raccomanda un atteggiamento”, o meglio un’”etica” comportamentale che chiama in causa sia il corpo che la mente, esortando uomini e donne ad adottare una cultura della “decenza” e della rispettosità.
Il Corano parla del velo, principalmente in due punti:
“E di’ alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne. E non battano i piedi sì da mostrare gli ornamenti che celano.”
E anche:
“O Profeta, dì alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi dei loro veli, così da essere riconosciute e non essere molestate.”
Sin dall’inizio della dottrina lo scopo del velo è quello di distinguere le donne perbene, affinché non vengano molestate dagli uomini; questo presuppone implicitamente che le donne che invece non portano il velo siano “immodeste” o in qualche modo passibili di molestie.
Questa visione è confermata dalla propaganda di conversione che negli ultimi anni ha preso piede sui social: nei meme e nei video degli attivisti, vediamo le donne senza hijab paragonate a frutti lasciati senza buccia e presi d’assalto dagli insetti o a caramelle masticate coperte di sporcizia, mentre le donne protette dal velo sarebbero preservate nella loro bellezza e purezza.

È difficile considerare il velo una scelta libera come quella di un altro capo di abbigliamento, quando il messaggio alla base di questa scelta è di natura morale e implica una manipolazione psicologica: se la scelta è tra mettere il velo e avere la promessa di essere rispettata oppure non metterlo ed essere per definizione una donna che può essere molestata, questa evidentemente non è così libera.
Come spiegato dalla scrittrice e attivista somala Ayaan Hirsi Ali, costretta a vivere sotto protezione per le sue posizioni critiche verso l’Islam: “Il velo serve a mostrare che le donne sono responsabili dell’autocontrollo sessuale degli uomini”. Fa inoltre notare che, in tutte le comunità dove il velo è osservato attivamente, i ragazzi non sono educati a trattenersi. “Considerano tutte coloro che non sono velate come donne che cercano contatto sessuale e vanno in giro molestando e dando loro fastidio.”
Le critiche al velo islamico vengono spesso tacciate di islamofobia: per esempio si è diffuso sui social un meme che paragona l’hijab al velo delle suore, indicando che se il primo è considerato oppressione e il secondo no questo avviene solo per avversione ai musulmani.

L’equivalenza tra l’hijab islamico e il velo indossato dalle suore cattoliche non è accurata: le suore sono donne religiose e scelgono volontariamente di indossare un abito religioso che le separa dalle donne laiche. Non esiste una corrente nel cristianesimo che affermi che tutte le donne dovrebbero essere suore per essere considerate donne rispettabili: la scelta è per sua natura “estrema” e limitata a un gruppo minoritario di donne.
In alcune società, in particolare sotto regimi teocratici, le donne sono obbligate a coprirsi per imposizione religiosa: è questo il caso dell’Iran, dell’Arabia Saudita o, ancora più estremo, dell’Afghanistan.
In Iran il velo per le donne è obbligatorio dal 1979, in seguito alla presa del potere da parte dell’ayatollah Ruhollah Khomeyni.
Nel settembre 2022 in tutte le principali città dell’Iran migliaia di giovani donne (e uomini) sono scesi in piazza al grido di “Jin, Jîyan, Azadî” (“Donna, vita, libertà”) per protestare contro la morte di Masha Amini. La giovane curda era stata arrestata perché non indossava correttamente il velo e portata in una stazione di polizia da cui non è più uscita viva.
Per settimane i manifestanti hanno sfidato la dura repressione del regime e hanno pagato un prezzo altissimo: i morti durante le proteste sono stati almeno 551 secondo le stime delle Nazioni Unite, tra cui almeno 49 donne e 68 minori. Nella maggior parte dei casi sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco.
Malgrado le dichiarazioni pre-elettorali del Presidente Masoud Pezeshkian sulla possibilità di attenuare l’applicazione delle leggi sull’hijab obbligatorio, le autorità iraniane hanno inasprito il controllo attraverso nuove tecnologie di sorveglianza e iniziative di vigilanza sostenute dallo Stato. In particolare, dall’introduzione del “Piano Noor” nell’aprile 2024, sono aumentate le persecuzioni legali contro le donne che sfidano l’obbligo dell’hijab, con sanzioni penali che vanno dalle multe al carcere, fino alla pena di morte.
Secondo l’attivista iraniana Masih Alinejad, esule negli Stati Uniti dal 2009, dopo essere stata incarcerata per essersi opposta al velo:
“Il velo islamico obbligatorio è come il muro di Berlino, se riusciamo ad abbattere questo muro la Repubblica islamica dell’Iran non esisterà più, credo che il velo sia uno dei pilastri principali della dittatura religiosa e che questa rivoluzione guidata dalle donne e sostenuta dagli uomini, sia andata oltre l’hijab”.
Anche nei paesi musulmani dove non esiste l’obbligo per legge del velo, le donne che decidono di non portarlo vanno incontro a stigma sociale e conseguenze pratiche: persino in Europa, molte ragazze non hanno davvero la scelta di abbandonarne l’uso, perché la pressione delle famiglie e delle comunità di appartenenza è schiacciante.
Emblematico è il caso di Saman Abbas, uccisa nel 2021 a Novellara, in provincia di Reggio Emilia da parte dei familiari che non sopportavano la sua decisione di vivere in maniera “occidentale”, rifiutando il velo e il matrimonio imposto.
Anche senza arrivare a gesti così estremi, è evidente che per una ragazza, specialmente se non economicamente autosufficiente, la pressione familiare comporta delle imposizioni che si scontrano con l’idea della libera scelta.
In Italia sembra che, in parallelo alla diffusione dell’hijab, si stiano diffondendo veli anche più estremi: per esempio, ha fatto discutere la situazione di un istituto professionale a Monfalcone (Gorizia), in cui alcune studentesse sono costrette a essere “identificate” da un’insegnante a ogni ingresso a scuola perché il loro viso è nascosto dal niqab, il velo integrale; la preside ha dichiarato di aver accettato questa pratica perché, se venisse richiesto di toglierlo, “può indurre le ragazze a lasciare la scuola”.
A Pordenone, una maestra è intervenuta quando una bambina di sette anni è stata portata a scuola interamente velata; la questione si è poi risolta quando le autorità musulmane hanno chiarito che si tratta di una pratica religiosa riservata a ragazze più grandi. Non resta che aspettare cosa succederà quando sarà adolescente.
Di fronte sia alla natura oppressiva del velo, che sposta la colpa della molestia e, di conseguenza, della violenza dall’uomo alla donna che non si copre, e alle lotte per i diritti delle donne nelle società musulmane, perché le donne progressiste occidentali non lottano contro di esso?
La volontà di considerare la scelta del velo come libera è un “luxury belief”. Le donne occidentali possono lodare il velo, possono anche decidere di indossarlo per un giorno o per un periodo, perché sanno che non avranno conseguenze se non positive. Saranno considerate aperte mentalmente, benevolenti verso le altre culture, e non rischieranno nulla se non qualche sguardo stranito da parte degli astanti, su cui potranno poi fare un video lamentandosi di aver subito “razzismo”.
Possono persino costruirsi delle complicate ginnastiche mentali, dichiarandosi “intersezionali” o “queer” e proponendo interpretazioni del Corano per cui qualsiasi fedele in un paese musulmano rischierebbe la morte.
Nel momento in cui decideranno di lasciarlo perdere, non rischieranno nulla se non, probabilmente, il sollievo dei genitori, e potranno andare avanti con la loro vita: non è questo il caso delle donne che vivono in paesi islamici o in Europa all’interno di comunità che esercitano un controllo capillare sui loro corpi, e per cui la pena per apostasia è la morte.
È giusto che ognuno abbia la possibilità di scegliere cosa indossare, ma le libere scelte per loro stessa definizione non possono essere legate a coercizioni, o alla minaccia di non essere trattata con rispetto.
Per quanto sia, per molti versi, lodevole che la popolazione occidentale si apra verso le diverse culture, penso che sia necessario mettere sempre al centro le persone reali più che la cultura di per sé, e proteggere la loro libertà di autodeterminazione prima dell’ideologia.
Un atteggiamento lassista o eccessivamente comprensivo nei confronti di pratiche religiose che vanno a minare la dignità e la libertà di donne e ragazze non è un segno di progresso, ma solo di abbandono di istanze femministe per quieto vivere e, non da ultimo, per vanità personale, che va a rendere ancora più netto il divario tra donne per cui valgono alcuni diritti e altre che invece vengono abbandonate in nome del multiculturalismo. E il rischio, ovviamente, è che anche i diritti delle prime vengano piano piano erosi.
Le donne musulmane, iraniane, afghane, hanno cercato disperatamente l’appoggio delle femministe occidentali contro il velo e contro i regimi teocratici. Sarebbe il momento di ascoltarle.
Anna Zanotti
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